Mercoledì 29 maggio alle 18.30 inaugura la mostra PARADISE di Joakim Kocjancic.
“It is important to see what is invisible to others. Perhaps the look of hope or the look of sadness.”

ROBERT FRANK

Nelle immagini di Joakim Kocjancic la città di Stoccolma si dipana avvolgendo le figure: rovina oppure luogo in costruzione, cielo o inferno? Tracce nei graffiti, saluti dal passato, messaggi da coloro che sono invisibili, forse schiacciati.
E poi l’occhio della città, il fotografo, il quale è sia una parte dell’immagine, sia un elemento estraneo a essa, una persona sola che vede oltre la materia e che vuole andare fino in fondo, sotto la pelle fin dentro l’anima. Un essere umano irresoluto che si aggrappa alla sua macchina fotografica per salvare almeno qualcosa, deciso nella sua ostinazione.
Ovunque ci sono fotografie di vita in movimento, il tentativo di opporre resistenza a ciò che ci distrugge: i Poteri e il Tempo. Mi tornano in mente le mie camere oscure a Helsingborg e a Berlino, quella paradossale intimità quando si salva l’attimo nelle vasche di fissaggio. Persone sconosciute che improvvisamente dopo un incontro durato solo 1/60 di secondo, ti diventano conosciute e per la durata di tutta una vita entrano a far parte della galleria visiva della tua memoria.
Nell’atmosfera sommessa della camera oscura con le sedie usurate dal tempo, ci si riposa nell’eternità, con la sensazione che niente possa andare perduto, che tutto possa continuare ad esistere, che c’è speranza, se non altro nell’immagine.
Quanto è meraviglioso l’aspetto salvifico dell’arte fotografica in bianco e nero, lontano dalla perfezione tecnica delle immagini a colori e del mondo digitale: una sacralità simile a quella che si trova nelle chiese antiche alla periferia di Roma, un’unione con ciò che vi è di meglio in noi, il desiderio di condividere, la vicinanza con l’essere umano solo e sconosciuto, nostro fratello o sorella.
Quando si lascia ispirare dalla nave Paradise proveniente da Birka e la pone in relazione alla Stoccolma di oggi, ci troviamo di fronte ad un occhio che ci osserva come Fellini. Noi siamo di fronte a queste fotografie come i personaggi dell’infanzia in Amarcord e salutiamo indifesi il transatlantico Staden che è così lontano.
Dov’ è diretto? Chiede un bambino al papà. Lui si gratta il capo: Oslo, Shangai, Dubai, Mahagonny? È difficile saperlo: così tanti messaggi da decifrare, linguaggio interiore dell’essere umano, tutta la speranza condivisa, e poi la suadente corruzione della pubblicità.
Ma dappertutto questi occhi che ci guardano e poi il fotografo come occhio della città, l’otturatore come battito di ciglia dell’attimo: salvami!
Nei momenti felici il fotografo può impersonificare quello che Demogorgon, il principe dei demoni, raccomanda nel dramma lirico Prometheus Unbound di Percy Bisshe Shelley.

”To love, and bear, / to hope till Hope creates / From its own wreck / the thing it contemplates.” 

Ulf Peter Hallberg

Joakim Kocjancic nasce a Milano nel 1975. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze e Carrara (1998-2002), vive e lavora in diverse città europee (2003-2004) e consegue un Master di Fotogiornalismo alla London College of Communication di Londra (2005).
Nel 2006 si stabilisce a Stoccolma. Da allora ha fatto diverse mostre, l’ultima a settembre alla Galleri Kontrast con la serie Stockholm Paradise. Il mondo in bianco e nero di Kocjancic trova le sue radici nella fotografia di strada con riferimenti alla tradizione americana, giapponese e ovviamente al neorealismo italiano.
Dal 2009 è membro dell’agenzia fotografica Linkimage. E’ stato selezionato due volte al Foto Festival di Roma.
Nel 2010 vince in Svezia il premio per la migliore fotografia in b/n. Negli ultimi anni ha collaborato con Anders Petersen come suo copista e quattro stampe dalla serie SOHO sono state esposte dalla Gun Gallery al Paris Photo nel novembre del 2012.

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