Dieci fotografi di fronte allo stesso soggetto
producono dieci immagini diverse.
Infatti, se è vero che la fotografia traduce il reale,
esso si rivela secondo l’occhio di chi guarda.
Gisele Freund

 

La frase di Gisele Freund riassume perfettamente quello che ho pensato quando ho sognato per la prima volta La Biblioteca dell’immagine: un luogo aperto e accogliente, un luogo in cui andare alla scoperta dei più grandi maestri della fotografia, incontrarli e confrontarsi con loro. Un luogo vivo di tutela e memoria della fotografia, della sua storia e della sua ricchezza. 

Oggi iniziamo un percorso che vorremmo si concludesse nel più breve tempo possibile per costituire la Biblioteca dell’immagine, un luogo fisico che avrà sede a Milano e che intende diventare la più importante biblioteca specializzata di fotografia in Italia.

Un luogo aperto a tutti ai fotografi, agli studiosi, a tutti gli appassionati di fotografia. Ma anche a ragazzi e bambini. Saranno loro a inventare il mondo di domani, guardando quello che gli lasceremo in eredità.

Per questo la Biblioteca dell’immagine
• accoglierà un catalogo iniziale di oltre 6.000 titoli dagli anni ’40 a oggi, sempre consultabili, che si arricchirà giorno dopo giorno con riviste, filmati e altri preziosi materiali;
• ospiterà incontri con gli autori, percorsi didattici di approfondimento e gruppi di lettura;
• sarà un laboratorio aperto di condivisione dei saperi sulla fotografia.

La biblioteca dell’immagine è un luogo necessario per guardare insieme al futuro e immaginarlo senza dimenticare il passato. Un luogo che ancora manca a Milano e all’Italia.

COSTRUIAMOLO INSIEME!
AIUTAMI CON UNA DONAZIONE A REALIZZARE QUESTO SOGNO, puoi sostenere il progetto su Rete del Dono cliccando direttamente qui.

Grazie per il tuo importante sostegno,

Roberto Koch
Presidente Fondazione Forma per la Fotografia 


 

Dopo qualche mese d’interruzione, e continuando quello che è stato realizzato in oltre dieci anni di attività, riaprono gli spazi di Forma Meravigli. Si prosegue, e anzi si intensifica, tutto quello che ha sempre contraddistinto l’attenzione di Forma verso la fotografia: proposte espositive, corsi di formazione e didattica, incontri con gli autori, proiezioni, proposte editoriali e in più una speciale attenzione al mondo del collezionismo. Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano MonzaBrianza Lodi e Contrasto. 

Il primo appuntamento, una straordinaria selezione di fotografie di Mario Giacomelli in collaborazione con l’Archivio Giacomelli di Senigallia, sarà a ingresso gratuito. 

Venite a brindare con noi e a scoprire le iniziative di Forma per il periodo 2018/2019 

 

MARIO GIACOMELLI: DA UN CAOS ALL’ALTRO 

Paesaggi e fotografie astratte 

in collaborazione con l’Archivio Giacomelli  

La mostra sarà aperta fino a domenica 6 gennaio 2019 

 

La mostra propone e mette in relazione le straordinarie immagini del paesaggio marchigiano, che per tutta la vita Giacomelli  

non si è mai stancato di fotografare, con una scelta delle sue immagini astratte, dove il rapporto tra le figure nere e il bianco si fa attesa drammatica, corposa, lirica. La tensione verso l’astratto e l’attenzione verso il territorio si specchiano uno nell’altro nella fotografia di Giacomelli. 

 

Mario Giacomelli: da un caos all’altro

La mostra sarà aperta fino a domenica 6 gennaio 2019

 

da mercoledì a domenica: 11 – 20
lunedì, martedì

 

Lo spazio espositivo rimarrà chiuso

nelle giornate:

24, 25, 26, 31 dicembre e 1° gennaio

Ingresso gratuito 

 

Forma Meravigli 

Via Meravigli 5 

20123 Milano 

0258118067 

www.formafoto.it 

Twitter @formafoto 

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Instagram Fondazione Forma per la Fotografia 

 

Ufficio Stampa Forma 

Laura Bianconi 

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Ufficio Stampa Camera di Commercio 

ufficio.stampa@mi.camcom.it 

02 8515.5224/98 

 

 

 

 

 

 

 

Sono oltre 1.500 i fotografi, professioni e non, che hanno partecipato all’Open Call MilanoMeravigli, che nel corso di un anno ha premiato gli scatti migliori dedicati a Milano. Un premio fotografico promosso da Fondazione Forma e G.R.I.N, con il sostegno di Fondazione Cariplo, il patrocinio del Comune di Milano e la collaborazione della Camera di Commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi.

Il premio è stato voluto e pensato a partecipazione libera e aperto a tutti i fotografi, senza alcuna limitazione di età o nazionalità, l’unica regola era che Milano fosse il soggetto principale delle fotografie presentate.Scelte da esperti del settore e da figure eminenti  della città, le immagini premiate hanno avuto un riconoscimento economico pari a 1.000 euro e sono state esposte, in grande formato, nelle vetrate di Forma della Galleria Meravigli diventando un nuovo landmark della città.

 

Francesco Falciola, vincitore Open Call 1

Martino Lombezzi, vincitore Open Call 2

Laura Zulian, vincitore Open Call 3

Jacques Pion, vincitore Open Call 4

 

Infine, il tumblr di MilanoMeravigli raccoglie tutte le fotografie inviate dall’apertura del concorso, con l’obiettivo di creare un archivio online dedicato all’immagine della città di Milano, in modo che l’eccezionale materiale fotografico pervenuto, oltre 3.000 i mmagini, non vada perduto e che sia consultabile e visionabile liberamente dal pubblico.

 

#MilanoMeravigli
#ConFondazioneCariplo

http://milanomeravigli.formafoto.it/

CREARE UN PROGETTO DI FOTOGRAFIA DOCUMENTARIA:

WORKSHOP CON GIULIA TORNARI

 

L’obiettivo del workshop è analizzare la costruzione di un progetto di fotografia documentaria. Gli studenti che frequentano il seminario sono invitati a portare i propri progetti in corso: saranno esaminati durante la lezione e sottoposti a consigli utili per il loro sviluppo.

Dalla ricerca delle fonti iconografiche e giornalistiche alla composizione del progetto e alla ricerca di borse di studio e finanziamenti; dalla produzione e realizzazione del materiali (sia video che fotografici) sul campo alla modifica; dalla distribuzione del materiale attraverso vari canali (industria editoriale, festival etc) alla ricerca di partnership culturali ed economiche per produrre una mostra e un libro. Verranno presentati case history di progetti realizzati.

Il workshop con Giulia Tornari rientra nel programma Transeurope che, all’inizio del 2018 e per tre mesi, promuoverà una serie di workshop e letture portfolio con la collaborazione dei più importanti centri internazionali europei di fotografia. Ogni workshop avrà la durata di un giorno, con un’iscrizione di 20 euro, e sarà l’occasione per un confronto con i professionisti del mestiere e per un proficuo momento di confronto e di studio, di scambio di conoscenze. Il programma è realizzato da tre istituzioni europee con una solida esperienza nella promozione della fotografia e delle arti visive internazionali: Fundación Contemporánea (Spagna), The Finnish Museum of Photography (Finlandia) e Euromare (Grecia). Insieme, vantano un’ampia esperienza nel campo della fotografia. Tutti i partner offrono numerose attività per un pubblico eterogeneo, sempre più interessato alla fotografia. Inoltre, Finlandia, Grecia e Spagna sono paesi che, grazie alla loro posizione geografica al confine con i paesi europei e non europei, sono perfettamente posizionati per promuovere il dialogo e fungere da punto di ingresso o di uscita per l’Europa.

Posti disponibili: 16
Dove: Forma Meravigli, via Meravigli 5
Quando: sabato 27 gennaio, dalle ore 9 alle 17
Iscrizione: 20 euro

Per iscrizionI: www.transeurope.eu

 

Giulia Tornari
Dal 2005 è editor di Contrasto dove coordina lo staff dei fotografi e ne cura i progetti, molti dei quali hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. È inoltre responsabile delle relazioni con le testate nazionali e internazionali. Attualmente insegna presso l’Istituto Europeo di Design di Roma. È il direttore di Zona, un’associazione che sviluppa progetti su temi sociali in collaborazione con ONG, organizzazioni internazionali, istituzioni pubbliche e private, università e fondazioni. Supporta la creazione, lo sviluppo e la produzione di progetti a lungo termine dedicati a una comprensione più profonda delle questioni attuali. Aiuta e sostiene professionisti che interpretano le realtà che ci circondano. Coinvolge il pubblico, in generale, su temi relativi agli eventi in corso attraverso mostre, pubblicazioni, conferenze e nuovi media. www.zona.org

 

 

Milano è senza dubbio la città italiana che più sta cambiando negli ultimi anni. Cresce, si alza, dona a chi la vive nuovi spazi, nuove strade, nuove piazze, si sovrappone alla Milano che fu. E’ una città nuova con il suo skyline: grattacieli che si ergono sui vecchi, sempre bellissimi, palazzi di un tempo. Parlare, scrivere, raccontare questo cambiamento non è sempre facile perché si rischia di dire troppo o troppo poco. Poi ci sono le fotografie di Martino Lombezzi: rigorose, pulite, impeccabili, affascinanti. Sintesi perfette di quello che sta accadendo: la Milano verticale che si innesta su quella orizzontale. Tutto riassunto in un’unica inquadratura. Essenziale, piena, ma non eccessiva. Questa è Milano, la nuova Milano e la forza di questa immagine è evidente. Non serve altro. E’ una fotografia potente che racconta con un linguaggio forte a cui non servono le parole. Basta guardare per capire che città è stata, che città è e che città vuole essere.

Milanomeravigli è un premio fotografico dedicato alla città di Milano, la città in una foto. Ecco perché sarebbe stato impossibile non premiare questa immagine di Martino Lombezzi.

La sua didascalia dovrebbe recitare semplicemente: Milano.

Con queste motivazioni la giuria, composta da Giuseppe Di Piazza, giornalista, Sergio Rossi, Vice segretario generale della Camera di Commercio di Milano, Alessandra Mauro, Direttore artistico di Fondazione Forma per la Fotografia, Serena Prinza, G.R.I.N. (Gruppo Redattori Iconografici Nazionali) e Francesco Falciola, vincitore della prima call di MilanoMeravigli, ha premiato il lavoro di Martino Lombezzi.



 
Spray chimici proteggono un vigile del fuoco dal calore delle fiamme. Kuwait, 1991
© Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto

Acquista il biglietto online qui


PROSSIMI EVENTI | giovedì 22 febbraio – 1, 8 e 15 marzo
visite guidate e proeiezione del film “Il sale della terra”.

La visita e la proiezione sono gratuite con il biglietto di ingresso intero alla mostra, prenotazione obbligatoria.
Info e iscrizioni: scuola@formafoto.it

 

“Non ho mai visto, né prima né dopo quel momento, un disastro innaturale così enorme.”
Sebastião Salgado

Venerdì 20 ottobre alle 11.30 inaugura a Forma Meravigli, per la prima volta a livello internazionale, la mostra “Kuwait. Un deserto in fiamme” di Sebastião Salgado.

L’esposizione, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata in collaborazione con Amazonas Images, e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Era il 1991 e la crisi in Medio Oriente e la Guerra del Golfo erano al centro del dibattito mondiale. Quando in Kuwait i soldati iracheni incendiarono oltre 600 pozzi di petrolio per ostacolare l’avanzata della coalizione militare guidata dagli statunitensi, Salgado fu tra i primi fotografi a intuire la reale portata e la gravità di questa situazione.

La guerra si era conclusa da solo un mese e nelle fotografie di Salgado ritroviamo vivido il paesaggio infernale che stava letteralmente bruciando davanti ai suoi occhi. Era in corso un disastro ambientale e decise di documentarlo seguendo l’operato dei vigili del fuoco e dei tecnici specializzati chiamati da tutto il mondo per limitare i danni e arginare le perdite.

Trentaquattro immagini di grande formato in un allestimento di grande impatto saranno esposte per la prima volta a Forma Meravigli: il bianco e nero tipico del fotografo brasiliano racconta di una luce apocalittica causata dal contrasto dei pozzi in fiamme e dalla coltre scura di petrolio che copriva il deserto, le persone e le cose. Gli occhi increduli e stanchi dei vigili del fuoco, lo sforzo fisico nel cercare di domare le fiamme, il fumo divagante: nei ricordi e nelle impressioni di Salgado, “era come affrontare la fine del mondo, un mondo intriso di nero e di morte”.

Passati 25 anni da quella tragedia, Sebastião Salgado ha sentito che il suo lavoro non fosse ancora del tutto completo e ha deciso infatti di tornare su queste fotografie, oggi ancora attuali, e di ampliarne la selezione arricchendola di immagini inedite.
In mostra a Forma Meravigli c’è il frutto di questa sua nuova sistemazione, un reportage che è un monito per il presente e il futuro, per non dimenticare i drammi del passato.
Kuwait al pari di Genesi, La mano dell’uomo, In cammino e Ritratti di bambini in cammino, è un importantissimo documento di storia moderna e una straordinaria opera fotografica.

Contrasto ha recentemente pubblicato l’autobiografia del fotografo, Dalla mia Terra alla Terra e gli altri libri Profumo di sogno. Viaggio nel mondo del caffè e Altre Americhe.

Sebastião Ribeiro Salgado nasce l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile. A 16 anni si trasferisce nella vicina Vitoria, dove finisce le scuole superiori e intraprende gli studi universitari. Nel 1967 sposa Lélia Deluiz Wanick. Dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si trasferiscono prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião lavora come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 torna insieme alla moglie a Parigi per intraprendere la carriera di fotografo. Lavorando prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia la agenzia Amzonas Images, Sebastião viaggia molto, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Queste immagini confluiscono nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti. Prima documenta la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo, (Contrasto, 1994) e nelle mostre che ne accompagnano l’uscita (presentata in 7 diverse città italiane). Quindi documenta l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche i migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo: In cammino e Ritratti di bambini in cammino. (Contrasto, 2000). Grandi mostre itineranti (A Roma alle Scuderie del Quirinale e poi a Milano all’Arengario di Palazzo Reale) accompagnano anche in questo caso l’uscita dei libri. Lélia e Sebastião hanno creato nello stato di Minas Gerais in Brasile l’Instituto Terra che ha riconvertito alla foresta equatoriale – che era a rischio di sparizione – una larga area in cui sino stati piantati decine di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire. L’Instituto Terra è una delle più efficaci realizzazioni pratiche al mondo di rinnovamento del territorio naturale ed è diventata un centro molto importante per la vita culturale della città di Aimorès. Genesi inizia come progetto nel 2003 e, dopo nove anni di lavoro, dal 2013 è stato esposto nei più importanti musei di tutto il mondo. Dal 18 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018 Genesì sarà esposta al PAN di Napoli.

 

In occasione dell’ultimo mese di apertura di “Kuwait.Un deserto in fiamme”, Forma Meravigli propone 4 serate dedicate a Sebastião Salgado: giovedì 22 febbraio – 1, 8 e 15 marzo ore 18.30.

Dal 22 febbraio, ogni giovedì sera, a partirte dalle ore 18.30, visita guidata gratuita alla mostra a cui seguirà la proiezione del film “IL SALE DELLA TERRA” diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado.

La visita e la proiezione sono gratuite con il biglietto di ingresso intero alla mostra, prenotazione obbligatoria. Info e iscrizioni: scuola@formafoto.it


Kuwait. Un deserto in fiamme.
La mostra sarà aperta dalle17.00 di venerdì 20 ottobre 2017fino a domenica 18 marzo 2018Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Giovedì dalle 12.00 alle 23.00

Lunedì e martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

#SalgadoMilano

 

 
Ufficio Stampa Forma

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Appleby Horse Fair 2014

CARTELLA STAMPA —> http://bit.ly/ALTRESTORIE_ALTREVOCI

MERCOLEDì 27 SETTEMBRE ORE 18.30
PRESENTAZIONE DEL LIBRO “APPLEBY ” DI MATTIA ZOPPELLARO, INSIEME ALL’AUTORE INTERVIENE RENATA FERRI

GIOVEDì 5 OTTOBRE ORE 18.30
PRESENTAZIONE DEL LIBRO “PACO” DI VALERIO BISPURI, INSIEME ALL’AUTORE INTERVIENE ROBERTO KOCH

Mercoledì 13 settembre alle 18.30 inaugura, presso Forma Meravigli, la mostra Altre storie, altre voci. Fotografie di Valerio Bispuri e Mattia Zoppellaro.

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Due autori molto diversi; due storie molto differenti. Storie e volti che vengono da mondi distanti, come l’Irlanda dei Travellers, le comunità nomadi irlandesi e il Sud America della nuova devastante droga, il paco, e che proprio nella distanza trovano la loro forza: abbastanza lontano per poterle comprendere; sufficientemente vicino per sentirle e riuscire a raccontarle.

Entrambi i progetti sono il frutto di un lungo lavoro fatto nel tempo, negli anni, e sia Paco che Appleby sono arrivati a compimento proprio in questi mesi, con un libro da poco pubblicato che ne testimonia la forza.

La mostra di Forma vuole dare spazio a questi progetti e raccoglierne il filo narrativo. Le testimonianze di Valerio Bispuri e Mattia Zoppellaro fanno conoscere al pubblico, ognuno attraverso il proprio stile, visioni che non appartengono al nostro quotidiano e che proprio per questo rappresentano una occasione unica di incontro.

 

Valerio Bispuri, già autore di Encerrados – sulle prigioni del Sud America, ha dedicato a Paco quattordici anni di ricerca. Il progetto prende il nome da una droga estremamente nociva che sta distruggendo molte giovani vite e che è ottenuta con gli scarti della lavorazione della cocaina miscelati a cherosene, colla, veleno per topi o polvere di vetro. Bispuri è entrato in questo inferno di morti viventi per raccontare la sofferenza e la vita nei ghetti periferici, viaggiando tra Argentina, Brasile, Perù, Colombia e Paraguay e condividendo la quotidianità̀ dei consumatori di paco.

Bendato per non riconoscere i luoghi in cui si muoveva, il fotografo è riuscito a farsi accompagnare nelle “cucine della droga” dove il paco viene creato. Ha potuto seguire le vite distrutte dei consumatori di questa droga e le loro famiglie da vicino, ritraendoli nelle sue immagini dal grande impatto emotivo e narrativo.

 

Con Appleby, Mattia Zoppellaro presenta per la prima volta al pubblico il suo straordinario lavoro, durato quattro anni, dedicato alla cultura nomade irlandese.

Il progetto prende il nome da una fiera di cavalli che si tiene annualmente nella regione della Cumbria inglese: ogni primo giovedì di giugno, la fiera attira tra i 10.000 e i 15.000 tra rom, gipsy e Irish travellers da tutto il Regno Unito che si incontrano per comprare e vendere cavalli, ritrovare vecchi amici e parenti e celebrare la loro cultura.

Affascinato dal forte senso di appartenenza di questa comunità, Zoppellaro ha realizzato un vero e proprio studio antropologico. Nelle sue fotografie dai colori vividi emerge l’orgoglio di chi ha voluto mantenere intatte le proprie tradizioni culturali nonostante le difficoltà e l’emarginazione.

 

Paco: a drug story e Appleby sono accompagnati da due libri omonimi editi da Contrasto.

 

 

Valerio Bispuri, nato a Roma nel 1971, dopo la laurea in Lettere si dedica alla fotografia. Fotoreporter professionista dal 2001, collabora con numerose riviste italiane e straniere. Accanto a reportage fotografici sui Rom e sulla realtà LGBT, per dieci anni lavora al progetto Encerrados, sulla vita in 74 carceri maschilie femminili nei paesi sudamericani. Esposto al festival Visa pour l’Image di Perpignan, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, all’Università di Ginevra, al Browse Festival di Berlino, al Bronx Documentary Center di New York, nel 2015 Encerrados diventa un libro edito da Contrasto. Nel 2017, dopo oltre 14 anni, conclude un altro progetto che denuncia la diffusione e gli effetti della nuova droga chiamata paco che, prima di diventare un libro, viene parzialmente esposto a Istanbul dalla Croce Verde Interazionale e al festival Visa pour l’Image di Perpignan 2016. Encerrados e Paco sono stati pubblicati sulla stampa internazionale e hanno raccolto importanti premi tra cui il Sony World Photography Awards, il Picture of the Year, il Days Japan International Photojournalism Awards e il Picture of the Yearper America Latina. Attualmente Bispuri lavora ad altri tre progetti a lungo termine, dedicati rispettivamente agli istituti penitenziari italiani, alle donne vittime della tratta in Argentina e alla realtà dei sordomuti.

 

Mattia Zoppellaro e’ nato a Rovigo nel 1977. Dopo una breve esperienza nel mondo del cinema come assistente di Carlo Mazzacurati, nel 2001 consegue il diploma in fotografia allo IED di Milano. Dopo un periodo di 2 anni presso il dipartimento di fotografia di Fabrica, nel 2003 si trasferisce in Inghilterra, dove collabora con varie riviste musicali ed etichette discografiche. Realizza inoltre diversi reportage sociali (Gypsies Irlandesi, Homeless di Hackney, Prigioni di Massima Sicurezza del Nord-Est) di costume (Cerimonie Religiose nel Meridione, Fiera del Sesso) e sui movimenti giovanili (Rave Parties Europei, Punk Messicani, Scena Hip Hop di Dakar). Attualmente vive tra Milano e Londra. Tra I personaggi da lui scattati troviamo Lou Reed, Patti Smith, Giulio Andreotti, Giorgio Armani, U2, Usain Bolt, Noel Gallagher, Dario Argento, Iggy Pop, James Franco, Vasco Rossi, Depeche Mode, Wes Anderson, e molte altre star. Il suo lavoro e’ stato pubblicato su Rolling Stone, Sunday Times Magazine, El Pais Semanal, Financial Times Weekend, D e Velvet di Repubblica, Max, Mojo, NME, L’Espresso, Io Donna, Vanity Fair, GQ, Les Inrockuptibles, Colors, Icon.

 

 

Altre storie, altre voci.

Dal 14 settembre al 8 ottobre 2017

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Lunedì e martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

 

 
   
Ufficio Stampa Forma

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Ufficio Stampa Camera di Commercio

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MILANOMERAVIGLI

La città in una foto.

Regolamento completo e iscrizione:

http://milanomeravigli.formafoto.it/

Francesco Falciola, Le colonne di San Lorenzo, aprile 2017

Il vincitore della Open Call 1 è Francesco Falciola. La sua fotografia delle Colonne di San Lorenzo è affiancata a una foto storica di Gianni Berengo Gardin.

MilanoMeravigli è una open call permanente che in quattro sessioni premierà ogni volta la foto che meglio racconta la città di Milano. Il premio è a partecipazione libera e aperto a tutti i fotografi, senza alcuna limitazione di età o nazionalità. Le immagini potranno essere inedite o già esistenti; l’unica regola è che Milano sia il soggetto principale.

Scelte da una giuria formata da esperti del settore e da figure eminenti della città, le quattro fotografie premiate avranno un riconoscimento economico pari a 1.000€ e verranno esposte in grande formato nelle vetrate di Forma Meravigli della Galleria Meravigli. Al termine dell’esposizione, la stampa realizzata verrà consegnata all’autore.
L’allestimento sarà poi completato dalle fotografie storiche della città realizzate dai maestri della fotografia che durante loro carriera hanno raccontato visivamente Milano nelle sue diverse fasi.

  • Open Call 2 | Premiazione a settembre 2017 | Iscrizione entro il 31/08/2017
  • Open Call 3 | Premiazione a novembre 2017 | Iscrizione entro il 10/10/2017
  • Open Call 4 | Premiazione a gennaio 2018 | Iscrizione entro il 10/12/2017

Giuria Open Call 2
Giuseppe Di Piazza – Fotografo e giornalista del Corriere della Sera e di Sette
Sergio Rossi – Camera di Commercio di Milano
Alessandra Mauro – Fondazione Forma per la Fotograf
Serena Prinza – G.R. I. N. Gruppo redattori iconografici nazionale
Francesco Falciola – Vincitore della Open Call 1 di MilanoMeravi

Le proposte di partecipazione devono includere:

  • da 1 a un massimo di 3 immagini digitali (a colori o in bianco e nero):
    • in formato jpg, risoluzione 72 dpi, con lato corto di minimo 1080 pixel;
    • di peso massimo di 3 MB ciascuna;
    • i file devono essere accompagnati da didascalia, tramite la compilazione degli appositi campi corrispondenti.
  • Una breve biografia del fotografo
  • Un testo di presentazione del lavoroogePer to è stato realizzato con Fondazione Cariplo, tra le realtà filantropiche più importanti del mondo con oltre 1000 progetti sostenuti ogni anno per 144 milioni di euro e grandi

 

Per informazioni

info@formafoto.it

 

Il progetto è stato realizzato con Fondazione Cariplo, tra le realtà filantropiche più importanti del mondo con oltre 1000 progetti sostenuti ogni anno per 144 milioni di euro e grandi sfide per il futuro. Giovani, benessere e comunità le tre le parole chiave che ispirano oggi l’attività della fondazione. “Dalla coesione tra le persone parte la nostra piccola rivoluzione – Giuseppe Guzzetti, Presidente – perchè ciascuno dia il proprio contributo per fondare il futuro della nostra società su quei principi di solidarietà e di innovazione sociale che sono alla base dell’operato di Fondazione Cariplo” #conFondazioneCariplo.
#MilanoMeravigli
#ConFondazioneCariplo

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INVITO 9 GIUGNO SCIANNA

 

Ferdinando Scianna incontra il pubblico in occasione della sua grande mostra “Istanti di luoghi”.
Presso Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana
Piazza degli Affari, 6
Milano

In esposizione, a Forma Meravigli (via Meravigli,5), una selezione di oltre 50 fotografie in bianco e nero dedicate al paesaggio con un racconto per immagini che abbraccia tutto il mondo: dalla sua Sicilia alla Costa D’Avorio, dalla Val Padana al Sudamerica dal cuore dell’Europa alla Russia.
Istanti di luoghi è come un album di famiglia raccolto da Ferdinando Scianna che per mezzo secolo ha usato l’obiettivo per guardare, incontrare e tentare di raccontare il mondo.

È impossibile racchiudere in un’unica definizione il percorso di Ferdinando Scianna, primo fotografo italiano membro della prestigiosa agenzia Magnum, non è tuttavia un fotogiornalista puro, né può essere considerato un ritrattista, un fotografo di moda o tantomeno un paesaggista.

Istanti di luoghi, mostra ma anche libro, è frutto di uno sguardo all’interno dell’immensa produzione fotografica di Ferdinando Scianna, dove le fotografie di paesaggio sono una presenza costante fin dai primi anni della sua carriera.

Sono i luoghi che ha incontrato durante la sua vita i protagonisti del suo lavoro, luoghi incontrati, non cercati, non monumenti o attrazioni turistiche, ma spazi dove il fotografo ha potuto riconoscersi siano essi vedute desertiche, la vista intima sul mare da una finestra aperta o lo scorcio di una metropoli.

E’ caldamente consigliato di visitare la mostra prima dell’incontro con l’autore.

 

Ferdinando Scianna nasce a Bagheria in Sicilia, nel 1943. Comincia a fotografare negli anni ’60, mentre frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia all’ Università di Palermo. In questo periodo fotografa, in modo sistematico, la sua terra, la sua gente, le sue feste. Nel 1965 esce il volume Feste Religiose in Sicilia, con un saggio di Leonardo Sciascia: ha così inizio una lunga collaborazione e amicizia tra Scianna e lo scrittore siciliano. Pochi anni più tardi, nel 1967, si trasferisce a Milano, lavora per L’Europeo, e poi come corrispondente da Parigi, citta in cui vivrà per dieci anni. Nel 1977 pubblica in Francia Les Siciliens (Denoel), con testi di Domenique Fernandez e Leonardo Sciascia, e in Italia La villa dei mostri, sempre con un’introduzione di Sciascia. A Parigi scrive per Le Monde Diplomatique e La Quinzaine Litteraire e soprattutto conosce Henri Cartier-Bresson, Ie cui opere lo avevano influenzato fin dalla gioventù. Il grande fotografo lo introdurrà nel 1982, come primo italiano, nella prestigiosa agenzia Magnum. Dal 1987 alterna al reportage la fotografia di moda riscuotendo un successo internazionale. È autore di numerosi libri fotografici e svolge da anni un’attività critica e giornalistica; ha pubblicato moltissimi articoli su temi relativi alla fotografia e alla comunicazione per immagini in generale. Gli ultimi libri pubblicati con Contrasto sono Ti mangio con gli occhi (2013), Visti&Scritti (2014), Obiettivo ambiguo (2015) e In gioco (2016).

 

Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria: info@formafoto.it

 

INVITO 7 GIUGNO

MILANOMERAVIGLI

La città in una foto.

Regolamento completo e iscrizione:

http://milanomeravigli.formafoto.it/

Adobe Photoshop PDF

Io vivo in questa città.

Amo questa città come si può amare qualcuno a cui ci lega un vecchio rapporto di familiarità e di amicizia. È la città nella quale sono cresciuto. Ha dato forma anche alle mie passioni, alle mie speranze, alle mie angosce.

Gabriele Basilico

Fin dalla sua apertura, Forma Meravigli è stato pensato come luogo di incontro, di dialogo e di osservazione tra la cultura visiva e la città di Milano e mai come in questi anni la fotografia sembra essere il linguaggio privilegiato per osservare i cambiamenti, le criticità e le eccellenze del tessuto urbano e della sua vita. In questo senso il lavoro di Gabriele Basilico e il suo rapporto di intensa e partecipata osservazione della città è stato una delle ispirazioni del lavoro di Forma.

Ecco perché è nata un’iniziativa come MilanoMeravigli: premiare l’eccellenza fotografica, rendere omaggio alla città e favorire il confronto con chi la vive ogni giorno.

MilanoMeravigli è una open call permanente che in quattro sessioni, da maggio a febbraio 2018, premierà ogni volta la foto che meglio racconta la città. Il premio è a partecipazione libera e aperto a tutti i fotografi, senza alcuna limitazione di età o nazionalità. Le immagini potranno essere inedite o già esistenti; l’unica regola è che Milano sia il soggetto principale.

Scelte da una giuria formata da esperti del settore e da figure eminenti della città, le quattro fotografie premiate avranno un riconoscimento economico e verranno esposte, in grande formato, nelle vetrate di Forma della Galleria Meravigli diventando, per due mesi, un nuovo landmark del tessuto cittadino.

La fruizione dell’opera creerà un inedito dialogo tra dentro e fuori, tra privato e pubblico, rivolgendosi non solo agli appassionati di fotografia ma anche ai passanti e ai turisti che quotidianamente transitano nella galleria, tipico esempio di liberty milanese.

L’allestimento sarà poi completato dalle immagini storiche della città realizzate dai maestri della fotografia che durante loro carriera hanno raccontato visivamente Milano nelle sue diverse fasi.

Il primo appuntamento è per mercoledì 10 maggio, data di apertura della prima call, con un omaggio importante e doveroso a Gabriele Basilico: in esposizione una sua suggestiva veduta di Milano e di piazza Duomo.

Il progetto è stato realizzato con Fondazione Cariplo, tra le realtà filantropiche più importanti del mondo con oltre 1000 progetti sostenuti ogni anno per 144 milioni di euro e grandi sfide per il futuro. Giovani, benessere e comunità le tre parole chiave che ispirano oggi l’attività della fondazione. “Dalla coesione tra le persone parte la nostra piccola rivoluzione – Giuseppe Guzzetti, Presidente – perché ciascuno dia il proprio contributo per fondare il futuro della nostra società su quei principi di solidarietà e di innovazione sociale che sono alla base dell’operato di Fondazione Cariplo” #conFondazioneCariplo.

Coltivo l’illusione e la speranza che la disponibilità a osservare e ad accettare la condizione urbana contemporanea possa essere un buon punto di partenza per immaginare una città e un futuro migliori.

Gabriele Basilico

#MilanoMeravigli

#ConFondazioneCariplo

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Open Call 1 | luglio 2017, entro il 10/06/2017

Open Call 2 | settembre 2017, entro il 10/07/2017

Open Call 3 | novembre 2017, entro il 10/10/2017

Open Call 4 | gennaio 2018, entro il 10/12/2017

 

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Prossimamente a Forma Meravigli

ISTANTI DI LUOGHI DI FERDINANDO SCIANNA

Bolivia, 1986

Bolivia, 1986

 

ISTANTI DI LUOGHI

Fotografie di Ferdinando Scianna

Cartella stampa http://bit.ly/IstantiDiLuoghi

 

 

Ho sempre pensato che io faccio fotografie perché il mondo è lì, non che il mondo è lì perché io ne faccia fotografie.

Ferdinando Scianna

 

 

Giovedì 20 aprile alle 18.30 inaugura, presso le sale di Forma Meravigli, la mostra Istanti di luoghi di Ferdinando Scianna a cura di Alessandra Mauro.

 

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

 

 

Per la prima volta dopo anni a Milano una nuova grande mostra dedicata alle fotografie di Ferdinando Scianna.

In esposizione a Forma Meravigli una selezione di oltre 50 fotografie in bianco e nero dedicate al paesaggio con un racconto per immagini che abbraccia tutto il mondo: dalla sua Sicilia alla Costa D’Avorio, dalla Val Padana al Sudamerica dal cuore dell’Europa alla Russia.

Istanti di luoghi è come un album di famiglia raccolto da Ferdinando Scianna che per mezzo secolo ha usato l’obiettivo per guardare, incontrare e tentare di raccontare il mondo.

È impossibile racchiudere in un’unica definizione il percorso di Ferdinando Scianna, primo fotografo italiano membro della prestigiosa agenzia Magnum, non è tuttavia un fotogiornalista puro, né può essere considerato un ritrattista, un fotografo di moda o tantomeno un paesaggista.

Istanti di luoghi, mostra ma anche libro, è frutto di uno sguardo all’interno dell’immensa produzione fotografica di Ferdinando Scianna, dove le fotografie di paesaggio sono una presenza costante fin dai primi anni della sua carriera.

 

Sono i luoghi che ha incontrato durante la sua vita i protagonisti del suo lavoro, luoghi incontrati, non cercati, non monumenti o attrazioni turistiche, ma spazi dove il fotografo ha potuto riconoscersi siano essi vedute desertiche, la vista intima sul mare da una finestra aperta o lo scorcio di una metropoli.

 

La mostra di Forma Meravigli è arricchita da una sala dedicata ai libri di Ferdinando Scianna: Ritratto di un autore in 16 libri pubblicati (e alcuni mai realizzati).

Lo stesso autore ha affermato che il fare libri è da sempre l’obiettivo del suo fotografare, il pubblico avrà quindi la possibilità di scoprire la storia di alcuni dei titoli che hanno fatto la storia della fotografia italiana assieme all’occasione di poter vedere le maquette di alcuni mai pubblicati.

 

La mostra è accompagnata dal libro “Istanti di luoghi” edito da Contrasto.

Ferdinando Scianna nasce a Bagheria in Sicilia, nel 1943. Comincia a fotografare negli anni ’60, mentre frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia all’ Università di Palermo. In questo periodo fotografa, in modo sistematico, la sua terra, la sua gente, le sue feste. Nel 1965 esce il volume Feste Religiose in Sicilia, con un saggio di Leonardo Sciascia: ha così inizio una lunga collaborazione e amicizia tra Scianna e lo scrittore siciliano. Pochi anni più tardi, nel 1967, si trasferisce a Milano, lavora per L’Europeo, e poi come corrispondente da Parigi, citta in cui vivrà per dieci anni. Nel 1977 pubblica in Francia Les Siciliens (Denoel), con testi di Domenique Fernandez e Leonardo Sciascia, e in Italia La villa dei mostri, sempre con un’introduzione di Sciascia. A Parigi scrive per Le Monde Diplomatique e La Quinzaine Litteraire e soprattutto conosce Henri Cartier-Bresson, Ie cui opere lo avevano influenzato fin dalla gioventù. Il grande fotografo lo introdurrà nel 1982, come primo italiano, nella prestigiosa agenzia Magnum. Dal 1987 alterna al reportage la fotografia di moda riscuotendo un successo internazionale. È autore di numerosi libri fotografici e svolge da anni un’attività critica e giornalistica; ha pubblicato moltissimi articoli su temi relativi alla fotografia e alla comunicazione per immagini in generale. Gli ultimi libri pubblicati con Contrasto sono Ti mangio con gli occhi (2013), Visti&Scritti (2014), Obiettivo ambiguo (2015) e In gioco (2016).

 

Istanti di luoghi

Fino al 30 luglio 2017

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Lunedì e martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

#IstantiDiLuoghi

 

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Harraga

Fotografie di Giulio Piscitelli

Giovedì 23 febbraio alle 18.30 inaugura, presso le sale di Forma Meravigli, la mostra Harraga. Fotografie di Giulio Piscitelli a cura di Giulia Tornari.

Con questo lavoro Giulio Piscitelli ha vinto la 13esima edizione del Premio Amilcare G.Ponchielli, istituito dal GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale).

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

Harraga è il termine con cui, in dialetto marocchino e algerino, si definisce il migrante che viaggia senza documenti, che “brucia le frontiere”.

Le fotografie in mostra a Forma Meravigli sono frutto di un lungo progetto, iniziato nel 2010, che si articola in tre momenti fondamentali che corrispondono alle diverse fasi del reportage: dalle rotte africane verso l’Europa, passando per l’Italia e la Francia, fino ad arrivare alla rotta balcanica.

Giulio Piscitelli ha vissuto e sperimentato in prima persone il viaggio dei migranti che tentano di raggiungere il suolo europeo, ha condiviso con loro lo sfinimento fisico e mentale. È salito lui stesso su uno di quei barconi, ormai tragicamente famosi, che portano i migranti dalla Tunisia alle coste italiane.

In mostra un racconto per fotografie crudo ed empatico che va dalla documentazione delle enclave spagnole di Melilla, ai viaggi verso Lampedusa e la tragica realtà di sfruttamento di Castel Volturno e Rosarno, dall’attraversamento del deserto dei profughi del Corno d’Africa, ai siriani, iracheni e afghani che approdano sulle isole greche nella speranza di raggiungere l’Europa.

Grazie alla vittoria del Premio Ponchielli, Giulio Piscitelli ha potuto completare il suo lavoro in Iraq fotografando, nel dicembre 2016, la guerra per la liberazione dall’Isis della città di Mosul; nelle sale di Forma Meravigli il pubblico potrà vedere per la prima volta una selezione di questi scatti inediti.

La mostra è accompagnata dal libro “Harraga. In viaggio bruciando le frontiere” edito da Contrasto.

Giulio Piscitelli (Napoli, 1981), dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, si avvicina alla fotografia iniziando a collaborare con agenzie di news italiane e straniere. Dal 2010 lavora come freelance, realizzando reportage sull’attualità internazionale. I suoi lavori sono stati esposti al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, all’Angkor Photo Festival, al Visa pour l’Image, presso la War Photo Limited Gallery e la Hannemberg Gallery. A partire dal 2010 si è concentrato sulla crisi migratoria in Europa, producendo il lavoro da cui è tratto Harraga; contemporaneamente ha esteso il suo interesse fotogiornalistico alle crisi internazionali, documentando il colpo di stato in Egitto, la guerra in Siria, Iraq e Ucraina. I suoi lavori sono apparsi su quotidiani e riviste in Italia e all’estero, tra cui: Internazionale, New York Times, Espresso, Stern, Io donna, Newsweek, Vanity Fair, Time, La Stampa, Vrji. Attualmente Giulio Piscitelli vive a Napoli e il suo lavoro è rappresentato dall’agenzia Contrasto dal 2013.

 

Harraga

Fino al 26 marzo 2017

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Giovedì dalle 12.00 alle 23.00

Lunedì e martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

#Harraga

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LE MOTIVAZIONI DEL PREMIO PONCHIELLI 2016

 

Luca Dini direttore di Vanity Fair e Presidente della giuria della 13° edizione del Premio Ponchielli ha mandato al GRIN le motivazioni dei quattro premiati di quest’anno (un vincitore e tre menzionati ex aequo) insieme al suo discorso pronunciato nella serata della proclamazione dei risultati del Premio, ospitata a Forma Meravigli. E vogliamo condividerlo con tutti perché è una riflessione profonda e attuale sul valore del lavoro dei fotografi e dei photo editor.

 

“Quando sono diventato direttore, ormai dieci anni fa, una cosa sentivo dire: di quello che succede all’estero agli italiani non frega più niente.

Sono felice di poter dire che tutti i quattro premiati di questa sera vincono per un lavoro realizzato all’estero.

Sono felice di poter dire che tutti i quattro premiati di questa sera hanno lavorato e lavorano per Vanity Fair.

Sono felice di poter dire che ho guardato le foto senza sapere di chi erano, e ho scelto fotografi che hanno lavorato e lavorano per Vanity Fair. E comunque devo aggiungere che anche molti degli altri in concorso, la maggior parte direi, ha lavorato e lavora per Vanity Fair. Perché a Vanity Fair siamo orgogliosi di essere uno dei pochi giornali che ancora fa lavorare i fotoreporter.

Non ho avuto la fortuna di conoscere, se non incrociandolo nei corridoi di Rcs, Gianni Amilcare Ponchielli. Però vi sono grato per avermi voluto qui, stasera. Perché ho sempre considerato fondamentale il lavoro del photo editor. E colgo l’occasione per ringraziare la sorte di avermi messo in rotta di collisione con il photo editor migliore che c’è, Marco Finazzi.

L’esistenza dei quotidiani è messa in discussione da un’informazione digitale che rende sempre meno rilevante la capacità di dare una notizia la mattina.

Quello che salverà noi periodici è anche e proprio la fotografia, la capacità – che il digitale non ha ancora saputo eguagliare – di farti fermare, emozionare, identificare.

Identificare è la mia parola d’ordine. Detesto la stanca abitudine dei magazine italiani di comprare un bel reportage e scriverci sopra un testo a tavolino, che poco o niente ha a che vedere con quello che le immagini mostrano. Perché la fotografia salverà noi periodici. Ma ci salverà solo se avremo il coraggio di continuare a mandare in giro per il mondo giornalisti che scattano insieme a giornalisti che scrivono. Solo se avremo la voglia di far vedere il volto delle persone di cui raccontiamo le storie, e raccontare le storie delle persone di cui mostriamo il volto. Perché è vero che agli italiani, in astratto, non frega nulla di quello che succede all’estero, e anche in Italia. Ma gliene frega se scatta il meccanismo di identificazione. Se iniziano a pensare che quella persona potrebbe essere mia madre, mio figlio, mia sorella, mio cugino. Potrei essere io.

Giulio Piscitelli – che molto coerentemente stasera non è qui, perché non è questo il suo posto – ha scattato per noi uno dei lavori di cui sono più fiero. Un viaggio a ritroso sulla pista dei migranti. Da Lampedusa alla Libia al Sahara al Sudan all’Eritrea. Imma Vitelli ha raccontato storie pazzesche. Ma guardare negli occhi un profugo che pensava di essere condannato a morire nel Sahara, e che sta bevendo il primo sorso d’acqua da giorni, ha una forza che difficilmente a parole si può rendere.

Giulio Di Sturco – in assoluto quello che più ha lavorato per noi – è i nostri occhi sull’Asia. Ci ha aiutato a raccontare storie pazzesche. Molto spesso in coppia proprio con Imma Vitelli, ci ha portato a Milano il Tibet e il Bangladesh, la Birmania e la Thailandia e l’India e tanto altro ancora.

Gabriele Micalizzi ha fotografato per noi i senzatetto di Milano. E ha mostrato la stessa capacità di essere in presa diretta scattando in Libia foto sconvolgenti che ci mostrano come la guerra non avvenga negli hotel dove dormono i corrispondenti e gli inviati. Non a caso Andy Rocchelli era suo amico e socio.

E Simona Ghizzoni – di cui ricordo su Vanity Fair uno splendido reportage sulle donne maltrattate in Italia – è la dimostrazione vivente di come uno sguardo femminile sappia colorare di empatia e sensibilità diversa anche un mondo difficilissimo da raccontare, quello delle mutilazioni genitali.

Ringrazio il Gruppo Redattori Iconografici Nazionale per avermi voluto qui. Ringrazio tutti quelli che hanno collaborato e collaborano per rendere possibile il premio Amilcare Ponchielli.

Ne approfitto per ricordare Andy Rocchelli, e quelli che si sono sacrificati per portarci un pezzettino di mondo. Sono soprattutto loro che rendono degno il nostro lavoro”.

 

Milano, 26 ottobre 2016

 

 

 

 

logo_Grin

Il G.R.I.N., Gruppo Redattori Iconografici Nazionale, è nato nell’ottobre del 2002: una trentina di giornalisti e un numero ancor più consistente di operatori che si occupano di immagine nelle redazioni di giornali o di agenzie fotografiche si sono riuniti e si sono dati uno statuto allo scopo di essere riconosciuti come gruppo di specializzazione all’interno della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Obiettivi: essere un punto di riferimento per quanti si occupano di fotografia all’interno delle redazioni di giornali e periodici, creare occasioni costanti di aggiornamento culturale e professionale, arrivare a garantire la tutela sindacale per le figure dei redattori e dei ricercatori iconografici.

Fra le sue attività ha istituito il Premio Amilcare G. Ponchielli, dedicato al ricordo di uno dei primi photo editor italiani, che vuole essere un contributo per la realizzazione del miglior progetto di fotogiornalismo dell’anno. Il premio ha potuto essere attribuito grazie al sostegno fattivo di Epson, Pirelli, UniCredit, Seat PG, Fnac Italia,Galleria Bel Vedere e Faggiolati Pumps.

Nel 2016 il premio, giunto alla sua tredicesima edizione, continua a contribuire, nel corso del tempo, a sostenere e valorizzare il lavoro della giovane fotografia italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

invito 23 marzo Piscitelli - Forma Meravigli2

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John Berger e Jean Mohr

 Il settimo uomo

Una narrazione di immagini e parole

sull’esperienza dei lavoratori migranti in Europa

 

Dal 23 febbraio al 26 marzo 2017 a Forma Meravigli un piccolo omaggio editoriale dedicato a John Berger con quaranta riproduzioni tratte dal suo libro Il Settimo uomo.

Può succedere che un libro, a differenza dei suoi autori, ringiovanisca con il passare degli anni. Ho idea che sia successo a Il settimo uomo.

Con queste parole John Berger apriva la prefazione alla nuova e riveduta edizione del libro pubblicato negli anni Settanta con il fotografo e amico Jean Mohr. Il settimo uomo non solo raccontava il movimento migratorio in Europa e le conseguenze sociali, economiche e di costume di quegli anni, ma con la sua impaginazione così particolare, curata nei minimi dettagli dagli stessi autori, di fatto rivoluzionò il modo di intendere l’editoria fotografica.

 

Come continua Berger, “Il settimo uomo vuole mostrare come, nel corso degli anni Sessanta del secolo scorso, l’economia delle nazioni ricche d’Europa fosse diventata dipendente dalla manodopera di varie nazioni più povere”.

 

Il mostrare cui si riferisce Berger è fatto di immagini; quelle che, in anni di lavoro, di libri, di film, di trasmissioni televisive, lui ci ha insegnato a guardare, a interrogarci sempre sulla loro realtà e la loro rappresentazione. “A un certo punto, avevamo pensato di girare un film ma (forse per fortuna) non riuscimmo a raccogliere il denaro necessario. Perciò stabilimmo di fare un libro di istanti (registrati attraverso immagini o parole) organizzandoli in capitoli simili a sequenze cinematografiche”.

 

La novità de Il settimo uomo è dunque proprio questa: l’argomento è svolto in una serie di capitoli che, come sequenze, si susseguono in altrettanti frame cinematografici, dove ogni doppia pagina presenta una nuova inquadratura, una nuova combinazione visiva, una possibilità inaspettata di senso nata, appunto, dal dialogo incessante tra la parola e la fotografia.

 

Alla fine, come dice lo stesso Berger, il libro non diventa più un trattato di sociologia “ma piuttosto un piccolo libro di storie, una sequenza di istanti vissuti. Proprio come quelli che si trovano in un album di fotografie di famiglia”.

 

Dunque, questo particolare libro, a metà tra un pamphlet sociologico o economico, un manifesto politico e un album di famiglia, ci mostra separazioni, incontri, riconciliazioni, drammi, matrimoni, ritorni, felicità e disperazioni. Ma senza nessun tipo di semplificazione e nessun intento consolatorio.

Proprio per questo, a tanti anni di distanza, il libro continua a essere un album vivo.

 

“Oggi – conclude Berger – il libro viene ripubblicato e troverà nuovi lettori. Tra loro ci saranno nuovi migranti che all’epoca della sua prima edizione non erano ancora nati. Per loro sarà facile vedere che cosa è cambiato e che cosa non è cambiato. E riconosceranno l’eroismo, il rispetto di sé e la disperazione dei protagonisti, che sarebbero potuti essere i loro genitori. Riconoscerli, li aiuterà a farsi forza nei momenti di panico, e, in altri momenti, accrescerà il loro indomabile coraggio”.

 

 

Il settimo uomo è edito da Contrasto.

 

 

Harraga /Omaggio a John Berger
Fino al 26 marzo 2017

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Giovedì dalle 12.00 alle 23.00

Lunedì e martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

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LO SGUARDO DI JOHN BERGER

 

Maria Nadotti e Gianluigi Colin ricordano l’autore in occasione dell’uscita di

 

Il settimo uomo

 

2 marzo 2017 ore 18.30

Forma Meravigli

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Giovedì 2 marzo alle 18.30 Forma Meravigli renderà omaggio a John Berger con una serata dedicata al suo libro Il settimo uomo, appena pubblicato da Contrasto, e alla sua lunga attività di narratore nel corso della quale si è occupato a lungo di fotografia, riflettendo molto sulle tematiche legate alla visione. Lo sguardo di John Berger: a pochi mesi dalla scomparsa del grande autore, Maria Nadotti, che ha curato e tradotto il libro, e il giornalista Gianluigi Colin, discuteranno della grande eredità intellettuale che Berger ci ha lasciato concentrandosi soprattutto sui temi legati alla immigrazione e su quelli legati al “vedere”. Nel corso della serata saranno proiettati dei contributi video.

 

L’evento sarà presentato nella sala di Forma Meravigli che omaggia l’autore – dal 23 febbraio al 26 marzo 2017 – esponendo gli interni del volume Il settimo uomo (Contrasto, 2017), libro in cui i testi dell’autore dialogano con le fotografie in bianco e nero di Jean Mohr. Pubblicato per la prima volta quaranta anni fa, Il settimo uomo non solo raccontava il movimento migratorio in Europa e le conseguenze sociali, economiche e di costume di quegli anni, ma con la sua impaginazione così particolare, curata nei minimi dettagli dagli stessi autori, di fatto rivoluzionò il modo di intendere l’editoria fotografica.

 

Come il libro Capire una fotografia (Contrasto, 2014), anche la nuova edizione de Il settimo uomo è curato da Maria Nadotti e vanta una indita introduzione dell’autore e una testimonianza del medico di Lampedusa, dott. Pietro Bartolo.

Il titolo fa riferimento al fatto che, proprio a partire dagli anni Settanta, nelle nazioni industrializzate come la Germania e la Gran Bretagna, un lavoratore su sette era immigrato e proveniva da Paesi più arretrati come Portogallo, Irlanda, Turchia, Grecia, Italia tra gli altri. Tra la narrazione e l’intuizione filosofica, John Berger, uno dei più acuti studiosi dei fenomeni sociali e culturali contemporanei, analizza le grandi problematiche economiche e sociali che inducono i migranti ad abbandonare la propria terra, spesso verso un futuro incerto, e le ragioni che spingono i Paesi industrializzati a cercare lavoratori immigrati. Con il rigore di un giornalista, Berger riesce a spiegare la complessità del fenomeno rintracciando schemi e tematiche che permettono di interpretare anche gli attuali flussi migratori. Con la sensibilità dell’artista, dipinge le speranze, le paure, le frustrazioni e le aspettative di chi emigra e tenta di trovare una nuova collocazione in un nuovo Paese.

 

Attraverso il caldo e vibrante bianco e nero delle fotografie di Jean Mohr Il settimo uomo esplora il tentativo degli immigrati di ritrovare una radice culturale nel Paese di destinazione e allo stesso tempo mostra come l’immigrazione lasci la propria impronta sulla nuova società che si va a formare. Come in tutti i libri della collana In Parole, anche in questo caso il testo non spiega l’immagine e l’immagine non illustra il testo: questi due mezzi creano insieme un altro modo di raccontare e di dare corpo a una terza voce che non è solo la somma di quella dei due singoli autori.

Grazie alla strutturazione in tre parti (Partenza; Lavoro; Ritorno), le sezioni del libro scandiscono le diverse fasi che caratterizzano il percorso degli immigrati dalla decisione di partire passando per la descrizione delle condizioni di lavoro fino poi alle riflessioni sul ritorno nei propri luoghi di origine, quando avviene.

 

Quando il capitalismo industriale si è trasformato in capitalismo speculativo, il mondo è cambiato, perché tutte le decisioni che agiscono sulla vita delle persone non vengono più prese dalle istituzioni capitalistiche rappresentative, bensì offshore dal capitalismo speculativo finanziario. I migranti tuttavia continuano a cercare scampo dalla povertà. Se Jean Mohr e io fossimo un po’ più giovani, potremmo fare anche oggi quel che abbiamo fatto quarant’anni fa. Certo, anche se la situazione è cambiata, non è impossibile farlo.

John Berger, 2016

 

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

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La prima tappa italiana dell’omaggio a Thom Andersen si terrà a  Forma Meravigli con una serata dedicata al suo primo film-saggio sul fotografo Eadweard Muybridge, presentato in versione digitale restaurata, in lingua originale con sottotitoli italiani.

EADWEARD MUYBRIDGE, ZOOPRAXOGRAPHER (USA, 1975, 59′)
Introduzione di Thom Andersen

Ingresso col biglietto della mostra “Harraga. Fotografie di Giulio Piscitelli” (valido per una visita anche in altra data).
I posti sono limitati (40 circa). Per prenotazioni scrivere a: info@formafoto.it

Realizzato come film di tesi alla UCLA, e anticipato da un lavoro di ricerca nel corso del quale Andersen (assistito dall’artista Morgan Fisher) ha rifotografato più di 3000 immagini del pioniere della cronofotografia, il film è “al tempo stesso una biografia di Muybridge, una rianimazione delle sue storiche fotografie in sequenza e una considerazione ispirata delle loro implicazioni filosofiche. […] Andersen ha preso come materia prima un’idea visiva, espandendola in una meditazione sulla natura della visione. La “zoopraxografia” del titolo si riferisce tanto alla pratica degli studi di movimento di Muybridge – distinta dalla fotografia – quanto al suo apparecchio del 1879 , che permetteva di proiettare le immagini. In questo senso, il film mette al centro il ruolo di Muybridge nell’invenzione del cinema, e il cinema stesso come un’illusione originata dall’immobilità.” (Ross Lipman)

Filmmaker, saggista, insegnante di cinema, Thom Andersen coniuga da sempre ricerca storica e creazione audiovisiva per definire una pratica del film-saggio tanto esemplare quanto personale, unendo erudizione e sottigliezza, cinefilia e coscienza politica. I lavori del regista statunitense sono pazienti scavi nella storia del cinema, che assemblano spezzoni di ogni provenienza per comporre mosaici di epoche e luoghi, come il periodo delle blacklist maccartiste di Red Hollywood (1995) o la Los Angeles cinematografica decostruita in Los Angeles Plays Itself (2003).

Thom Andersen sarà in Italia per inaugurare la residenza del progetto Video Essay: a New Way to See (Torino, 27 febbraio – 5 marzo), realizzato da Filmidee con il contributo della Compagnia di San Paolo di Torino. L’omaggio a Thom Andersen, a cura di Tommaso Isabella e Gianmarco Torri, continuerà nella giornata di lunedì 27 febbraio al Cinema Massimo, sala del Museo Nazionale del Cinema di Torino, in cui saranno presentati i suoi ultimi film: The Thoughts That Once We Had (2015), omaggio ai celebri testi sul cinema di Gilles Deleuze, Juke – Passages from the Films of Spencer Williams (2015), sul pioniere del cinema afro-americano, e A Train Arrives at the Station (2016), un gioco di variazioni sull’immagine aurorale dell’arrivo del treno in stazione. L’omaggio sarà infine ripreso il 1 marzo al Cinema Trevi, sala cinematografica del CSC – Cineteca Nazionale di Roma, dove il cineasta statunitense dialogherà col critico Adriano Aprà, che recentemente ha incluso The Thoughts That Once We Had nella sua retrospettiva “Critofilm – Cinema che pensa il cinema”.

 

 

 

hpcartella stampa —> http://bit.ly/GliAmericani_FormaMeravigli

“Quella folle sensazione in America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa.

È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano”.

Jack Kerouac

Martedì 29 novembre alle 18.30 inaugura presso le sale di Forma Meravigli, Gli Americani di Robert Frank.

La mostra, con il patrocinio del Comune di Milano, è realizzata in collaborazione con la MEP, Maison Européenne de la Photographie di Parigi, e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

 

Per la prima volta in mostra a Milano 83 fotografie vintage; la serie completa del progetto fotografico che, a metà degli anni ’50, ha cambiato il modo di pensare al reportage; nelle sale di Forma Meravigli, l’America immortalata on the road dall’obiettivo del più grande fotografo vivente, Robert Frank.

È il 1955 quando il giovane Robert Frank ottiene una borsa di studio dalla Fondazione Guggenheim (Frank è stato il primo fotografo europeo a riceverla) per realizzare un lavoro fotografico che racconti l’America. L’autore percorrerà così tutto il paese, e tra il 1955 e il 1956 toccherà ben 48 stati diversi.

Le strade infinite, i volti delle persone, le piazze delle città, i bar e i negozi, i marciapiedi, i particolari più insignificanti vengono immortalati da Robert Frank che rivoluziona il linguaggio tradizionale del reportage realizzando ritratti sfuocati, mossi, fotografie dai tagli apparentemente casuali ma che in realtà, con cruda consapevolezza, traducono lo spirito dell’America dell’epoca.

Una ballata per immagini dedicata alla strada americana e alla sua nuova e sconsolata epopea; un reportage che, come pochi altri, ha veramente segnato un’epoca diventando per generazioni di fotografi il riferimento principale da cui partire per fotografare, per viaggiare, per conoscere con lo sguardo.

 

Il libro, che significativamente venne pubblicato per la prima volta in Francia e non in America, lo consacrerà definitivamente come maestro della storia della fotografia.

E proprio al libro, diventato un vero e proprio culto per generazioni di fotografi, verrà dedicata una sala all’interno del percorso espositivo di Forma Meravigli con la riproduzione dell’impaginato, stralci del testo introduttivo di Jack Kerouac e con alcune tra le edizioni pubblicate a partire dal 1958, compresa la prima edizione italiana del volume, che uscì in Italia con la copertina illustrata dal grande Saul Steinberg.

Negli anni Sessanta Robert Frank ha abbandonato la fotografia per dedicarsi al cinema. Nel 1994 ha donato gran parte del suo materiale artistico alla National Gallery of Art di Washington che ha poi creato la Robert Frank Collection. Personaggio di culto, è considerato tra i più importanti esponenti della storia della fotografia.

Accompagna l’esposizione il libro omonimo pubblicato da Contrasto.

La mostra fa parte del palinsesto delle iniziative di Expo in città.

Robert Frank, nasce a Zurigo nel 1924. Nel 1947 si trasferirsce negli Stati Uniti dove lavora come fotografo di moda per Harper’s Bazaar. Parallelamente, lavora come reporter freelance. Viene a contatto con i principali esponenti della nuova generazione letteraria e artistica americana, soprattutto con gli esponenti della Beat Generation. È il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio della Fondazione Guggenheim, grazie alla quale potrà realizzare The Americans nel ‘55 e ‘56. Nel 1959 insieme al pittore Alfred Leslie, dirige il suo primo film, “Pull My Daisy” che sarà considerato il padre del New American Cinema. Stringe una salda amicizia con lo scrittore Jack Kerouac, col quale porta a termine varie collaborazioni. Negli anni Sessanta, Frank abbandona la fotografia per dedicarsi completamente alla realizzazione di film. Nel 1994 dona gran parte del suo materiale artistico alla National Gallery of Art di Washington che crea la Robert Frank Collection; è la prima volta che accade per un artista vivente.

Per informazioni sulle visite guidate, scrivere a: scuola@formafoto.it

Gli Americani di Robert Frank

Fino al 19 febbraio 2017

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Giovedì dalle 12 alle 23

Lunedì e martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

Riduzione valida per: ragazzi dai 6 ai 14 anni, over 65, scuole e gruppi di almeno 10 persone, Camera di Commercio, tesserati FAI, Touring Club, AFIP, Feltrinelli e ARCI Milano

Ingresso gratuito per i minori di 6 anni

#GliAmericani

Aperture durante le festività

7-8 /12: dalle 11.00 alle 20.00
24/12: dalle 11.00 alle 15.00
25/12: chiuso
26/12: dalle 11.00 alle 20.00

27/12: dalle 11.00 alle 20.00
31/12: dalle 11.00 alle 15.00
1/01: dalle 15.00 alle 20.00

2/01: dalle 11.00 alle 20.00

03/01: dalle 11.00 alle 20.00
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Forma Meravigli

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PRIMA E DOPO ROBERT FRANK

Gli Americani e la nuova visione dell’America

 

In occasione della mostra Gli Americani di Robert Frank, in corso dal 30 novembre al 19 febbraio 2017, Forma Meravigli organizza un ciclo di incontri dedicato alla fotografia e alla cultura americana prima e dopo l’esperienza di Robert Frank e de Gli Americani.

 

Giovedì 19 gennaio, ore 18.30

ROBERT FRANK E LA FOTOGRAFIA AMERICANA

A cura di Francesco Zanot

 

Giovedì 26 gennaio, ore 18.30

ROBERT FRANK E IL CINEMA

A cura di Filmidee

 

Giovedì 2 febbraio, ore 18.30

UN VIAGGIO AMERICANO

Proiezione del film di Philippe Séclier dedicato al making of di Gli Americani di Robert Frank

 

I posti sono limitati. L’accesso alle proiezioni è consentito

con il biglietto di ingresso alla mostra Gli Americani di Robert Frank

per info: +39 02 58118067 – info@formafoto.it

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La mostra, GLI AMERICANI DI ROBERT FRANK, in occasione delle festività osserverà degli speciali orari di apertura.

Gli Americani di Robert Frank

Fino al 19 febbraio 2017

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Giovedì dalle 12 alle 23

Lunedì e martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

Riduzione valida per: ragazzi dai 6 ai 14 anni, over 65, scuole e gruppi di almeno 10 persone, Camera di Commercio, tesserati FAI, Touring Club, AFIP, Feltrinelli e ARCI Milano

Ingresso gratuito per i minori di 6 anni

 

#GliAmericani

 

Aperture durante le festività
24/12: dalle 11.00 alle 15.00
25/12: chiuso
26/12: dalle 11.00 alle 20.0027/12: dalle 11.00 alle 20.00
31/12: dalle 11.00 alle 15.00
1/01: dalle 15.00 alle 20.00

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REGALA UN BIGLIETTO DI INGRESSO!

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Acquista presso la biglietteria di Forma Meravigli un coupon che dà diritto alla visita della mostra entro il 19 febbraio 2017

 

OFFERTA CATALOGO!

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Solo presso la libreria di Forma Meravigli, in occasione della mostra, il libro GLI AMERICANI”(Contrasto edizioni) scontato ad un prezzo speciale.

 

REGALA UN CORSO DI FOTOGRAFIA!

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Al via le iscrizioni per i corsi di fotografia di Forma Meravigli per l’anno 2017.

Tre proposte per venire incontro alle diverse esigenze dei partecipanti. “Tecnica fotografica 1” e “Tecnica fotografica 2”con cadenza settimanale e infine una proposta di corso base nel fine settimana: “Tecnica fotografica 1”.

Tutti i corsi sono tenuti dal docente Emilio Resmini.

Tecnica fotografica I

Tecnica fotografica II

Per informazioni: scuola@formafoto.it

PRIMA E DOPO ROBERT FRANK

Gli Americani e la nuova visione dell’America

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In occasione della mostra Gli Americani di Robert Frank, in corso dal 30 novembre al 19 febbraio 2017, Forma Meravigli organizza un ciclo di incontri dedicato alla fotografia e alla cultura americana prima e dopo l’esperienza di Robert Frank e de Gli Americani.

 

Giovedì 19 gennaio, ore 18.30

ROBERT FRANK E LA FOTOGRAFIA AMERICANA

A cura di Francesco Zanot

 

Giovedì 26 gennaio, ore 18.30

ROBERT FRANK E IL CINEMA

A cura di Filmidee

Un viaggio nel cinema di Robert Frank, dai beat di Pull My Daisy (1959) e Me and My Brother (1968) passando per i ritratti intimi e personali di The Sin of Jesus (1961) e Conversations in Vermont (1969). L’iconicità dei suoi scatti prende vita in un bianco e nero sgranato, dove frammenti di quotidianità si susseguono in una narrazione dal piglio documentario, evocativo e rarefatto.

Interviene Tommaso Isabella

Giovedì 2 febbraio, ore 18.30

UN VIAGGIO AMERICANO

Proiezione del film di Philippe Séclier dedicato al making of di Gli Americani di Robert Frank

 

I posti sono limitati. L’accesso alle proiezioni è consentito

con il biglietto di ingresso alla mostra Gli Americani di Robert Frank

per info: +39 02 58118067 – info@formafoto.it

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DON’T BLINK. ROBERT FRANK

Anteprima a Milano per il film documentario sul più rivoluzionario fotografo vivente

13 dicembre, CineTeatro San Carlo – Mimat

In concomitanza con la mostra Gli Americani di Robert Frank presso Forma Meravigli a Milano, martedì 13 dicembre speciale anteprima in città per Don’t blink. Robert Frank, documentario di Feltrinelli Real Cinema e Wanted sul più importante tra i fotografi ancora in vita.

Appuntamento alle ore 19.30 e 21.15 presso il CineTeatro San Carlo Mimat (Via Morozzo della Rocca, 12): il film sarà successivamente in programmazione dal 17 dicembre al cineWanted di Via Tertulliano e al Cinema Beltrade e in altre città italiane dal periodo natalizio.

92 anni, fotografo e filmmaker ancora attivo artisticamente nella produzione di libri, fotografie e video, Robert Frank è emigrato dalla Svizzera verso gli Stati Uniti negli anni ’40. Uomo solitario e schivo,  Robert Frank è un personaggio cult che ha documentato la Beat Generation, i Rolling Stones, Gli Americani, gli indiani del Perù, in una corsa irregolare che ha coinvolto un territorio molto vasto. Tra il 1955 e il 1956 ha percorso 48 diversi stati per il progetto Gli Americani, finanziato dalla borsa di studio della Fondazione Guggenheim, un lavoro fotografico che racconta l’America.

 

Segnato profondamente da tragedie personali, Robert ha esplorato con dolore sentimenti complessi, mescolando sapientemente vita e lavoro e facendo in modo che fossere le sue opere a parlare per suo conto.

La sua assistente e montatrice Laura Israel, regista di Don’t blink, offre al pubblico una visione inedita della complessità e profondità dell’arte di Robert Frank, attraverso un documentario che si fa ritratto della vita di uno tra i più importanti artisti della storia della fotografia.

 

Per i visitatori della mostra ingresso ridotto presentando il biglietto alle casse dei cinema coinvolti.

 

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Storie, immagini, personaggi nei ristoranti di Milano

28 ottobre – 20 novembre 2016

nello spazio Forma Meravigli (via Meravigli 5)

 

cartella stampa http://bit.ly/VipALaCarte

 

Giovedì 27 ottobre alle 18.30 si inaugura a Milano la mostra VIP A LA CARTE presso Forma Meravigli (via Meravigli 5): un’iniziativa promossa da Fondazione Forma per la Fotografia e Codici Onlus con il sostegno di Regione Lombardia, Confcommercio Milano ed Epam (l’Associazione milanese dei pubblici esercizi) e la collaborazione della Camera di Commercio di Milano e di Contrasto.

La mostra, a cura di Matteo Balduzzi e Stefano Laffi, sarà aperta al pubblico da venerdì 28 ottobre a domenica 20 novembre (tutti i giorni dalla 11 alle 18, giovedì dalle 12 alle 21): l’ingresso è gratuito.

 

Con VIP A LA CARTE le sale di Forma Meravigli si animano di fotografie (con le loro cornici originali) scattate dai ristoratori ai loro ospiti famosi: immagini prese “in prestito” dalle pareti dei ristoranti e mostrate al pubblico.

 

Grazie alla preziosa collaborazione di oltre 20 locali di Milano VIP A LA CARTE restituisce al pubblico, tra aneddoti privati e immaginari collettivi, un racconto inedito sulla storia e il costume della città in cui racconto orale, memoria e fotografia si intersecano.

 

Chi, entrato in un locale, non si è mai soffermato a sbirciare quegli angoli ricchi di ritagli e volti? Veri e propri mosaici che, attraverso immagini a volte ingiallite dal tempo, raccontano, non solo la storia del locale, ma anche la memoria della città. Perché andar a mangiar fuori è sempre stato un modo per celebrarsi, festeggiare, oppure incontrarsi, fare affari, fare progetti.

 

Riguardare queste “found photos” in uno spazio dedicato all’arte e alla fotografia, ci consente di apprezzarne l’estetica spesso sorprendente, ma anche e soprattutto di riviverle come frammenti di un vissuto collettivo, anche grazie alla presenza di interviste e di apparati che spostano l’attenzione dalla presenza “ingombrante” del Vip al vissuto personale del ristoratore, nel ruolo di testimone privilegiato di un’epoca, punteggiando il percorso tra le foto con pillole di storie.

 

Una mostra che diventa un racconto della città attraverso gli occhi dei ristoratori. I ristoranti, oltre che luoghi di incontro, gusto e convivialità, sono veri e propri luoghi della memoria – afferma Lino Stoppani, presidente di Epam e vicepresidente di Confcommercio Milano – luoghi con un importante valore sociale perché contribuiscono a definire l’identità e l’attrattività della città stessa. I pubblici esercizi, da sempre strumento di valorizzazione del food in Italy, sono anche luoghi di integrazione sociale, di diffusione di corretti stili di vita e valori”.

 

Questa iniziativa unisce arte e convivialità. I ristoranti sono luoghi vivi della città, simbolo dell’Italian way of living nel mondo e in molti casi esportati per portare un assaggio e momenti di vita tipici del nostro Paese anche in città lontane – afferma Alberto Meomartini, vicepresidente della Camera di Commercio di Milano. Attraverso i personaggi famosi che frequentano i loro ristoranti preferiti, si racconta un pezzo di storia, di luoghi e di incontri avvenuti nella quotidianità della nostra città“.
La mostra VIP A LA CARTE è parte di un più ampio progetto di ricerca che confluirà in AESS, Archivio di Etnografia e Storia Sociale di Regione Lombardia, e che si compone di una serie di interviste a ristoratori e immagini di documentazione dell’interno dei ristoranti.

 

La mostra VIP A LA CARTE fa da sfondo all’incontro di networking, il 27 ottobre giorno dell’inaugurazione, “Creare valore con la cultura – Focus food” in programma alle ore 16 sempre in Forma Meravigli, rivolto ad operatori culturali e imprese e organizzato dallo Sportello Sponsorizzazioni culturali della Camera di Commercio di Milano, partner stabile di Forma Meravigli e del progetto espositivo VIP A LA CARTE

Dallo spettacolo teatrale sull’apertura di un ristorante fusion siculo-giapponese per superare la crisi economica fino alla “cena alchemica”, percorso per la riscoperta del proprio humus semantico: l’incontro offre una vetrina di presentazione a una selezione di progetti culturali e un approfondimento su come fare e comunicare cultura attraverso il cibo, grazie all’intervento di esperti e testimonial del settore. Info e iscrizioni: http://bit.ly/2ejyjCA

 

 

 

 

 

 

VIP A LA CARTE

Dal 28 ottobre al 20 novembre 2016

lunedì e martedì chiuso

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 18.00

Giovedì dalle 12 alle 21

Ingresso intero: gratuito

#VipAlaCarte

VERA FOTOGRAFIA
Reportage, immagini, incontri

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Venezia, 2014 © Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

19 maggio – 28 agosto 2016
Palazzo delle Esposizioni, Roma


a cura di Alessandra Mammì e Alessandra Mauro

“Vera fotografia” intende ripercorrere la lunga carriera di Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure 1930), il fotografo che forse più di ogni altro ha raccontato il nostro tempo e il nostro paese in questi ultimi cinquant’anni. La sua vita e il suo lavoro costituiscono una scelta di campo, chiara e definita: fotografo di documentazione sempre, a tutto tondo e completamente.

In mostra saranno esposti i suoi principali reportage. Accanto alle celebri immagini, ve ne saranno altre poco viste, addirittura inedite in modo da offrire nuove chiavi di lettura per comprendere il suo lavoro e, attraverso questo, il ruolo di visione consapevole della realtà che una “vera fotografia” può offrire.

Essere fotografi per Berengo Gardin significa assumere il ruolo di osservatore e scegliere un atteggiamento di ascolto partecipe di fronte alla realtà, così come hanno fatto i grandi autori di documentazione del Novecento. In questi anni, del resto, l’autore è stato sempre in prima linea per raccontare, come avrebbe detto il sociologo e fotografo statunitense, Lewis Hine, quel che doveva essere cambiato, quel che doveva essere celebrato. Con la sua macchina fotografica si è concentrato a lungo soprattutto sull’Italia, sul mondo del lavoro, la sua fisionomia, i suoi cambiamenti, registrati come farebbe un sismografo. Oppure sulla condizione della donna, osservata da nord a sud, cogliendo le sue rinunce, le aspettative e la sua emancipazione. O sul mondo a parte degli zingari, cui l’autore ha dedicato molto tempo, molto amore e molti libri. “Quando fotografo – ha detto Berengo Gardin – amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, ma insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Quando devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dov’è e com’è fatto un paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è quello; si tratta di un percorso logico, normale, buono per scoprire un villaggio ma anche, una città, una nazione. Buono per conoscere l’uomo”.

Rispettando la successione temporale dei reportage realizzati nel corso della lunga carriera di Berengo Gardin, la mostra sarà divisa in sei ampie sezioni intrecciate tra loro in un unico percorso: Venezia; Milano e il lavoro; Manicomi, zingari e foto di protesta; Italia e ritratti; Le donne; Visioni del mondo: paesaggi e Grandi Navi.

Le diverse sale conducono il visitatore in un percorso al tempo stesso tematico, filologico e cronologico, attraverso i principali lavori realizzati dal fotografo: dalle prime immagini di Venezia degli anni Cinquanta fino alle più recenti, sempre di Venezia, dedicate alle Grandi Navi (2014-2015).

La vita di Gianni Berengo Gardin è fatta anche di molti incontri. In occasione della mostra diverse persone (amici, intellettuali e colleghi) sono state chiamate a scegliere e commentare una sua foto spiegando il perché della scelta. Così, nelle diverse sezioni, accanto alle stampe vintage dal tipico formato 30×40 che caratterizza le sue fotografie, si alternano 24 immagini in grande formato accompagnate ognuna da un relativo commento “d’autore”. Si tratta di una sorta di omaggi, o di doppi omaggi, all’autore e ai suoi commentatori.

Gli autori chiamati a commentare le fotografie di Gianni Berengo Gardin sono i registi Marco Bellocchio, Alina Marazzi, Franco Maresco e Carlo Verdone, ma anche gli architetti Stefano Boeri, Renzo Piano e Vittorio Gregotti, gli artisti Mimmo Paladino, Alfredo Pirri, Jannis Kounellis e la critica e curatrice Lea Vergine. In mostra ci sono anche i commenti del sociologo Domenico De Masi, dei colleghi fotografi Ferdinando Scianna e Sebastião Salgado, ma anche di Luca Nizzoli Toetti, fotografo emergente. Tra gli scrittori, Maurizio Maggiani e Roberto Cotroneo hanno accettato di dare il loro contributo. C’è anche un testo di Peppe Dell’Acqua, psichiatra dell’equipe di Franco Basaglia, accanto a quello dei giornalisti Mario Calabresi, Michele Smargiassi e Giovanna Calvenzi. E poi ancora lo scrittore e critico Goffredo Fofi e Marco Magnifico, vicepresidente del FAI, e la street artist Alice Pasquini.

Il percorso espositivo è completato da una selezione dei numerosi libri pubblicati da Gianni Berengo Gardin. Nel corso degli anni ne ha realizzati oltre 250: testimonianze del lavoro svolto dall’autore e del grande interesse che egli ha suscitato in ambito editoriale.

La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato da Contrasto.

 

Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentata le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). Contrasto ha pubblicato di recente Il libro dei libri (2014) che raccoglie tutti i volumi realizzati dal maestro della fotografia (oltre 250), Manicomi (2015) e Venezia e le grandi navi (2015). L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.

 

Palazzo delle Esposizioni via Nazionale 194 – Roma
Promossa da
Roma Capitale
Prodotta e organizzata da
Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Contrasto e Fondazione Forma per la Fotografia


Orari
: domenica, martedì, mercoledì e giovedì: dalle 10.00 alle 20.00; venerdì e sabato: dalle 10.00 alle 22.30; lunedì chiuso
Biglietto: intero € 12,50; ridotto € 10.00. Permette di visitare tutte le mostre in corso al Palazzo delle Esposizioni.
Informazioni e prenotazioni: singoli, gruppi e laboratori d’arte tel. 06 39967500; www.palazzoesposizioni.it


111-C-1600

 L’Italia della Liberazione nelle immagini dei U.S. Signal Corps

e dell’Istituto Luce, 1943-1946

PROROGATA A DOMENICA 17 APRILE

 

A cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni

10 febbraio – 10 aprile 2016 

Mercoledì 10 febbraio 2016 alle 18.30 inaugurazione presso Forma Meravigli 

War is over!, a cura di Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, propone un confronto tra due diversi sguardi che raccontano la Liberazione in Italia: quello delle fotografie a colori dei Signal Corps dell’esercito americano e quello delle immagini in bianco e nero dei fotografi dell’Istituto Luce, molte delle quali inedite o precedentemente censurate. La mostra è promossa e organizzata da Istituto Luce-Cinecittà e da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto, con il patrocinio dell’Università degli Studi Roma Tre e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La Liberazione dell’Italia durò due anni, dallo sbarco degli angloamericani in Sicilia nel luglio 1943 alla resa dei nazifascisti nell’aprile 1945. Questo processo lungo e doloroso fu messo straordinariamente in scena dai due opposti sguardi fotografici dei fotografi dell’Istituto Luce e dei Signal Corps dell’esercito americano. Sguardi che restituiscono due Italie e due diverse guerre e si osservano reciprocamente e che oggi sono messi a confronto e presentati per la prima volta al pubblico di Milano (dopo il successo della prima tappa della mostra a Roma a Palazzo Braschi). L’allestimento di Forma Meravigli proporrà per la prima volta anche alcune fotografie che vedono come protagonista la città di Milano.

Nelle foto dei Signal Corps (l’efficiente servizio di comunicazioni al seguito delle truppe statunitensi) provenienti da un raro repertorio, conservato presso la NARA (National Archives and Records Administration) di Washington, il colore diventa il segno di un’Italia diversa, “rivelata” da operatori e fotografi più attenti al dato sociale e uno strumento di esportazione dell’american way of life che, con la ricostruzione, raggiunge anche l’Italia. Fanno da controcanto gli scatti dell’Istituto Luce, l’organo ufficiale di documentazione fotocinematografica del regime, dove il “bianco e nero” è espressione prima del cupo declino del fascismo e poi della sobrietà di una classe dirigente che cerca di costruire sulle rovine della guerra. Tra queste, la mostra propone molte immagini del fondo “Reparto Guerra Riservati” in cui erano conservati i negativi bloccati dalla censura.

A Forma Meravigli saranno esposte circa 140 immagini, anche inedite, e filmati d’epoca – compresi nel periodo tra il luglio del 1943 (lo sbarco degli alleati in Sicilia) e il 1946 – che propongono la narrazione della guerra attraverso i suoi protagonisti, italiani e americani, e il confronto, unico e suggestivo, tra due differenti punti di vista.

Il percorso espositivo si snoda attraverso 10 sezioni tematiche, in cui le due serie di immagini sono affiancate in un dialogo immediato ed emozionante.

Nella prima sezione, Due diversi sguardi, viene proposto un confronto tra le fotografie degli operatori Luce e quelle dei Signal Corps, mentre nella seconda, La guerra non è come un film, si alternano episodi bellici e ritratti di soldati come, tra le altre immagini censurate, quella dei travestimenti da pecora dei combattenti. Vincitori e vinti sono illustrati nella terza sezione: per esempio, ad un Mussolini stanco e logorato si contrappone il tavolo delle potenze vincitrici alla Conferenza di Potsdam o il ringraziamento (oltre le regole protocollo) di Papa Pio XII, circondato dalle truppe alleate. La quarta sezione racconta poi il Bel Paese: in queste immagini l’obiettivo è fissato su edifici distrutti dai bombardamenti e cittadini smarriti tra le rovine. Nei Volti di guerra della quinta sezione scorre una sequenza di momenti di vita civile e militare, tra episodi di guerra e soccorsi ai feriti. Il dolore domina invece le immagini della sesta sezione, tra bombardamenti sulle popolazioni civili e la durezza dei combattimenti mentre in Amore e guerra, la settima sezione, si intravedono primi casti baci ed effusioni timidamente romantiche. Sono poi all’insegna del relax gli scatti esposti nell’ottava sezione, Consolazioni e divertimenti, che mettono a fuoco il desiderio di svagarsi, nonostante il pericolo e l’infuriare della guerra. Interrogatori, tribunali e processi si alternano nella nona sezione, La resa dei conti, per arrivare alla conclusione del percorso, Rinascere. Attraverso le immagini di questa decima sezione si racconta, dopo i festeggiamenti per la fine del conflitto, il difficile e contrastato inizio del dopoguerra.

A corredo della mostra tre postazioni video mostrano il coinvolgimento di grandi registi di Hollywood (integrati nei Signal Corps) nella guerra mondiale e la gioia e lo stordimento degli innumerevoli momenti della Liberazione italiana, con un particolare sguardo sui video e cinegiornali girati a Milano durante la guerra. La regia dei video è di Roland Sejko.

Il racconto dell’Italia che esce da questo duplice sguardo è tragico e glorioso, conosce i toni del coraggio e della sconfitta, della paura e della gioia, della cupa violenza e di una sconfinata voglia di vivere: di un Paese che si accingeva a percorrere i migliori anni del dopoguerra, con la conquista della democrazia, un grande cinema, la ricostruzione, la ricerca del benessere.

Il libro War is over edito da Contrasto accompagna la mostra.

Si ringrazia la Fondazione Corriere della Sera per il contributo fornito alla mostra con alcune fotografie di Milano.

Un grazie infine all’Avv. Sandro Rizzi che ha concesso l’uso di alcune foto scattate dal padre Franco durante i bombardamenti.

 

 

 

War is over

Dal 10 febbraio al 10 aprile 2016

 

Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 11.00 – 20.00

Giovedì 12.00 – 23.00

Lunedì, martedì chiuso

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

#WarIsOver

 

 

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Per le visite guidate scrivere a scuola@formafoto.it

Per ricevere la cartella stampa scrivere a stampa@formafoto.it indicando la testata per cui si scrive

 

Cessate le ostilità, soldati americani e civili italiani assistono a una gara motonautica, Gardone, Lago di Garda, luglio 1945. © National Archives And Records Administration

Regala la fotografia con la mostra dedicata a Vivian Maier!

Forma Meravigli, fino al 31 gennaio 2016

Untitled, Undated

La vita e l’opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex.

REGALA UN BIGLIETTO

Acquista presso la biglietteria di Forma Meravigli un coupon che dà diritto alla visita della mostra entro il 31 gennaio 2016.

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Solo presso la libreria di  Forma Meravigli in occasione della mostra il libro “Vivian Maier. Una fotografa ritrovata”(Contrasto edizioni) scontato ad un prezzo speciale.

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Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

Dal 20 novembre al 31 gennaio 2016

La biglietteria chiude 30 minuti prima dell’orario di chiusura

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro (gruppi e scuole con più di 10 persone, tra i 7 e i 14 anni e over 65)

PER LE VISITE GUIDATE SCRIVERE A SCUOLA@FORMAFOTO.IT

Le opere di Vivian Maier sono in vendita. Per informazioni scrivere a contrastogalleria@contrasto.it

 

Prolungamento orari mostra da lunedì 18 gennaio:

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 21.00

Giovedì dalle 12.00 alle 23.00

 

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Via Meravigli 5

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GIANNI BERENGO GARDIN

VENEZIA E LE GRANDI NAVI

Grande nave in uscita dal canale della Giudecca nel Bacino di San Marco, tra l’Isola di San Giorgio e la Punta della Dogana. Venezia, aprile 2013. Gianni Berengo Gardin/ Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

La mostra approda al Negozio Olivetti in Piazza San Marco

Venezia, Negozio Olivetti, Piazza San Marco

da giovedì 22 ottobre al 6 gennaio

 

Il FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto mette in mostra dal 22 ottobre al 6 gennaio al Negozio Olivetti in Piazza San Marco, bene gestito dal FAI, trenta fotografie di Gianni Berengo Gardin realizzate tra 2013 e 2014, che ritraggono il quotidiano passaggio delle Grandi Navi da crociera nella laguna di Venezia.

La mostra, già ospitata dal FAI a Villa Necchi a Milano nel 2014 e già curata da Alessandra Mauro (Fondazione Forma), e ripropone alcuni dei celebri scatti esposti in quella sede con l’aggiunta nel catalogo di alcune fotografie meno recenti, comunque dedicate a Venezia, che appartengono al repertorio del Maestro, legato a questa città da una lunga e affettuosa frequentazione, che risale all’infanzia e che ha ispirato alcuni suoi importanti lavori.

Venezia e le Grandi Navi approda al Negozio Olivetti ponendo fine a un vivace dibattito mediatico estivo, che ne ha messo in discussione la sede, prima annunciata a Palazzo Ducale, e la stessa realizzazione. Il FAI è lieto di ospitare a Venezia questa mostra, come già aveva fatto a Milano, per via dell’indubbio valore artistico delle fotografie, opera di uno dei più grandi fotografi italiani, ma anche perché esse costituiscono una testimonianza incontrovertibile dell’attualità veneziana, per molti aspetti problematica, che sta a cuore alla Fondazione come agli Italiani e al mondo intero, che guarda con sempre maggiore preoccupazione allo stato di salute di Venezia (si vedano i ripetuti appelli lanciati di recente dall’Unesco).

Le Grandi Navi, nell’interpretazione del FAI, sono la manifestazione più evidente, ma non unica, di un problema ben più ampio che interessa la città, soggetta da anni ad un flusso turistico crescente, insostenibile e ingovernato, che se da un lato costituisce una risorsa economica irrinunciabile per Venezia, dall’altro ne sta evidentemente compromettendo l’integrità e l’identità.

La mostra al Negozio Olivetti rappresenta l’occasione per il FAI di accendere un dibattito sul tema dell’eccesso di turismo, che potenzialmente interessa altre città d’arte italiane come Firenze o Roma o monumenti come il Colosseo o Pompei, e di suscitare contributi autorevoli, italiani e stranieri, che possano mettere in campo idee e modelli di gestione e sviluppo sostenibili, alternativi e virtuosi, per il bene di Venezia.

Le Grandi Navi non sono il problema di Venezia, ma sono senza dubbio un problema – per la loro smisurata dimensione il più vistoso – che non può essere ridotto alla contrapposizione semplicistica tra un SI o un NO al loro passaggio, ma che richiede approfondimenti e dati, idee nuove e condivise e la contestualizzazione nel più ampio tema del turismo sostenibile, su cui Venezia, volente o nolente, può candidarsi a divenire un caso d’analisi e sperimentazione.

L’esposizione delle fotografie, anche nelle intenzioni dell’autore, intende documentare il passaggio delle Grandi Navi, senza suggerire alternative ad esso. L’implacabile bianco e nero delle fotografie di Gianni Berengo Gardin ha, come sempre nei suoi lavori, lo scopo di portare alla luce con occhio sensibile e critico i contrasti della realtà, della società, del paesaggio, rappresentati senza filtri o attenuazioni, nella loro cruda essenza.

Gianni Berengo Gardin non ha mai voluto essere definito un artista, la sua missione è sempre stata quella di documentare, di essere un testimone del proprio tempo e anche davanti a queste presenze anomale, abnormi ed estranee al panorama veneziano – le Grandi Navi -, il fotografo ha fatto quello che meglio sa fare: comunicare attraverso le sue fotografie. “Ero turbato soprattutto dall’inquinamento visivo. Vedere la mia Venezia distrutta nelle proporzioni e trasformata in un giocattolo, uno di quei suoi cloni in cartapesta come a Las Vegas mi turbava profondamente”.

La mostra sarà accompagnata da un libro edito da Contrasto.

Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale documenta le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 200) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). Contrasto ha pubblicato di recente Il libro dei libri (2014) che raccoglie tutti i volumi realizzati dal maestro della fotografia (oltre 250) e Manicomi (2015). L’archivio di Gianni Berengo Gardin è gestito da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.

 

Gianni Berengo Gardin

Venezia e le grandi navi

Venezia, Negozio Olivetti, Piazza San Marco 101

Tel. 041 5228387 fainegoziolivetti@fondoambiente.it

La mostra sarà aperta da giovedì 22 ottobre 2015 (apertura al pubblico ore 15.30) al 6 gennaio 2016

 

Ufficio stampa Forma

Laura Bianconi

335 7854609 – lbianconi@formafoto.it

 

Ufficio Stampa FAI

Simonetta Biagioni – stampa – tel. 02 467615219;s.biagioni@fondoambiente.it

Novella Mirri – radio e tv – tel. 06 68308756; n.mirri@fondoambiente.it

 

September 10th, 1955, New York City

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

Il caso fotografico che ha conquistato il mondo arriva per la prima volta a Milano.

PREVENDITA BIGLIETTI QUI —> http://midaticket.it/

PROLUNGAMENTO ORARI MOSTRA

DA LUNEDI 18 GENNAIO:

TUTTI I GIORNI DALLE 11.00 ALLE 21.00

GIOVEDI DALLE 12.00 ALLE 23.00

La mostra, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, è realizzata in collaborazione con diChroma Photography e promossa da Forma Meravigli, un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

La vita e l’opera di Vivian Maier sono circondate da un alone di mistero che ha contribuito ad accrescerne il fascino. Tata di mestiere, fotografa per vocazione, non abbandonava mai la macchina fotografica, scattando compulsivamente con la sua Rolleiflex. È il 2007 quando John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta parte dell’archivio della Maier confiscato per un mancato pagamento. Capisce subito di aver trovato un tesoro prezioso e da quel momento non smetterà di cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.

La mostra presentata da Forma Meravigli raccoglie 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti.

Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto – New York e Chicago – con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa.

Le sue fotografie non sono mai state esposte né pubblicate mentre lei era in vita, la maggior parte dei suoi rullini non sono stati sviluppati, Vivian Maier sembrava fotografare per se stessa.

Osservando il suo corpus fotografico spicca la presenza di numerosi autoritratti, quasi un possibile lascito nei confronti di un pubblico con cui non ha mai voluto o potuto avere a che fare. Il suo sguardo austero, riflesso nelle vetrine, nelle pozzanghere, la sua lunga ombra che incombe sul soggetto della fotografia diventano un tramite per avvicinarsi a questa misteriosa fotografa.

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presenta al pubblico l’enigma di un’artista che in vita realizzò un enorme numero di immagini senza mai mostrarle a nessuno e che ha tentato di conservare come il bene più prezioso.

Come scrive Marvin Heifermann nell’introduzione al catalogo, “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.

Il libro Vivian Maier. Una fotografa ritrovata edito da Contrasto accompagna la mostra.

Per ricevere la cartella stampa scrivere a lbianconi@formafoto.it indicando la testata per cui si scrive

Per le visite guidate scrivere a: scuola@formafoto.it

SPECIALE LABORATORI PER BAMBINI

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PROIEZIONI SPECIALI IN COLLABORAZIONE CON FELTRINELLI REAL CINEMA!

In occasione della mostra torna al cinema il film che l’ha resa famosa: “Alla ricerca di Vivian Maier”

 

Senza titolo-1Dalla prima settimana di dicembre e per tutta la durata della mostra

 

Biglietto ridotto per chi presenta in cassa il biglietto della mostra Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

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Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

Dal 20 novembre al 31 gennaio 2016

#VivianMaierMilano

 ACQUISTA IL BIGLIETTO IN PREVENDITA QUI: http://midaticket.it/

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata

Dal 20 novembre al 31 gennaio 2016

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00

Giovedì dalle 12 alle 23

La biglietteria chiude 30 minuti prima dell’orario di chiusura

Ingresso intero: 8 euro

Ridotto: 6 euro

#VivianMaierMilano

 

Forma Meravigli

Via Meravigli 5

20123 Milano

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Ufficio Stampa Forma

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Ufficio Stampa Camera di Commercio

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OutOfExpo_flyer2

 

Una esposizione universale porta con sé grandi flussi di persone, grandi attività e cambiamenti nella città che la ospita, grandi problematiche da affrontare e, a volte, grandi
vantaggi.
Quali sono dunque le relazioni che si stabiliscono tra la città di Milano ed Expo2015 mentre questa è in corso?
Quali azioni-reazioni si producono nel corpo vivo della città in conseguenza di questa presenza, così ingombrante pur se delocalizzata nelle frange più esterne (estreme?) della metropoli?
La fotografia e il video, così come altre forme espressive che li utilizzano, possono essere acuti nell’indagare e nel rivelare; in tale chiave, sono stati utilizzati da oltre 40 studenti italiani e internazionali del Master in Photography and Visual Design e del Biennio in Design della Comunicazione di NABA come strumenti chiave che aprano ad una conoscenza più attenta e specifica. Si sono così affrontate tematiche molto ampie e diverse tra loro, fra cui la circolazione dei visitatori e quella della comunicazione prodotta dagli stessi nei social network, l’influsso di Expo sulle attività commerciali della città, l’invadente e ossessiva presenza del marchio Expo, i percorsi che portano e collegano Expo al centro storico, gli aspetti legati al tema della sicurezza e quelli che rimandano ai meccanismi occupazionali dell’esposizione, i flussi di merci e di cibo, il futuro e il presente dell’area dove si svolge Expo, e molto altro ancora. Attraverso l’approfondimento di specifici casi studio e sfruttando l’inesauribile potere delle immagini, questa mostra si propone come osservatorio su tutto ciò che, in città, rimane al di fuori del sito di Expo, intrecciando una serie di sguardi che dall’esterno puntano al cuore della nostra organizzazione sociale.

 

 

La vera Italia? Due inchieste

di Pier Paolo Pasolini

 11

La lunga strada di sabbia – Comizi d’amore

Fotografie di

Mario Dondero, Angelo Novi, Philippe Séclier

CARTELLA STAMPA —> http://bit.ly/PasoliniForma

Martedì 29 settembre alle 18.30 inaugura, presso le sale di Forma Meravigli, la mostra “La vera Italia? Due inchieste di Pier Paolo Pasolini. La lunga strada di sabbiaComizi d’amore”. A cura di Alessandra Mauro, la mostra è prodotta da Forma in collaborazione con la Cineteca di Bologna.

Nell’anno che segna i quarant’anni dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, Forma Meravigli celebra la sua memoria con una mostra sulle grandi inchieste realizzate da Pasolini alla scoperta di un paese, i suoi cambiamenti e le sue contraddizioni.

È il 1959 quando la rivista Successo pubblica il reportage realizzato da Pasolini come inviato speciale, percorrendo tutta la costa italiana da Nord a Sud al volante di una Fiat Millecento, La lunga strada di sabbia. Incontrati e narrati nel momento sospeso delle vacanze, gli italiani diventano i protagonisti di questo viaggio-inchiesta su un paese in cambiamento, tra il dopoguerra ormai alle spalle e il boom economico che sta per esplodere.

A quattro anni di distanza, nel 1963, Pier Paolo Pasolini realizza un’altra inchiesta, questa volta su gli italiani e la sessualità. Di nuovo, percorrerà la penisola, andrà sulle spiagge ma anche nei cortili di campagna, di fronte alle fabbriche e nelle strade delle città per interrogare la gente, giovani, vecchi, bambini, donne, su cosa sia l’amore, il esso e che importanza possa avere il cosiddetto comune senso del pudore. Il risultato è il film Comizi d’amore: una corale e lucida rappresentazione del nostro paese.

Nelle sale di Forma Meravigli, si alterneranno le fotografie di scena di Comizi d’amore, realizzate da Angelo Novi e Mario Dondero, e quelle che, a trent’anni di distanza da La lunga strada di sabbia, il fotografo francese Philippe Séclier ha scattato ripercorrendo le tracce dell’itinerario di Pasolini.

Accompagnate da lunghe citazioni dei due lavori, le immagini di Dondero, Novi e Séclier da un lato restituiscono al pubblico l’atmosfera, la sfrontatezza, il pudore e il metodo d’indagine di Pasolini; dall’altro  testimoniano l’importanza di ripercorrere  quella stessa strada, ritrovare le tracce di un’osservazione attenta e controcorrente e mantenere viva la memoria di un lavoro di scavo sull’Italia serio, profondo, opportuno e necessario come è stato quello di Pier Paolo Pasolini.

Alla mostra è associata la visione del cortometraggio Pier Paolo Pasolini. Appunti per un critofilm (1966) di Maurizio Ponzi.

La mostra è una coproduzione tra Forma – Fondazione Italiana per la fotografia e la Cineteca di Bologna e rientra nel palinsesto delle iniziative di Expo in città.

I libri, La lunga strada di sabbia e Comizi d’amore, editi da Contrasto, accompagnano la mostra.

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

 

La vera Italia? Due inchieste di Pier Paolo Pasolini

30 settembre – 15 novembre 2015

#FormaMeravigli

 

Forma Meravigli

Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 11.00 – 20.00

Giovedì 12.00 – 23.00

Lunedì, martedì chiuso

Biglietto di ingresso: 5 euro

 

Via Meravigli 5

20123 Milano

0258118067

www.formafoto.it

info@formafoto.it

Twitter @formafoto

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Ufficio Stampa Forma

Laura Bianconi

stampa@formafoto.it

3357854609

 

Ufficio Stampa Camera di Commercio

Emanuela Croci

ufficio.stampa@mi.camcom.it

 

 

 

Exposed Project

Mostra-laboratorio sulle trasformazioni della città

06_Giuseppe Fanizza_critical bike no expo_ 2015

CARTELLA STAMPA —> http://bit.ly/ExposedProject_Forma

 

Mercoledì 24 giugno alle 18.30 inaugura, presso le sale di Forma Meravigli, Exposed Project.

 

In quanto luogo di riflessione permanente sull’identità e sulle trasformazioni di Milano, capace di dare spazio alle più recenti ricerche artistiche che vedono protagonista la fotografia, Forma Meravigli, iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto, presenta Exposed Project.

Per tutto il corso dell’estate 2015 le sale espositive si trasformano in un osservatorio dinamico sulla città in grado di captare i nuovi sguardi sul territorio e restituire in tempo reale i mutamenti sociali e culturali che caratterizzano Milano e il suo hinterland in concomitanza con l’Esposizione Universale.

 

Exposed Project è un lavoro di ricerca che prende avvio a Milano nel 2011 dall’esigenza condivisa da un gruppo di fotografi, artisti, videomaker e ricercatori: testimoniare le trasformazioni urbane, sociali ed economiche in atto nella città in occasione di un grande evento come Expo 2015. Si è così costituito un network internazionale caratterizzato da un approccio aperto, critico, multidisciplinare e inclusivo, che ha indagato un territorio in continua evoluzione condividendone i risultati – attraverso una piattaforma di immagini, video e contenuti multimediali – con le comunità. Il web, i social network, sono stati la scelta naturale per la veicolazione del progetto e il sito di Exposed Project è la chiara manifestazione di un lavoro collettivo in progressiva crescita e delle diverse ricerche portate avanti dal gruppo di autori.

 

Dal 24 giugno al 20 settembre 2015, Forma Meravigli ospiterà 6 progetti realizzati da Exposed Project e un fitto programma di oltre 15 tra incontri, eventi esterni, presentazioni e dibattiti che confermano la vocazione al dialogo e alla ricerca del nuovo spazio di via Meravigli. L’allestimento si articolerà in una sorta di laboratorio permanente, aperto a diverse discipline e animato anche dal pubblico che sarà chiamato a interagire e a condividere la propria esperienza attraverso laboratori e performance.

 

Il progetto è realizzato in collaborazione con Careof nell’ambito di FDV Residency Program, che dal 2013 ha supportato lo sviluppo del laboratorio di ricerca e condiviso la progettualità attraverso talk, laboratori, progetti espositivi.

 

L’esposizione si concluderà con una mostra degli studenti del master di fotografia realizzato da Forma e NABA, che presenteranno i lavori sul tema di Expo realizzati nell’estate 2015 e arricchiti dal confronto, tra gli altri, con Exposed.

 

CALENDARIO DI SETTEMBRE DEGLI APPUNTAMENTI IN MOSTRA

4 settembre dalle ore 18.30 – Lluc Baños – EXPOSED
Performance
Lluc si esibirà in una performance meccanico-culinaria per trasformare a sua volta i materiali reperiti in entità ibride, a metà fra alimento, componentistica e residui di cantiere

5 e 6 settembre dalle ore 16 alle 20 – FXPO #2 THE FERMENTATION PAVILLION

Seminario

The Fermentation Pavillion è un network creato per rispondere allo slogan di EXPO2015 “Nutrire il pianeta”. Due giorni per digerire il motto di EXPO con differenti prospettive geografiche e politiche e conversazioni dal vivo e su skype con artisti, teorici e attivisti internazionali.

Interventi e screenings di: Michael Fesca, Anna Bromley, Atmaja Anan, Valentina Karga (Greece), Stefan Demming (Germany), Claudia Medeiros Cardoso (BRA), Serge Attukwei Clottey ( Ghana).

Nell’ambito del programma, verrà presentato Baranzà (a cura di Fabrizio Vatieri in collaborazione con Laura Lecce) un racconto che nasce e ruota intorno al Bar Expo 2015 del comune di Baranzate. L’installazione multimediale mette in relazione territorio, alimentazione ed economia del comune adiacente alla Esposizione Universale.

9-11 settembre dalle ore 16:00 – SOLILOQUIO PARTECIPATO – PAKMAP
Esperienza e pratica del soliloquio attraverso le vie del centro di Milano.

Esperienza conclusiva del laboratorio che si basa sul metodo del foto-stimolo, che indaga la percezione della città di Milano attraverso le immagini.

Questo metodo propone la combinazione e integrazione di differenti tecniche visuali e partecipative, utili a raccogliere informazioni sulla percezione sociale..

Siete tutti invitati a prendere parte a quest’esperienza collettiva che ci porterà nelle strade del centro della città.

Un progetto di Andrea Kunkl, Lorenzo Natali, Cristiano Mutti e Valentina Anzoise

10 settembre dalle ore 19:00 – FINISSAGE MOSTRA + LIVE READING WU MING 2 无名二 – 4NOEXPO 

Serata conclusiva degli eventi organizzati da Exposed presso Forma Meravigli, con ospiti speciali: WuMing2, che farà un racconto a più voci sull’Expo, per ragionare in modo critico sul grande evento che ha animato la ricerca di Exposed.

12 settembre dalle ore 16:00 – Mostraci il tuo progetto su Milano #3
Redazione aperta a nuove proposte progettuali. Giornata 3, chiusura.

L’ultimo degli appuntamenti di “redazione aperta”: siete tutti invitati (fotografi, scrittori, filmaker, appassionati, studenti o professionisti) a raccontarci un vostro progetto in divenire o terminato sulla tematica della trasformazione urbana. Durante questo incontro verranno visionati i materiali prodotti durante l’on the spot del 26 agosto.

La redazione di Exposed vi aspetta!

I PROGETTI IN MOSTRA

 

Archivio

02_andrea kunkl_exposed _incendio grigio                 

 

 

Sono oltre 30 i lavori, di autori diversi, che compongono l’Archivio di Exposed, raccolti fin dalla fondazione del gruppo. Un contenitore in continua crescita alla cui base si trova lo sguardo comune di fotografi, videomaker e scrittori nei confronti dei grandi processi di cambiamento, in un discorso sulla città che si apre a luoghi e suggestioni differenti.

La mostra presenterà una selezione di immagini e progetti che compongono l’archivio.

 

On the spot

01_Giuseppe Fanizza_Andrea Kunkl_area expo nel novembre 2011

I sopralluoghi periodici sul campo effettuati da diversi autori sull’area che oggi ospita Expo rappresentano una sorta di spina dorsale del progetto.

On the spot, ricerca avviata nel 2011 e destinata a concludersi con la fine di Expo 2015, costituisce una timeline visuale della trasformazione del territorio che racconta in 5 anni di grandi lavori il passaggio da campagna agli odierni padiglioni.

In mostra un allestimento flessibile farà posto man mano ai contributi più recenti.

 

 

 

Pak Map

05_PakMap_andrea kunkl_exposed project

 

Pak Map è un progetto in progress nato dalla relazione sperimentale tra ricerca scientifica e pratica artistica. Uno strumento interdisciplinare in cui arte, ricerca sociale e tecnologia dialogano costantemente al fine di far emergere le visioni e le percezioni delle comunità che abitano i territori diversamente coinvolti da Expo 2015, con un arco temporale che da prima dell’apertura proseguirà oltre la sua chiusura.

Nello spazio di Forma Meravigli il pubblico potrà essere partecipante attivo nella ricerca, contribuendo con diverse tecniche di indagine quali interviste, mappe mentali, soliloquio, fotostimolo.

A cura di Andrea Kunkl e Cristiano Mutti, Valentina Anzoise, Lorenzo Natali.

 

 

Baranzà

08_Fabrizio Vatieri_Baranza_bar expo2015 di baranzate             19_Fabrizio Vatieri_exposed_Baranza_ VIdeo Still

Nel 2012 il signor Angelo Chen rileva un bar in via Monte Bisbino a Baranzate, a ridosso dei cantieri per la realizzazione dell’Esposizione Universale, e lo chiama Bar Expo 2015.

Baranzà è un’installazione multimediale che ruota intorno a questo luogo, sia dal punto di vista fisico sia simbolico, che diventa emblematico delle relazioni tra territorio, alimentazione ed economia.

L’installazione è composta da una serie di fotografie, una postazione web che mostra il sito Feeding Baranzate a cura di Laura Lecce e una postazione in cui i visitatori sono invitati a disegnare la propria versione del logo di Expo, seguendo il video-tutorial del proprietario del Bar Expo 2015.

 

Un progetto di Fabrizio Vatieri.

 

 

Sinfonie Urbane

12_Sinfonie Urbane_The Cool Couple e Alessandro Sambini_You are Hear        13_sinfonie urbane_Ferri e Vallicelli_Ridotto mattioni

10 coppie di artisti provenienti da tutta Italia sono state chiamate a Milano per interpretare, attraverso la combinazione di suono e video, l’immagine della città in rapido cambiamento.

Partendo dalla suggestione delle Sinfonie Urbane degli anni Venti e Trenta, da cui emerge una naturale idea di progresso, dieci opere contemporanee riflettono sulla percezione della città alla luce della nuova Esposizione Universale.

 

Il progetto, a cura di Fatima Bianchi, è stato realizzato tra il 2013 e il 2014 in collaborazione con Filmmaker, O’ Artoteca e Careof.

 

21, 22 e 23 luglio: Sinfonie urbane live, i dieci progetti in mostra saranno presentati dagli autori stessi, tre dei quali si esibiranno in performance dal vivo.

 

 

FXPO

Una installazione sonora che riempirà le sale espositive, un audiodoc prodotto di un progetto di networking internazionale fra artisti e curatori, per attivare riflessioni e interferenze sulle strategie di comunicazione istituzionali e aziendali legate alla distribuzione e al consumo dei prodotti alimentari.

 

Un workshop a settembre aprirà il progetto al pubblico e alla comunità artistica milanese.

Il network fxpo è aperto a contributi online di artisti e curatori internazionali per tutta la durata di Expo 2015 (https://fxpo.atavist.com/fxpo).

 

FXPO è un progetto a cura di Exposed, Michael Fesca e Anna Bromley.

 

 

 

Exposed è un progetto di:

Eleonora Angiolini

Fatima Bianchi

Giuseppe Fanizza

Andrea Kunkl

Allegra Martin

Giulia Ticozzi

Fabrizio Vatieri

 

http://www.exposedproject.net/

 

Exposed è un progetto corale che dal 2012 ha visto la partecipazione di:

Francesco Paolo Addati, Dario Agazzi, Valentina Anzoise, Chiara Badiali, Lluc Baños, Fabrizio Bellomo, Alessia Bernardini, Gianluca Brezza, Alessandro Calabrese, Lorenzo Casali, Matteo Casari, Leone Contini, Giuseppe De Mattia, Jade Doskow, Giuseppe De Mattia, Irene Dionisio, Enece Film, Federico Evangelista, Luca Ferri, Valentina Finzi, Valentina Ghiringhelli, IraC, Perrine LamyQuique, Laura Lecce, Martino Lombezzi, Michele Miele, Filippo Minelli, Cristiano Mutti, Nastynasty, Lorenzo Natali, JeanSébastien Nouveau, Nicola Nunziata, Thomas Pagani, Giorgio Partesana, Matteo Pasin, Nico Pasquini, Thomas Pololi, Serena Porrati, Daniele Portanome, Anna Positano, Nadia Pugliese, Nuvola Ravera, Anna Teresa Ronchi, Sissi Roselli, Luca Rotondo, Micol Roubini, Alessandro Sambini, Matteo Sandrini, Mirko Smerdel, Ilaria Speri, The Cool Couple, Giulia Vallicelli, Pep Vidal, Wu Ming, Tommaso Zanetta

 

 

La mostra è realizzata in collaborazione con Careof e con il Master in Photography and Visual Design organizzato da Forma e NABA – Nuova Accademia di Belle Arti, Milano.

 

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

 

Exposed project

25 giugno – 20 settembre 2015 (chiusura estiva dal 12 al 16 agosto)

 

#ExposedProject #FormaMeravigli

 

Forma Meravigli

Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 11.00 – 20.00

Giovedì 12.00 – 23.00

Lunedì, martedì chiuso

Biglietto di ingresso: 4 euro

 

Via Meravigli 5

20123 Milano

0258118067

www.formafoto.it

info@formafoto.it

Twitter @formafoto

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 San Vito (Ca)

 

IL RACCONTO ONESTO

Scrittori e fotografi italiani narrano il presente

24 aprile – 14 giugno 2015

venerdì 1 maggio chiuso

A cura di Matteo Balduzzi, Alessandro Leogrande e Alessandra Mauro

Progetto allestitivo di Franco Achilli

 

Giovedì 23 aprile alle 18.30 inaugura, presso le nuove sale di Forma Meravigli, la mostra “Il racconto onesto”.

Letteratura e fotografia si interrogano da sempre intorno al ”da dove veniamo” per capire “chi siamo”, attraverso vicende in cui pubblico e privato si intersecano in modi diversi, a seconda delle scelte di ciascun autore ma pur sempre su eventi, soggetti e contraddizioni che fanno parte del nostro orizzonte quotidiano.

Nati da un’idea e da un quesito di Goffredo Fofi, la mostra intreccia le testimonianze di scrittori e il lavoro di fotografi italiani impegnati, appunto, a raccontare in modo onesto, vero e nuovo, il nostro presente.

 

I contributi degli scrittori, chiamati a spiegare come si possa oggi vivere e interpretare il nostro tempo, si alternano alle immagini dei fotografi, ugualmente impegnati a raccontare il nostro paese, in un rimando di voci, visioni e argomenti che compone un insieme vario e incredibilmente vero dell’Italia.

 

Una straordinaria collezione di contributi, testuali e visivi. Ma anche per Forma Meravigli, una dichiarazione d’intenti sul valore, la centralità della testimonianza, fotografica e non. E, insieme, sull’importanza di dare spazio e respiro a nuovi racconti e nuove visioni.

 

Una serie di incontri con gli autori in mostra accompagnerà tutto il periodo di esposizione. Si comincia il 7 maggio con Goffredo Fofi in dialogo con Walter Siti e Antonio Scurati. Il 21 maggio l’incontro è con Helena Janeck, Igiaba Scego e Silvia Ballestra, in compagnia di Alessandra Mauro. Il 28 maggio l’appuntamento è con la proiezione del documentario Il diario di Felix di Emiliano Mancuso. Il 4 giugno Stefano Valenti, Paolo di Stefano e Angelo Ferracuti conversano con Alessandro Leogrande. Tutti gli incontri sono alle 18.30 nella sala dedicata di Forma Meravigli.

 

La mostra è accompagnata dal libro omonimo edito per la collana “In parole” di Contrasto.

 

Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.

 

I contributi letterari in mostra:

Giulio Angioni, Franco Arminio, Silvia, Avallone, Silvia Ballestra, Maurizio Braucci, Alberto Capitta, Giuseppe Catozzella, Paolo Cognetti, Gioacchino Criaco, Paolo Di Stefano, Giorgio Falco, Antonio Ferracuti, Elena ferrante, Giorgio Fontana, Vittorio Giacopini, Helena Janeczek, Nicola Lagiogia, Alessandro Leogrande, Sepp Mall, Alessandro Mari, Raul Montanari, Aldo Nove, Antonio Pascale, Francesco Pecoraro, Roberto Saviano, Tiziano Scarpa, Igiaba Scego, Antonio Scurati, Walter Siti, Benedetta Tobagi, Stefano Valenti, Wu Ming 1

I progetti fotografici in mostra: Tommaso Ausili – La città bianca; Nicolò De Giorgis – Hidden Islam; Emiliano Mancuso – Il diario di Felix; Giulio Piscitelli – From there to here; Alessandro Toscano – Sardinians postcards

 

Forma Meravigli collabora con la Casa delle Letterature del Comune di Roma presentando, nel mese di giugno 2015, la mostra Il racconto onesto nell’ambito di Letterature. Festival Internazionale di Roma, diretto da Maria Ida Gaeta.

 

Invito incontri il racconto onesto

 Cartella stampa

Il racconto onesto

24 aprile – 14 giugno 2015

 

Forma Meravigli

Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 11.00 – 20.00

Giovedì 12.00 – 23.00

Lunedì, martedì chiuso

Welcome pass valido fino al 6 settembre: 7,00 euro

Via Meravigli 5

20123 Milano

0258118067

www.formafoto.it

info@formafoto.it

 

 

Ufficio Stampa Forma

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Ufficio Stampa Camera di Commercio

Emanuela Croci

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San Ysidro, California, 1979

San Ysidro, California, 1979

21/02/2015 – 07/06/2015 AuditoriumExpo

A occhi aperti

Quando la Storia si è fermata in una foto

 

Fotografie di Abbas, Gabriele Basilico, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Don McCullin, Steve McCurry, Josef Koudelka, Paolo Pellegrin, Sebastião Salgado, Alex Webb

 

AuditoriumExpo – Auditorium Parco della Musica di Roma

 

Dal 21 febbraio al 7  giugno 2015

 

Testi di: Mario Calabresi

A cura di: Alessandra Mauro e Lorenza Bravetta

 

Inaugura venerdì 20 febbraio 2015 alle 18 la mostra A occhi aperti. Quando la Storia si è fermata in una foto presso l’AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. L’esposizione, curata da Alessandra Mauro e Lorenza Bravetta a partire dal libro A occhi aperti di Mario Calabresi (pubblicato da Contrasto) sarà presentata in collaborazione con Magnum Photos nell’ambito di Auditorium Fotografia, un progetto della Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Contrasto e Fondazione Forma per la Fotografia. La mostra sarà aperta fino al 10 maggio 2015.

 

«Cosa potremmo sapere, cosa potremmo immaginare, cosa potremmo ricordare dell’invasione sovietica di Praga se non ci fossero, stampate nei nostri occhi, le immagini di un “anonimo fotografo praghese”, che si scoprì poi chiamarsi Josef Koudelka? Quanta giustizia hanno fatto quelle foto, capaci di raccontare al mondo la freschezza e l’idealismo di una primavera di libertà. Ci sono fatti, pezzi di storia, che esistono solo perché c’è una fotografia che li racconta». Così ha scritto Mario Calabresi che, appassionato di fotografia, ma anche e soprattutto di giornalismo e realtà, ha intrapreso un viaggio molto speciale: un viaggio profondo ed affascinante nella storia recente, cercando alcuni dei “testimoni oculari” che con il loro lavoro, e la voglia di scavare tra le pieghe della cronaca, hanno raccontato alcuni momenti straordinari del nostro presente in una serie di immagini realizzate con gli occhi ben aperti sul mondo. Ne è nato un libro, A occhi aperti (Contrasto) appunto, che ha raccolto le interviste, vibranti e palpabili, a dieci grandi fotografi, dieci testimoni del nostro tempo.

 

Il progetto del libro è diventato una mostra che arriva per la prima volta a Roma: attraverso le immagini esposte, lo stesso Mario Calabresi accompagna lo spettatore in un viaggio coinvolgente che offre al visitatore la possibilità di guardare il mondo da una prospettiva incredibilmente privilegiata: quella degli occhi dei grandi reporter. Ecco allora Paul Fusco che racconta i funerali di Bob Kennedy, Josef Koudelka che descrive il mondo, condannato all’oblio, degli zingari dell’Europa dell’est, Steve McCurry e la sua Asia ancora sconosciuta, e molti altri grandi nomi della fotografia internazionale.

 

 

UNA FOTO, UNA STORIA

 

Nell’ambito della mostra A occhi aperti Contrasto organizza un ciclo di lezioni tematiche a cadenza mensile (della durata di un’ora e mezzo ciascuna), a cura di Alessandra Mauro e Alessia Tagliaventi, in cui le fotografie verranno considerate come documenti storici, reperti iconografici e oggetti visivi dotati di una loro individualità e importanza. In questo modo l’immagine riesce a rivelare la sua forza visiva, la sua vicenda ma anche la complessa rete d’implicazioni storiche, sociali, psicologiche, iconografiche che la sorregge.

 

6 marzo 2015 ore 19 | La fotografia come ”racconto del quotidiano”

In che modo la fotografia ha saputo raccontare l’uomo e la sua storia, non solo quella dei grandi avvenimenti internazionali, ma soprattutto quella quotidiana vissuta nelle strade.

 

10 aprile 2015 ore 19 | La fotografia di guerra

Come la fotografia ha raccontato, e ancora racconta, i conflitti del nostro mondo.

 

8 maggio ore 19 | La fotografia e il ritratto

Le diverse modalità stilistiche e compositive dei vari autori che hanno interpretato il genere del ritratto, questa forma di incontro, e nello stesso tempo di lotta, con il volto, il corpo, la personalità dell’altro.

 

–      Alle lezioni si accede con il biglietto della mostra, non occorre prenotare –

 

INFO MOSTRA

 

Orari:

La mostra sarà aperta al pubblico dal lunedì al giovedì dalle ore 12.30 alle ore 20.30, venerdì e sabato dalle ore 12.30 alle 22.00, la domenica dalle ore 12.30 alle 20.30.

 

 

Biglietto:

  • Intero 10 euro

 

Info:

06-80241281  – www.auditorium.com

Margaret Bourke White, Fort Peck, 1936

Margaret Bourke White, Fort Peck, 1936

“Vedere la vita, vedere il mondo”

(dal primo numero della rivista Life, 1936)

 

Martedì 2 dicembre alle 19.00, Leica Camera Italia inaugura presso Leica Galerie Milano in via Mengoni 4 (angolo Piazza Duomo) – la mostra
“Le grandi fotografie di LIFE”, a cura di Forma Galleria, che raccoglie una selezione delle più significative fotografie pubblicate dalla storica rivista americana.

Per buona parte del XX secolo, i fotografi di Life hanno raccontato con le loro immagini ogni aspetto della vita umana.

Dal 1936  la rivista creata da Henry Luce ha mostrato ai suoi lettori le immagini del nuovo secolo avvalendosi dei più talentuosi e autorevoli fotogiornalisti che hanno reso le sue copertine memorabili. Life è infatti diventata sinonimo di un’estetica raffinata e incisiva, la cifra stilistica dei suoi servizi è inconfondibile e tuttora continua fonte di ispirazione.

Ha rappresentato una bella fetta della memoria fotografica a stelle e strisce che è divenuta poi memoria fotografica del mondo intero e che rivivrà eccezionalmente nella mostra “Le grandi fotografie di LIFE”. Tra gli scatti esposti: le fotografie di Alfred Eisenstaedt, Margaret Bourke White, Martha Holmes e Milton Greene.

La nuova esposizione dedicata al magazine che ha fatto la storia mondiale del fotogiornalismo  consolida la proficua collaborazione tra Leica Camera Italia e Forma Galleria che da tempo hanno avviato numerosi progetti culturali divenuti un appuntamento fisso per tutta la città. La Leica Galerie di Milano, inaugurata a maggio, nasce infatti con l’obiettivo di mettere a disposizione di tutti –  esperti, appassionati e amatori – un luogo dove poter vivere ‘esperienze fotografiche’ a 360°, arricchire le proprie competenze e condividere creatività e passione per la Fotografia d’autore.

Le grandi fotografie di LIFE

Dal 3 dicembre al 25 gennaio 2015

Leica Galerie Milano

via Mengoni 4 (angolo piazza Duomo)

20121 Milano

Ingresso Gratuito

 

Per informazioni sull’acquisto delle opere in mostra, rivolgersi a:

Alessia Paladini

Forma Galleria

Via Ascanio Sforza, 29

Milano

c. +39 339 7124519

www.formagalleria.com

printroom@formafoto.it

 

 

 

In piena luce di Herb Ritts - Auditorium Parco della Musica Roma fino al 30 marzo 2014

In full light by Herb Ritts

Dopo la prima tappa presso AuditoriumExpo a Roma, la mostra dedicata al grande Herb Ritts arriva a Stoccolma

 

Herb Ritts In Full Light

A flat tyre in the desert kick-started Herb Ritts’ career as one of the world’s most sought-after fashion photographers. With his graphic and powerful imagery he also developed into a popular portraitist who got artists and models to open up and reveal their true selves. “In Full Light” is a retrospective exhibition of Ritts’ famous, iconic images, and pictures that have never before been shown.

Born under the Californian sun into a well-to-do family and with Steve McQueen as his next-door neighbour, Herb Ritts grew up at a time when the cult of the body began to emerge. He took an economics degree from Bard College in upstate New York, studied art history and then began working in his family’s furniture company. He lived a carefree life with no specific plans for the future.

However, a puncture while driving around the desert with his friend Richard Gere in their Buick Le Sabre radically changed Ritts’ life. He took some casual photos of Richard Gere, sweaty in a white singlet, cigarette provocatively in mouth, while he was changing tyres in a garage in San Bernardino and before long the major fashion magazines wanted to employ him.

In the late ‘70s and early ‘80s, Ritts honed his craft and aesthetics while building a reputation as a celebrity photographer. In 1985 he exhibited his pictures for the first time in the show Working in LA., sponsored by the lifestyle magazine Interview. After this his career took off, with fashion shoots for magazines such as Harper’s Bazaar, Vogue, Elle, Vanity Fair and Rolling Stone, and music videos for, among others, Madonna, Michael Jackson, Jennifer Lopez and Chris Isaac. He worked with fashion companies such as Donna Karan, Calvin Klein, Versace and Giorgio Armani, and contributed to international publicity campaigns for Chanel, Lancôme, Revlon and Cartier, always with his trademark stylistic virtuosity. Mixing commercial commissions with portraits, music videos and his own projects, he broke the boundaries of fashion, art and advertising.

The spirit of the time was on his side. There was an emerging fixation with the body and a fashion world inspired by gay culture. Herb Ritts challenged the prevailing conventions about gender, race and sexuality. Inspired by classical forms, he dressed our shared history in contemporary clothing.

With a graphically perfected aesthetics he created his own glamorous universe. Transgressing boundaries, blending male forms and female strength, he created erotic and sensually elegant arrangements. His images may be body-fixated but they are never stereotyped; rather they express a love for form, colour, harmony and light. “I’ve always had a fondness for and innate sensitivity to light, texture, and warmth. I abstract it in my photographs: I like large planes and spaces, areas of texture and light, like deserts or oceans or monumental places,” Ritts explained.

Ritts’ images often contain a sense of humour and a smile – they are tongue-in-cheek and feature unaffected emotions. Reading his comments in his successful book, “Notorious”, one discovers a self-distance and a relaxed approach to the famous people he depicted.

Two days after Christmas Eve 2002, Herb Ritts died from pneumonia at the age of 50. He is remembered as one of the major lifestyle photographers of the ‘80s and ‘90s. He loved people and it shows in his images. “Basically, I fell into photography. I literally bought a little camera and went on vacation and started taking pictures of friends of mine and I guess I had an eye.” is how Ritts explained his success.

This exhibition is a production of Fondazione Forma per la Fotografia, Milan, in association with Herb Ritts’ Foundation. It is curated by Alessandra Mauro. The exhibition is designed by Jessy Heuvelink, Head of Design at J. Lindeberg.

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Gianni Berengo Gardin – Elliott Erwitt. Un’amicizia ai sali di argento presso l’AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica. La mostra sarà presentata nell’ambito di Auditorium Fotografia, un progetto della Fondazione Musica per Roma in collaborazione con Contrasto e Fondazione Forma per la Fotografia. La mostra sarà aperta dal 14 ottobre al 2 novembre 2014 e dal 18 novembre al 15 febbraio 2015.

 

L’esposizione, per la prima volta, mette a confronto due grandi interpreti della fotografia, due maestri della camera oscura. Nella loro lunga carriera, Berengo Gardin e Erwitt ancora oggi percorrono il mondo guardandolo attraverso il visore di una macchina fotografica, strumento e pretesto di vita, per poi scegliere, sui provini a contatto, le foto migliori di cui la stampa finale, quella definitiva, avrà i segni, le luci e le ombre dei sali d’argento e della realtà.

Molte celebri, altre poco note, altre ancora appena realizzate e mai mostrate finora, in questa mostra le immagini di Gianni Berengo Gardin e quelle di Elliott Erwitt dialogano una con l’altra, in un percorso incrociato di stili, recuperando il senso di uno sguardo, quello partecipe e intenso dei fotogiornalisti, e di un legame forte, come appunto l’amicizia. Un’amicizia fatta di camera oscura, di acidi di sviluppo e di sali d’argento.

 

Centoventi fotografie ripercorrono la carriera dei due fotografi, dai primi anni Cinquanta fino agli ultimi reportage realizzati in questi recenti mesi sulle grandi navi a Venezia per Berengo Gardin e uno reportage sulla Scozia per Elliott Erwitt.

Ma in mostra ci saranno anche i provini delle più importanti immagini dei grandi fotografi e una ricostruzione del loro studio: il luogo magico dove tutto avviene o meglio, tutto si rivela.

 

 

 

Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Nel 1963 vince il World  Press Photo. Dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale documenta le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 200) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). Contrasto ha appena pubblicato Il libro dei libri (2014) che raccoglie tutta i volumi pubblicati (oltre 250).

 

Elliott Erwitt è nato a Parigi nel 1928 da genitori russi. La famiglia si trasferisce negli Stati Uniti nel 1939 per sfuggire le leggi razziali, fatto questo che permette a Erwitt di studiare cinema a New York. Svolge il servizio di fotografo in Europa presso l’US ARMY Signal Corps, ruolo che gli permise di entrare in contatto con Robert Capa che lo indroduce in Magnum Photos di cui diventa membro nel 1970. Ha esposto nei più importanti musei del mondo e i suoi libri sono dei best sellers fotografici.

 

 

 

L’ESPERIENZA DELLA CAMERA OSCURA

 

Nell’ambito della mostra, nel nuovo spazio AuditoriumExpo completamente rinnovato, proseguiranno le iniziative di Auditorium Fotografia. Incontri con gli autori, presentazioni di libri, conferenze, lezioni di fotografia e una inedita esperienza in camera oscura accompagneranno la programmazione delle mostre di fotografia dell’Auditorium di Roma.

 

Organizzata insieme all’associazione Antropomorpha, L’esperienza della Camera Oscura permette ai visitatori di sperimentare la pratica del fotografo analogico entrando nella camera oscura ed imparando, sotto la guida di un esperto, le principali tecniche di stampa e come realizzare le fotografie ai sali d’argento.

Gli incontri avverranno di sabato alle 10 del mattino, avranno una durata di due ore, un costo di 50 euro (comprensivo anche del biglietto della mostra).

 

Date incontri:

18 e 25 ottobre;

1, 15, 22 e 29  novembre

 

Numero massimo di partecipanti:

10 persone

 

È indispensabile la prenotazione inviando una mail ai seguenti indirizzi:

 

ufficiostampa@contrasto.it

promozione@musicaperroma.it

 

 

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GORDON PARKS.

UNA STORIA AMERICANA

Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri, Verona

18 maggio – 28 settembre 2014

 

Il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona presenta la mostra “Gordon Parks. Una storia americana”.

 

Una realizzazione di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Gordon Parks Foundation e Contrasto a cura di Alessandra Mauro, la mostra è un’occasione imperdibile per conoscere il fotografo americano.

In esposizione circa 160 immagini in bianco e nero e a colori, stampe moderne e molti vintage.

Gordon Parks (morto nel 2006 a 93 anni) è stato fotografo, poeta, scrittore, regista (suoi i film sul detective Shaft), attore, musicista: una personalità dallo straordinario eclettismo, che gli è valso il soprannome di “Uomo del Rinascimento”.

 

Attraverso la fotografia, Parks ha sempre cercato di raccontare delle storie: i suoi servizi sulla rivista Life dedicati a una famiglia di neri ad Harlem, nel 1968 hanno segnato una tappa importante nel battaglia, piena di tensioni, violenza e rivendicazioni, contro il razzismo in America.

 

In mostra anche i suoi scatti di moda e una serie di immagini di attori – tra cui Paul Newman, Sidney Poitier e Ingrid Bergman -, di musicisti – Duke Ellington, Glenn Gould -, di scrittori come Carlo Levi e di personalità come Malcom X e Muhammad Alì.

Sono ritratti straordinari, mai in posa, che colgono nei volti la tensione e la concentrazione del momento.

 

L’esposizione è suddivisa in più sezioni, che nello straordinario scenario del Centro Internazionale di Fotografia trovano la giusta cadenza e ambientazione.

 

 

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Aperta dal 18 maggio al 28 settembre 2014, da martedì a domenica ore 10.00 – 19.00. Lunedì chiuso.

 

Inaugurazione: sabato 17 maggio ore 12.30.

 

In occasione della Notte dei Musei, sabato 17 maggio 2014 la mostra sarà visitabile, con ingresso gratuito, dalle 18.00 fino alle 01.00.

 

Biglietti: intero euro 5,00; ridotto euro 3,00; scuole e ragazzi (8 – 14 anni) euro 1,00.

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Storie di un fotografo di Gianni Berengo Gardin

dal 14 febbraio all’8 giugno 2014

Palazzo ducale, Genova

 

Con occhio sempre vigile, attento a cogliere le svolte della storia, così come i passaggi minimi, più discreti del reale, Gianni Berengo Gardin ha narrato – e continua a farlo, basti pensare al suo lavoro su L’Aquila, prima e dopo la devastazione inflitta dal terremoto – avvenimenti che hanno marcato in profondità la storia del nostro paese, sotto molteplici punti di vista, oltre ai momenti di vita quotidiana nelle strade, agli incontri casuali con le persone, ai gesti spontanei.
Le sue immagini – ormai riconosciute come patrimonio visivo degli italiani – sono uno spaccato della vita politica, sociale, economica e culturale dell’Italia dagli anni del boom a oggi, sia nei suoi risvolti felici, sia nelle sue pieghe drammatiche e a volte tragiche, ponendo sempre al centro dell’attenzione l’uomo e la sua dignità.
La mostra “Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo” approda a Palazzo Ducale in versione rinnovata e arricchita con un intero capitolo dedicato a Genova.
E a Genova Berengo Gardin ci torna spesso e sempre molto volentieri. Le fotografie, appositamente selezionate per questa edizione della mostra e in buona parte completamente inedite, coprono un ampio periodo che va dal 1969 al 2002. Quello di Berengo è un vero e proprio omaggio alla città. Un racconto affettuoso, forse nostalgico, ma comunque senza retorica.
Il porto, spesso fotografato su invito di Renzo Piano, diventa un crocevia di storie parallele: i lavoratori, le vedute, le navi e l’idea di un paesaggio che si trasforma in sentimento e consapevolezza nei confronti del cambiamento. Poi le strade, le architetture, le case si sovrappongono alla visione, i mestieri che ormai sono scomparsi. Le botteghe di un tempo.

Nella Genova di Berengo Gardin c’è una città che assomiglia alle sue idee, ai suoi ricordi. In quel bianco e nero, così come in tutte le sue storie c’è una quantità umana che corrisponde al suo amore per la vita. C’è commozione senza retorica. C’è quel Gianni Berengo Gardin che guarda avanti senza smettere mai di voltarsi indietro.

La rassegna antologica, a cura di Denis Curti, conta circa 200 fotografie che ripercorrono la carriera del grande maestro italiano dagli anni cinquanta a oggi.
Conosciuto in Italia e all’estero come il poeta della fotografia, Gianni Berengo Gardin ha saputo restituire e rinnovare il linguaggio visivo del nostro paese: Venezia, Milano, i manicomi e la legge Basaglia, la Liguria, l’entusiasmante esperienza con Renzo Piano, il grande reportage “dentro le case”, la Biennale d’arte di Venezia, ma anche New York, Vienna, la Gran Bretagna e la straordinaria esperienza con il Touring Club, fino alle fotografie finora rimaste inedite e qui presentate per la prima volta.
Nella fotografia di Gianni Berengo Gardin la poesia è spesso protagonista attraverso il silenzio. E le figure umane, quando ci sono, raccontano attimi di una vita sospesa, senza tempo, in una tradizione di tranquilli gesti quotidiani che si susseguono giorno dopo giorno. In ognuna di queste foto, ciascuno di noi ritrova un po’ di se stesso, della sua storia, dei suoi ricordi: più che paesaggi sono come archetipi dell’immaginario collettivo, e la poesia che ne scaturisce ci entra sottopelle e ci diventa subito familiare.

Gianni Berengo Gardin predilige il bianco e nero, in parte per una questione generazionale, ma anche perché “il colore distrae il fotografo e chi guarda”. Instancabile testimone del nostro tempo, nei suoi scatti in bianco e nero traspare infatti la capacità di raccontare le storie senza pregiudizi e una ricchezza di sentimenti che si scioglie in narrazione sempre lineare e coerente. La sua grandezza è la semplicità. O meglio la capacità di rendere leggibile la complessità del mondo.

La mostra è promossa da Genova Palazzo Ducale Fondazione per la cultura con la collaborazione di Tre Oci, Civita Tre Venezie e Fondazione Forma ed è organizzata da Civita Cultura. Il catalogo è pubblicato da Marsilio editori.

1.Gianni Berengo Gardin,  Le grandi navi da crociera invadono la città, 2013

MOSTRI A VENEZIA

Le grandi navi fotografate da Gianni BerengoGardin

irrompono a Villa Necchi Campiglio

                                             

dall’ 11 luglio al 28 settembre 2014

Milano, Villa Necchi Campiglio, via Mozart 14

 

IlFAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto  mette in mostra dall’11 luglio al 28 settembre 2014, a Villa NecchiCampiglio,bene del FAI nel cuore di Milano,ventisette fotografie di Gianni BerengoGardinscattate tra il 2012 e il 2014, che ritraggono il quotidiano usurpante passaggio di mastodontiche navi da crocieranel Canale della Giudecca di Venezia.

 

Una mostra di grande impatto che intende far riflettere su questi mostri che quotidianamente minacciano Venezia, che con i loro “inchini” fanno tremare più volte al giorno i suoi preziosi monumenti, che con i loro volumi si impongono prepotentemente alla vista, catturando sguardi e obiettivi, che quasi rubano la scena alle meraviglie della città. Intrusi da cui Venezia appare come un modellino, quasi una riproduzione di quelle rifatte a Las Vegas: un prodotto da consumare rapidamente, senza nemmeno scendere dalla nave.

 

Giganti smisurati rispetto al fragile contesto – lunghi due volte Piazza San Marco e alti una volta e mezzo Palazzo Ducale: l’opinione pubblica italiana e mondiale è scandalizzata dal passaggio di questi giganti (anche l’UNESCO ha da poco chiesto nuovamente al Governo italiano di risolvere il problema e di tutelare il delicato ecosistema della perla adriatica, altrimenti potrebbe venire meno il riconoscimento come patrimonio dell’umanità) che continuano però a transitare nel Canale della Giudecca visto che a oggi né divieti, né attenuazioni, né soluzioni integrative hanno spezzato l’invasione quotidiana.

 

Le fotografiecostituiscono un reportage duro, severo, rigoroso: un lavoro di testimonianza, ma soprattutto di denuncia da parte di uno dei più grandi fotografi italiani, Gianni BerengoGardinche ha vissuto a lungo a Venezia, città di suo padre.Un lavoro che equivale a una presa di posizione netta, che il fotografo sente come un dovere civile.

 

Questo mio nuovo lavoro – dice Gianni BerengoGardinvuole essere un atto di denuncia e un gesto d’amore per la mia città d’adozione. Il passaggio delle grandi navi nel cuore di Venezia non rappresenta solamente uno sfregio alla bellezza e un ennesimo, eclatante, episodio nella trasformazione della città in una mera immagine da cartolina, in uno sfondo per selfie. Rappresenta un grave pericolo per uomini ed edifici, una irrimediabile aggressione al suo già fragile equilibrio ambientale.”

 

 

 

Le fotografie hanno un taglio giornalistico, sono dirette, essenziali, senza artifici né forzature. In bianco e nero, per esaltare le linee, i dettagli, la sovrapposizione delle forme, e perché il colore non  distragga dalla scioccante visione, non attenui la violenza dei fatti erestituisca il senso di un’impossibile relazione tra i “mostri” e la loro preda, Venezia.

 

La mostra è allestita negli ambienti del piano terra della Villa affinché le immagini possano risaltare rispetto al contesto, quasi a confliggere con esso, irrompendo nell’atmosfera raffinata e ordinata della casa, catturando l’attenzione e imponendosi alla vista, creando uno straniamento che intende richiamare quello che le grandi navi provocano nello scenario veneziano.

 

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Il FAI, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, ha lanciato a metà maggio la settima edizione del censimento nazionale “I Luoghi del Cuore”: un’opportunità per chi si oppone al passaggio delle grandi navi a Venezia.

Eccezionalmente il FAI invita tutti gli italiani che amano questa straordinaria e delicata città a votare (fino al 30 novembre 2014), oltre al proprio luogo del cuore – quello che ci ricorda l’infanzia, quello che ci emoziona, quello che vediamo ogni giorno deteriorarsi, quello che rappresenta il simbolo della nostra comunità –anche il Canale della Giudecca.Si potrà cosìsostenere la  mobilitazione popolare già  in atto e contribuire a tenere accesi i riflettori su questa causa, auspicando la sua definitiva soluzione.

Tutti i vertici e i membri del Consiglio di Amministrazione del FAI hanno già scelto il Canale della Giudecca come loro luogo del cuore: il Presidente OnorarioGiulia Maria Mozzoni Crespi, il PresidenteAndrea Carandini, i VicepresidentiPaolo Baratta e Anna Gastel,  il Vicepresidente EsecutivoMarco Magnifico, il Direttore Generale Angelo Maramai,i Consiglieri Pier Fausto Bagatti Valsecchi, Roberto Cecchi, Luigi Colombo, Bona Frescobaldi, Bruno Ermolli, Costanza Esclapon, Gabriele Galateri di Genola, Luca Garavoglia, Paola Gazzola Premoli, Federico Guasti, Vannozza Guicciardini Paravicini, Andrea Kerbaker, David Landau, Galeazzo Pecori Giraldi, Maurizio Rivolta, Flavio Valeri, Alessandro Viscogliosi, Guido Roberto Vitale, Marco Vitale, Anna Zegna.

 

Segnali di sostegno al censimento e al Canale della Giudecca stanno arrivando dal mondo della cultura e in particolar modo dai musei veneziani e di tutta Italia.

 

Per informazioni www.iluoghidelcuore.it

 

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MOSTRI A VENEZIA

Orari: da mercoledì a domenica dalle 10 alle 18.

Ingresso con visita alla Villa:Adulti: € 9,00; Bambini (4-14 anni): € 4,00; Studenti universitari fino ai 26 anni: € 5,00; Iscritti FAI: gratuito

Con il Patrocinio del Comune di Milano.

La manifestazione è inserita nel calendario degli “Eventi nei Beni del FAI 2014” e sarà resa possibile grazie a Barclays, che per la prima volta è a fianco del FAI in questo importante progetto, e PIRELLI, che rinnova la consolidata amicizia con la Fondazione, e Cedral Tassoni, marchio storico italiano che per il terzo anno consecutivo ha deciso di abbinare la tradizione, la storia e la naturalità del suo prodotto al FAI.

Villa Necchi Campiglio è museo riconosciuto da Regione Lombardia.

 

Madonna (True Blue Profile), Hollywood 1986

Madonna (True Blue Profile), Hollywood 1986

 

HERB RITTS

IN PIENA LUCE

dall’11 dicembre 2013 al 30 marzo 2014 – AuditoriumExpo

Auditorium Parco della Musica – Roma

 

Inaugura martedì 10 dicembre la mostra In piena luce. Fotografie di Herb Ritts presso l’AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. La mostra, una produzione della Fondazione Musica per Roma e della Fondazione FORMA per la Fotografia, in collaborazione con la Herb Ritts Foundation e Contrasto, resterà aperta fino a marzo 2014.

 

Creatore delle immagini più incisive, sognanti e perfette dello star system hollywoodiano, Herb Ritts è stato un grande interprete della fotografia internazionale. Suoi sono molti dei ritratti che hanno costruito, è proprio il caso di dirlo, celebrities come Madonna, Michael Jackson o Richard Gere. Sue sono le fotografie patinate e oniriche della moda, dove gli abiti lucenti di Versace, i corpi perfetti delle modelle, sono immersi in una luce piena e vaporosa.

 

Concepita espressamente per l’AuditoriumExpo, In piena luce è una retrospettiva eccezionale di immagini di Herb Ritts, tra le più celebri ed altre inedite, provenienti dall’Herb Ritts Foundation di Los Angeles. In esposizione oltre 100 preziose fotografie di diverso formato, dalle imponenti stampe al platino, alla serie di stampe ai sali d’argento di medio formato fino alle grandi gigantografie spettacolari. I celebri ritratti realizzati da Herb Ritts, le fotografie di moda, i lavori sul corpo, le straordinarie immagini della California, l’eccezionale reportage sull’Africa.

 

Lo stile di Herb Ritts è inconfondibile, nutrito di uno sguardo potente – uno sguardo che idealizza – e che arrivò proprio nel momento giusto. Uomo colto e sensibile, appassionato di arte e di storia della fotografia, Ritts studiava le composizioni classiche, la plasticità del dialogo tra i corpi nell’arte rinascimentale, così come nelle fotografie di inizio secolo.

Rapito dal rigore formale del fotografo tedesco Herbert List (suo riferimento irrinunciabile per tante immagini), Ritts cercava di comprendere il mistero che risiede al fondo di quelle perfette composizioni di luci e di volumi che, spesso distrattamente e con superficialità, vengono chiamate semplicemente “fotografie di moda”.

Come è possibile restituire sulla carta fotografica il tocco serico di un tessuto cangiante, come mantenere l’aura magica di piacere che un abito di alta sartoria emana, come mettere in relazione l’aria densa di un giorno di sole con il vento, la sabbia del deserto, la pelle di una modella?

Tutte le immagini create dalla fantasia e dalla professionalità di Herb Ritts nascono dal lavoro intorno a questi temi e dalla possibilità di trovare a ogni momento, per ogni immagine da realizzare, una nuova soluzione, una nuova risposta. Gli elementi naturali di cui si alimentava il suo sguardo – il vento, la luce e la terra della California, l’orizzonte a perdita d’occhio, gli spazi immensi – entrano in ogni sua fotografia. Il risultato è una combinazione, rara e preziosa, geniale eppure semplice, di questi ingredienti.

 

Così come i lavori sui corpi statuari, sulle atmosfere africane, anche i ritratti di Ritts appaiono inimitabili, nati ognuno da un’intesa profonda, un’affinità intellettuale, spesso da un rapporto di amicizia. Madonna si affidò a lui per la costruzione della sua multiforme immagine e per la foto della copertina di True Blue, il suo primo LP di successo.

Nello stesso modo Liz Taylor, altra grande amica del fotografo, confidò proprio al suo obiettivo tutta la fragilità del suo corpo: la sua testa bianca, quasi completamente rasata dopo l’operazione di tumore al cervello, riempie senza vergogna il rettangolo dell’inquadratura, stagliandosi elegante sul nero dello sfondo. E ancora, il corpo sinuoso di Tina Turner, lo sguardo e gli occhiali di William Burroughs, le guance straripanti di Dizzy Gillespie che si espandono su uno sfondo bianco.

Non esiste alcuno standard, nessuna formula preconfezionata nei ritratti di Ritts. Per ognuno, il fotografo inventava una creazione originale e semplice, tagliata su misura, folgorante e perfetta. E per ognuno di loro, esattamente come è avvenuto per le cinque supermodelle della sua foto forse più celebre, Ritts realizzava una creazione autonoma.

 

In piena luce è la seconda mostra presentata presso l’AuditoriumExpo, un nuovo spazio espositivo nel complesso dell’Auditorium – Parco della Musica di Roma, destinato alla fotografia. Aperto lo scorso 30 aprile con la grande mostra dedicata a LIFE – I grandi fotografi, AuditoriumExpo ha conosciuto immediatamente un grande successo per la sua collocazione strategica all’interno dell’Auditorium, luogo di incontro e di eventi tra i più frequentati non solo nel nostro paese ma nel mondo, così come per la sua sistemazione e per la qualità delle opere presentate. In pochi mesi, Auditorium Expo è diventato il nuovo riferimento per la fotografia e per l’arte nella capitale. Ogni anno, due grandi appuntamenti di livello internazionale presenteranno al pubblico romano la grande fotografia, gli autori più importanti, le immagini più celebri. Le mostre saranno inoltre

 

accompagnate da una serie di manifestazioni collaterali (incontri, conferenze, proiezioni di film, ecc.) intorno ai temi della fotografia come chiave interpretativa della vita contemporanea.

 

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LEICA CAMERA INAUGURA LA LEICA GALERIE A MILANO

 

Nella splendida cornice di piazza del Duomo, un nuovo spazio dedicato

alla fotografia d’autore che ospiterà anche il Leica Store e la Leica Akademie

 

Milano, 22 aprile 2014Leica Camera Italia, la filiale italiana di Leica Camera AG, multinazionale tedesca leader nella produzione e vendita di macchine fotografiche e strumenti ottici di precisione, inaugurerà il 17 maggio 2014 la nuova Leica Galerie Milano, in via Mengoni 4, in una affascinante e prestigiosa location adiacente a Piazza Duomo.

 

Lo spazio, realizzato dallo studio Garilab e Associati, si sviluppa su una superficie di oltre 160 mq, e ospiterà mostre, incontri e dibattiti che offriranno a tutti gli appassionati la possibilità di ammirare gli scatti di grandi maestri e giovani talenti, e di incontrare i più importanti e significativi interlocutori del mondo fotografico internazionale e confrontarsi con loro.

Grande spazio sarà dato anche al collezionismo fotografico. La quasi totalità delle immagini presentate nelle diverse mostre che si susseguiranno nello spazio milanese saranno infatti acquistabili dal pubblico, con la garanzia di un processo di certificazione rigoroso.

 

L’offerta culturale della Leica Galerie potrà contare su una solida rete di collaborazioni, prima tra tutte quella con Contrasto e Fondazione Forma, che affiancherà Leica nell’organizzazione delle attività espositive e editoriali, e con Magnum Photos, la leggendaria agenzia fotografica fondata nel 1948 da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa.

 

Proprio Magnum sarà protagonista della prima mostra in programma, allestita in esclusiva per la Leica Galerie Milano, che verrà inaugurata sabato 17 maggio. La mostra, dal titolo The Right Moment – la scelta del momento perfetto nelle immagini dei grandi fotografi Magnum, raccoglierà alcune delle più significative fotografie di Abbas, Bruno Barbey, Jonas Bendiksen, Werner Bischof, Henri Cartier-Bresson, Alex Majoli, e Steve McCurry. Sempre il 17 Abbas, Bruno Barbey e Steve McCurry presenzieranno alla giornata di inaugurazione alla Leica Galerie e parteciperanno ad un incontro con il pubblico all’Auditorium San Fedele.

 

Come ha avuto modo di sottolineare Roberto Koch, presidente di Forma: “Siamo felici e orgogliosi di avviare la collaborazione con Leica Galerie per la presentazione di mostre, incontri, iniziative e dibattiti intorno alla fotografia d’autore per la città di Milano in un luogo bello, nuovo e in pieno centro cittadino, dove gli appassionati di fotografia potranno conoscere o ritrovare i migliori maestri e esaminare le opere da collezionare e i libri in un ambiente perfettamente adeguato e di alto profilo”.

 

Renato Rappaini, Managing Director di Leica Camera Italia, ha dichiarato “Uno dei principali obiettivi del Leica Galerie è quello di offrire alla città di Milano un luogo dove gli appassionati, ma anche chi si avvicina a questo mondo per la prima volta, possano arricchire le proprie competenze e condividere creatività ed esperienze, in un contesto ricco di passione e amore per la Fotografia”.

 

Lo spazio di via Mengoni sarà anche sede del Leica Store Milano, il nuovo flagship store della casa tedesca che si aggiunge a quelli già attivi a Roma e Firenze, e alle Leica Boutiques presenti nelle principali città italiane.

 

La Leica Galerie sarà anche location d’eccezione per corsi della Leica Akademie Italy, nata all’inizio del 2014 e i cui workshops dedicati a diversi aspetti della fotografia hanno già riscosso uno straordinario successo nei primi mesi di attività. I percorsi didattici dell’Akademie rappresenteranno uno dei pilastri fondamentali dell’offerta di questo nuovo polo culturale, e si svilupperanno con l’introduzione di masterclasses che vedranno come protagonisti i più autorevoli fotografi, critici, photo-editor e professionisti del panorama fotografico internazionale.

 

Il primo piano del nuovo Store ospiterà anche anche gli uffici della Direzione italiana di Leica.

 

L’apertura della Leica Galerie segue quella già avvenuta in questi anni in altre grandi città internazionali come New York, Singapore, Tokyo, Vienna, Varsavia, Praga, Francoforte, Melbourne, Salisburgo, Solms, Sao Paulo.

 

Leica Galerie Milano e Leica Store Milano

via Mengoni 4 (angolo piazza Duomo)

20121 Milano

 

www.leica-camera.it

www.akademie.leica-camera.it

 

 

Informazioni su Leica Camera

Leica Camera AG è un costruttore che opera a livello internazionale nel segmento fotocamere e ottiche sportive. Lo status leggendario del marchio Leica si fonda su una lunga tradizione di eccellenza nelle costruzioni ottiche. Attualmente, con l’impiego di tecnologie innovative, i prodotti Leica continuano a garantire immagini migliori in tutte le situazioni nei campi della visualizzazione e della percezione. Leica Camera AG ha la propria sede a Solms, nello stato federale dell’Assia in Germania, mentre un secondo sito produttivo opera a Vila Nova de Famalicão, in Portogallo. L’azienda gestisce filiali in Inghilterra, Francia, Italia, Svizzera, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Australia e USA. Prodotti nuovi e innovativi hanno costituito la spinta propulsiva per il positivo sviluppo dell’azienda negli anni recenti.

 

 

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Una passione fotografica
immagini da 8 anni di mostre

Fare una mostra è cercare amici e alleati per la battaglia.
Edouard Manet, 1867
Giovedì 17 ottobre alle 18.30 inaugura, presso Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra Una passione fotografica. Immagini da 8 anni di mostre.

Il pioniere è stato Hippolyte Bayard che a Parigi, nell’estate del 1839, prima ancora che la fotografia avesse la sua investitura ufficiale, pensò di sistemare le sue migliori immagini in una sala pubblica: era nata la prima mostra fotografica. Ed era nata con un’intenzione chiara ed esplicita: mostrare, indicare, convincere. Del resto, si organizzano mostre per affermare, sensibilizzare, imporre un’idea, proporre uno stile, voltar pagina. Insomma, come diceva Manet, per partire in battaglia.

Senza voler fare paragoni troppo impegnativi, anche la Fondazione Forma per la Fotografia, nella sede di piazza Tito Lucrezio Caro a Milano, ha presentato dal 2005 un programma fitto e ininterrotto di mostre fotografiche. Grandi autori, giovani promesse, retrospettive celebri e percorsi a volte azzardati: tutto per mostrare la forza e la potenzialità della fotografia, per indicare le sue strade e i suoi diversi stili e per convincere di quanto la fotografia sia un linguaggio della contemporaneità. Della nostra vita e del nostro futuro.

Una passione fotografica vuole ripercorrere proprio questi anni e questo impegno per e nella città di Milano. Attraverso alcune delle opere esposte nel tempo, accompagnate dai volumi, gli inviti e la memorabilia che ogni allestimento porta con sé, si ricostruisce il senso di una presenza e il valore di un lavoro – nutrito, appunto, da vera passione fotografica.

Opere di : Richard Avedon, Piergiorgio Branzi, Gianni Berengo Gardin, Robert Capa, Stefano Cerio, Lorenzo Cicconi Massi, Elliott Erwitt, Maurizio Galimberti, Mario Giacomelli, Mimmo Jodice, William Klein, Wendy Sue Lamm, Jacques Henri Lartigue, Saul Leiter, LIFE, Martial, Nino Migliori, Erwin Olaf, Martin Parr, Marco Pesaresi, PREMIO F, Martin Schoeller, Massimo Siragusa, Phil Stern, Paolo Ventura, Albert Watson, WOMEN CHANGING INDIA, Andrew Zuckerman.

Fare una mostra è cercare amici e alleati per la battaglia, ha scritto Edouard Manet nel 1867. E in effetti, si organizzano mostre per convincere, per sensibilizzare, per imporre un’idea, proporre uno stile, per voltar pagina. Insomma, e come diceva Manet, per partire in battaglia. Anche la fotografia non sfugge a questa regola. Anzi, sembra forse che l’aforisma di Manet sia stato composto proprio pensando alla fotografia – e chissà se poi in fondo non sia stato veramente così.

Gordon-Parks,-Harlem,-New-Y

 

UNA STORIA AMERICANA
Fotografie di Gordon Parks
Roma, Palazzo Incontro

Il 5 dicembre apre al pubblico, presso Palazzo Incontro a Roma, la mostra b>Una storia americana, fotografie di Gordon Parks; un progetto promosso dalla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio, realizzato dalla Gordon Parks Foundation di New York in collaborazione con la Fondazione Forma per la Fotografia, organizzato da Contrasto e da Civita.

“Le persone che vogliono usare una macchina fotografica devono avere qualcosa in mente, deve esserci qualcosa che vogliono mostrare, qualcosa che vogliono dire”. Gordon Parks

Gordon Parks è un narratore unico dell’America, in grado con il suo apparecchio fotografico e la sua capacità di comprendere e scavare dentro le pieghe della società, rivelare le ingiustizie e i soprusi, portare alla luce la storia di chi non aveva voce per gridare la propria storia. Tra i fotografi più importanti del ventesimo secolo, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, nel 2006, Parks ha raccontato al mondo, soprattutto attraverso le pagine della rivista Life, la difficoltà di esser nero in un mondo di bianchi, la segregazione, la povertà, i pregiudizi, ma anche i grandi interpreti del ventesimo secolo, il mondo della moda e perfino le grandi personalità del mondo in pieno cambiamento, come Malcom X, Muhammed Ali e Martin Luther King.

Personalità eclettica come non mai (“Uomo del Rinascimento”, veniva chiamato già ai tempi della sua collaborazione con Life), oltre che fotografo Parks è stato regista, scrittore, musicista, poeta e se il suo lavoro sfugge a una semplice catalogazione, forse la chiave per comprenderlo al meglio è quella del narratore di professione, lo storyteller della tradizione orale che usa la sua stessa esperienza, vissuta e sofferta, per comporre le storie.

In tutta la sua carriera, Gordon Parks ha cercato di raccontare molte storie, illustrandole con immagini esemplari. Storie di gruppi di persone che lottano per sopravvivere, piccole comunità lontane dal mondo, personaggi alla deriva o già sotto i riflettori che però devono essere compresi meglio di quanto non accada.
Vere o verosimili, nate dai drammi profondi, vissute sulla sua stessa pelle di ex ragazzo nero condannato a morire prima di nascere o costruite nell’alchimia della pura finzione, le storie di Gordon Parks sono tutte autenticamente sentite, tutte raccontate come visioni genuine e nate dalla volontà di incidere sulla realtà, affermando attraverso il racconto per immagini la propria opinione e la necessità di gridarla forte al mondo.

Con oltre 160 fotografie la mostra, presentata per la prima volta nella primavera del 2013 a Milano presso la Fondazione Forma per la Fotografia, è la prima grande retrospettiva europea dedicata al suo lavoro, alla sua profonda poesia, alla sua fotografia classica, potente e profondamente cinematografica.
La mostra a cura di Alessandra Mauro, è accompagnata da un volume edito da Contrasto.

La mostra è anche l’occasione per festeggiare i 3 anni dall’apertura di Palazzo Incontro che, voluto con determinazione dal Presidente Nicola Zingaretti, rappresenta il luogo dove il Progetto ABC Arte Bellezza e Cultura, ideato dalla Provincia di Roma e da Civita, ha avuto la sua consacrazione. Oggi il Palazzo è diventato un luogo di tendenza che ha ampliato, qualificandola, l’offerta culturale della Capitale rispondendo alle sollecitazioni e alle aspettative di un pubblico singolare, curioso, attento, esigente, giovane e per nulla usuale per consumi e fruizione di eventi.

Biografia di Gordon Parks
Nato nel 1912 a Fort Scott, in Kansas, tra povertà e segregazione, Gordon Parks è stato conquistato dalla potenza e dalla forza della fotografia vedendo le realizzazioni dei fotogiornalisti sulle principali riviste dell’epoca. Dopo aver acquistato una macchina fotografica al banco dei pegni nel 1937, impara a usarla da autodidatta e, poco tempo dopo, comincia (1941) a collaborare con il celebre gruppo della Farm Security Administration (F.S.A.), capitanato da Roy Striker.
Quando nel 1943 la F.S.A. chiude, Parks comincia la sua attività da freelance, alternando il lavoro per le riviste di moda (soprattutto Vogue) a progetti di fotogiornalismo e di impianto più sociale. Nel 1948, il suo reportage su una gang giovanile di Harlem conosce un grande successo e Parks diventa il primo fotografo e scrittore afroamericano di Life: per questa testata racconterà storie legate al razzismo, alla povertà, alla segregazione. Ma realizzerà anche intensi ritratti di scrittori, attori e traccerà le nuove, emergenti figure di leader neri, come Muhammed Alì, Malcolm X, Adam Clayton Powell, Jr. e Stokely Carmichael. Gordon Parks è stato anche scrittore, compositore di musica e nel 1969, è stato il primo regista afro-americano a dirigere un lungometraggio a Hollywood (The Learing Tree). Nel 1971, la sua seconda pellicola, Shaft ha conosciuto un grande successo.
Per oltre trenta anni, Parks è stato un infaticabile lavoratore, creativo ed energico, in grado di impegnarsi nelle tante storie che dovevano essere raccontate; nelle campagne civili che dovevano essere sostenute. Numerosi sono i riconoscimenti e i premi al suo lavoro, tra questi la National Medal of Arts statunitense, ricevuta nel 1988.
Scheda informativa

UNA STORIA AMERICANA Fotografie di Gordon Parks
Roma, Palazzo Incontro
Periodo
5 dicembre 2013 – 23 febbraio 2014
Orari
Dal martedì alla domenica 11.00 – 19.00 (la biglietteria chiude alle 18.30)
24 e 31 dicembre 11.00 – 16.30 (la biglietteria chiude alle 16.00)
Chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio Aperture straordinarie: lunedì 9 dicembre, lunedì 16 dicembre, lunedì 23 dicembre
Info e prenotazioni
+39 0632810

Sito internet
www.fandangoincontro.it
Biglietti
Intero € 8,00
Ridotto € 6,00 per i visitatori di età compresa tra 6 e 25 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni, gruppi (min 15 max 25 persone), guide turistiche con tesserino Gratuito per bambini fino ai 6 anni, 1 accompagnatore per gruppo, visitatori diversamente abili e 1 accompagnatore, 2 accompagnatori per scolaresca, giornalisti con tesserino.

Martin Luther King. Washington, 01 Gennaio 1960. © KEYSTONE Pictures USA / eyevine

Martin Luther King. Washington, 01 Gennaio 1960. © KEYSTONE Pictures USA / eyevine

FREEDOM FIGHTERS
I Kennedy e la battaglia per i diritti civili

dal 25 ottobre al 24 novembre 2013

Spazio D del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma

“Il futuro non è un dono. È una conquista”
Robert F. Kennedy

FREEDOM FIGHTERS

I Kennedy e la battaglia per i diritti civili

                 “Il futuro non è un dono. È una conquista”

Robert F. Kennedy

Giovedì 24 ottobre alle ore 20.00 nello Spazio D del MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, inaugura la mostra Freedom Fighters. I Kennedy e la battaglia per i diritti civili. Promossa dal RFK Center Europe in collaborazione con l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia e curata da Contrasto e Fondazione FORMA per la Fotografia, la mostra è presentata a Roma per la prima volta in occasione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio del Presidente John Fitzgerald Kennedy avvenuto il 22 novembre 1963. Quest’anno ricorre anche il cinquantenario dalla Marcia su Washington, organizzata da Martin Luther King il 28 agosto 1963 in sostegno dei diritti degli afro-americani.

La mostra, a cura di Alessandra Mauro e Sara Antonelli, è realizzata in collaborazione con il MAXXI e con il contributo della Fondazione Roma, resterà aperta fino al 24 Novembre.

Al MAXXI saranno esposte circa 80 fotografie per ricordare la lunga battaglia per i diritti civili e il ruolo importante dei fratelli John e Robert Kennedy. Contemporaneamente il Gruppo Sorgente ospiterà una selezione di immagini su questo stesso tema presso la Galleria Alberto Sordi di Via del Corso a Roma.

I Kennedy si impegnarono a livello politico per assicurare ad ogni individuo pari opportunità, indipendentemente dalla posizione sociale, dal credo religioso e dal colore della pelle. Questa mostra, divisa in due sezioni, ripercorre il percorso delle conquiste civili raggiunte negli Stati Uniti grazie anche all’impegno e al sostegno di John e Robert Kennedy.

“Siamo felici della realizzazione di questa mostra che ci auguriamo possa ispirare i visitatori al rispetto dei valori di uguaglianza e libertà per cui si sono battuti questi grandi uomini. La loro eredità ha tracciato il sentiero su cui ci muoviamo oggi, ma siamo consapevoli che la difesa dei diritti vada riaffermata ogni giorno – dice Federico Moro, direttore esecutivo del RFK Center Europe e promotore della mostra – i fratelli Kennedy hanno dedicato il loro impegno politico alla difesa dei diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo, contribuendo in modo decisivo all’abbattimento della segregazione razziale

 

negli Stati Uniti. La nostra organizzazione, sostenendo la straordinaria attività di difensori dei diritti umani in tutto il mondo e agendo nelle scuole con i suoi programmi educativi, si batte quotidianamente per portare avanti il sogno di Robert F. Kennedy di un mondo più giusto e pacifico”.

La prima sezione della mostra propone un’accurata cronologia relativa alle tappe che hanno segnato la battaglia per i diritti civili, ripercorrendone le diverse fasi e i protagonisti che l’hanno animata – tra cui Malcom X e Martin Luther King –  attraverso testi e immagini che, come un nastro cinematografico, scorrono su grandi pannelli a parete. L’arco cronologico parte dal 1776, anno cui Il Comitato dei Cinque costituito da John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Robert R. Livingston e Roger Sherman, presenta al Congresso la bozza della Dichiarazione di Indipendenza, e arriva fino al 1964, anno in cui fu assegnato il Premio Nobel per la Pace a Martin Luther King.

La seconda sezione presenta alcune fotografie di grande formato che ricordano i gesti e le immagini iconiche che hanno segnato i momenti più importanti ed emblematici di questa grande lotta civile. Dai celebri scatti che ricordano l’assurdità della segregazione razziale negli anni Cinquanta (immagini di Elliott Erwitt e Eve Arnod, tra gli altri), alle fotografie degli scontri di Birmingham, a quelle che ritraggono il movimento dei “Freedom Riders” o alla quotidiana attività politica dei fratelli Kennedy, ripresi nelle loro riunioni o nei comizi pubblici o negli incontri con la stampa e con i leader dei movimenti di emancipazione. Infine, negli scatti di Bruce Davidson, di Danny Lyon e di altri grandi fotografi, l’emozione della Marcia su Washington rivive in tutta la sua grandezza, così come nell’immagine di Leonard Freed vediamo Martin Luther King al suo rientro negli Stati Uniti dopo aver ricevuto il Premio Nobel, attorniato dalla folla.

Freedom Fighters permette di comprendere l’importanza di una battaglia civile condotta con coraggio, fede e determinazione per affermare un principio fondamentale: l’uguaglianza tra gli esseri umani.

“La storia dell’umanità è il prodotto di innumerevoli atti di coraggio e di fede. Ogni qual volta un uomo si batte per un ideale o opera per migliorare la condizione degli altri o lotta contro l’ingiustizia, invia un minuscolo impulso di speranza e tutti questi impulsi provenienti da milioni di centri di energia e intersecandosi gli uni agli altri possono dar vita ad una corrente capace di travolgere i più possenti muri dell’oppressione e dell’ostilità”.

Robert F. Kennedy

Un libro pubblicato da Contrasto accompagna la mostra.

 

 

 

 

 

 

Martin Parr, Roma, 2013

Martin Parr, Roma, 2013

RENAULT CAPTUR PRESENTA “URBAN STORYTELLERS”

La città raccontata attraverso le fotografie di

Martin Parr

Tommaso Bonaventura, Lorenzo Cicconi Massi, Fabio Cuttica, Daniele Dainelli, Massimo Siragusa, Antonio Zambardino

 

IN MOSTRA A FONDAZIONE FORMA DI MILANO DAL 7 SETTEMBRE AL 6 OTTOBRE 

INGRESSO GRATUITO

 

Renault Captur, il primo urban crossover dell’innovativa Casa francese, dà appuntamento al pubblico per presentare la mostra fotografica Urban storytellers: racconti urbani, interpretati e rappresentati da Martin Parr, il più celebre fotografo inglese contemporaneo, e da sei fotografi di Contrasto.

 

Dopo le preview in varie città italiane, Fondazione Forma per la Fotografia ospita il momento conclusivo della rassegna dedicata alla visione della città.

Urban storytellers è una mostra dedicata alla città con oltre 60 immagini realizzate da Martin Parr e da sei tra i fotografi italiani più di talento. Una raccolta di sguardi dinamica e vivace, capace di far scoprire gli aspetti del quotidiano che i nostri occhi spesso non riescono a cogliere, visioni inedite e sorprendenti del tessuto urbano nel quale viviamo.

 

Come dei moderni flaneur, gli autori in mostra accompagneranno il pubblico attraverso un viaggio fantastico per le strade di una città ideale.

Il paesaggio urbano si fa sentimento e si lascia finalmente guardare senza presunzione, in un gioco continuo fra sorpresa e contemplazione.

La mostra Urban storytellers è impreziosita dalle fotografie inedite e mai esposte prima realizzate da Martin Parr con Renault Captur a Roma in occasione di uno shooting esclusivo realizzato per le strade della capitale, un racconto, dinamico e divertente, fatto di istantanee che interpreta la realtà attraverso lo sguardo ironico e irriverente del celebre fotografo inglese.

 

Renault, coerentemente con la sua capacità di interpretare la contemporaneità proponendo modelli che consentono di godere di ogni attimo del viaggio, si lega al mondo della fotografia per presentare Captur. Infatti, il primo urban crossover di Renault è il compagno ideale per esplorare e scoprire le città e le tribù urbane che le popolano e catturarne la vita in ogni attimo con la stessa istantaneità propria della fotografia. La fotografia, infatti, testimonianza di un momento, di un’epoca, di gusti e comportamenti, si prefigge di catturare tratti di esistenza ed emozioni e diventare parte del quotidiano.

Il legame tra Renault Captur ed il mondo della fotografia è iniziato con “Life. I grandi fotografi”, la mostra fotografica aperta fino al 4 agosto presso Auditorium Expo del Parco della Musica di Roma. Questa mostra dona una retrospettiva di immagini ed emozioni dagli anni Trenta ad oggi ed è stata l’incipit di un progetto più ampio che si è poi sviluppato in  Urban storytellers, una mostra itinerante in quattro tappe, partita da Bologna per poi approdare a Milano, a Roma ed infine Napoli.

 

Inoltre, saranno esposte le foto del vincitore del contest Instagram #capturetheday, selezionato tra gli oltre 900 partecipanti chiamati a catturare istanti di vita quotidiana con l’immediatezza di un social network.

 

“Abbiamo voluto abbinarci al mondo della fotografia per la sua istantaneità nel raccontare la vita cittadina da scoprire, con uno sguardo diverso, con il nostro urban crossover Captur. – afferma Francesco Fontana Giusti, Direttore Comunicazione di Renault – Con il concetto di “Urban StoryTellers”, Renault Captur attraverso lo sguardo dei grandi fotografi, racconta gli istanti catturati dalla realtà e reinterpretati per restituire visioni in movimento e inediti punti di vista.”

 

“Contrasto è felice di aver collaborato con Renault alla produzione di una mostra vivace e contemporanea con vari sguardi d’autore sulla città – afferma Roberto Koch, Presidente Contrasto e Fondazione Forma per la fotografia – . Siamo anche molto contenti che insieme ai fotografi italiani, Martin Parr della Magnum Photos abbia avuto modo di mostrare con il suo stile squisitamente originale, un punto di vista molto particolare che susciterà l’interesse di tutti gli appassionati di fotografia.”

 

Tutti i giorni dalle 15 alle 21

Sabato e Domenica dalle 11 alle 21

 

 

 

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Louis Armstrong, Las Vegas, NV, 1965 by John Loengard © Time Inc.

 

LIFE I GRANDI FOTOGRAFI
AuditoriumExpo dal 30 aprile al 4 agosto 2013
Auditorium Parco della Musica di Roma
Martedì 30 aprile alle 19, nel nuovo spazio AuditoriumExpo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, inaugura la mostra Life. I grandi Fotografi, una retrospettiva ragionata ed emozionante sugli autori e le immagini che hanno fatto di Life un mito e un riferimento della fotografia internazionale.
La mostra, una produzione Fondazione FORMA per la Fotografia e della Fondazione Musica per Roma, in collaborazione con Life e Contrasto, resterà aperta fino al 4 agosto 2013.

Per buona parte del XX secolo, i fotografi di Life hanno raccontato con le loro immagini ogni aspetto della vita umana. Uscito per la prima volta nel 1936 e poi con cadenza settimanale fino agli anni Settanta, la rivista fu creata da Henry Luce per cercare proprio nel fotogiornalismo, negli occhi privilegiati dei fotografi, le immagini del nuovo secolo da mostrare ai lettori.
“Vedere la vita, vedere il mondo” era il motto sul primo numero di Life e veramente, con il loro stile inconfondibile, i fotografi di questa rivista hanno impresso una svolta nella maniera di comprendere l’attualità, di vederla e di raccontarla attraverso le immagini. Gli anni Trenta della Depressione, gli anni Quaranta, la Seconda guerra mondiale, il difficile dopoguerra, il Vietnam: Life ha raccontato il Novecento e ha imposto una linea, indicato una maniera particolare di guardare e quindi di pensare l’attualità.

La mostra Life. I grandi Fotografi è una produzione inedita, messa a punto proprio per questa occasione. Un insieme di circa 150 fotografie, tra le più celebri, racconteranno la nascita, l’evoluzione e lo stabilizzarsi di una visione che è diventata decisiva: il mondo alla maniera di Life. La testimonianza del talento, della creatività e del coraggio di questi autori è racchiusa in questa esposizione.
Il volume che accompagna la mostra, pubblicato da Contrasto, raccoglie i profili biografici e le immagini degli autori che, nel tempo, hanno fatto grande la rivista: 99 tra i più grandi fotografi della storia, da Eisenstaedt a Bourke-White, da Mydans a Parks, da W. Eugene Smith a Robert Capa fino a Morse e a McNally, il cui recente servizio sul Ground Zero si inserisce nella grande tradizione di Life.

“I fotografi che lavorano per Life riprendono il mondo che li circonda e prestano una particolare attenzione alle persone che lo abitano e alle loro attività. Ciascuno di noi è convinto di saperlo fare meglio di chiunque altro (ma forse non tutti abbiamo ragione). Molte delle nostre foto restano impresse nella memoria e diventano veri classici. Per quale motivo? Credo perché conservano la capacità di sorprendere. La parola scritta diventa rapidamente obsoleta: una notizia vecchia è un ossimoro. Invece le fotografie vecchie continuano a richiamare la nostra attenzione, e credo sia proprio questo lo spartiacque tra le ambizioni dei fotografi e quelle dei giornalisti. L’ambizione di creare opere che non perdano mai d’interesse, è la base portante di questo lavoro”.

John Loengard

 

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testa

Giovedì 27 giugno alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra Anticorpi di Antoine D’Agata.

D’Agata è sicuramente uno dei personaggi più controversi nella panorama della fotografia contemporanea, allievo di Nan Goldin e Larry Clark, non ha mai fatto segreto del suo approccio viscerale e diretto nei confronti della fotografia
Antoine D’Agata, membro dell’Agenzia Magnum dal 2002, è in fuga da sempre. Da quando, giovane punk ha lasciato la sua città, Marsiglia, non si è mai fermato, spinto nella sua ricerca da un misto di desiderio e incoscienza che lo porta da sempre a cercare di superare barriere fisiche e psicologiche del suo stesso essere, oltre ogni possibile pregiudizio o assennato limite.
Anticorpi presenta una ampia selezione dei lavori fin qui realizzati da D’Agata. Si tratta delle due facce dello stato della violenza nel mondo, come lo stesso autore ha definito le sue immagini, anche se per molto tempo questa distinzione è esistita solo a livello inconscio.
Il primo gruppo di fotografie è quello realizzato per la stampa in giro per il mondo in luoghi come la Libia, la Palestina, Auschwitz … Il secondo è quello che testimonia ed evoca il sesso, le droghe, lo sfruttamento e la prostituzione.
Son diversi aspetti del suo mondo e se l’autore non rinnega le prime, sente i suoi reportage più distanti rispetto al coinvolgimento che prova nelle sue esperienze più estreme dove e identità sono confuse, le azioni colte al massimo della loro potenza e dove il corpo e le sue forme hanno perduto la loro grazia e armonia.
La mostra presentata a Forma, dopo il successo di Parigi e dell’Aja, catapulta il pubblico all’interno del mondo di d’Agata. Un mondo complesso e vario, estremo se vogliamo ma profondamente autentico, vero come pochi altri e esposto con una cruda, spiazzante onestà.
Anticorpi è una produzione di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con Le Bal di Parigi e il Fotomuseum Den Haag.
La mostra a cura di Fannie Escoulen e Bernard Marcadé è accompagnata da un catalogo edito da Xavier Barral Editions.

Biografia
Nato a Marsiglia, Antoine d’Agata lascia la Francia nel 1983 trasferirsi a New York. Nel 1990 si iscrive all’ l’International Center of Photography. Dal 1991 al 1992 è stagista presso la redazione dell’agenzia Magnum a New York. Tornato in Francia, nel 1998 escono i suoi primi due libri, De Mala Muerte e De Mala Noche. L’anno successivo, la “Vu Galerie” inizia a distribuire le sue fotografie. Nel 2001 pubblica Hometown e vince il premio Niepce. Nel settembre 2003 è inaugura a Parigi la mostra “1001 Nights”, accompagnata da due libri, Vortex e Insonnia. L’anno seguente entra a far parte della Magnum Photos e pubblica il suo quinto libro, Stigma. Sempre nel 2004, dirige il suo primo cortometraggio, Le Ventre du Monde. L’anno successivo pubblica il volume Manifeste. Nel 2006, gira la sua prima fiction, Aka Ana, a Tokyo. Dal 2005 Antoine d’Agata non risiede in un luogo costantemente e lavora in tutto il mondo. Nel 2012 esce il suo ultimo libro Ice, frutto degli anni trascorsi in Cambogia.

Nicola Genchi

Nicola Genchi

TROMPE L’OEIL

I veri inganni della fotografia
Video e fotografie a cura di Forma e NABA

Giovedì 27 giugno alle ore 18:30 inaugura presso la Fondazione Forma per la Fotografia la mostra collettiva TROMPE L’OEIL: i veri inganni della fotografia. A cura di Luca Andreoni e Francesco Zanot, l’esposizione raccoglie i lavori di 32 studenti del Master in Photography and Visual Design organizzato da Forma e NABA, Nuova Accademia di Belle Arti, e del Biennio in Design della Comunicazione di NABA.

Nella storia dell’arte, il trompe l’œil è un genere pittorico volto a suscitare nello spettatore la presunzione della tridimensionalità di oggetti dipinti su una superficie a due dimensioni.
Attraverso la forza dell’illusione, mette in dubbio la nostra capacità di distinguere fra realtà e rappresentazione e, in questo senso, trova il suo compimento proprio oggi, molti secoli dopo la sua invenzione, nella fotografia.
Di fronte agli elementi architettonici della Camera Picta di Mantegna o alla cornice che introduce allo studio di San Gerolamo nel quadro di Antonello da Messina, infatti, ci troviamo nella stessa condizione che accompagna l’osservazione di qualsiasi fotografia: pur avendo l’impressione di stare di fronte alla realtà, siamo invece al cospetto di una sua immagine.
A partire da un utilizzo della fotografia in modalità e forme molto diverse, la mostra presenta una serie di immagini e video sul rapporto tra verità e finzione portando all’estremo il paradosso secondo cui, ancora oggi e nonostante le tecnologie digitali, la fotografia viene considerata una “prova di realtà” inconfutabile, oltre che una elaborazione personale di quella stessa realtà che dovrebbe documentare.
Come sia possibile questa duplice lettura, e quali siano le sue diverse implicazioni, è il tema di Trompe l’œil: un viaggio alle origini della nostra visione e della fiducia che attribuiamo alla macchina fotografica.
La mostra rimarrà aperta al pubblico dal 28 giugno all’1 settembre e presenta i lavori di Pedro Almeida, Elena Amici, Immacolata Cante, Alice Caracciolo, Antonio Cormano, Miryam Cuppone, Alessia D’Alessio, Matteo Damiani, Guadalupe Delgadillo, Silvia Di Frisco, Martina Garioni, Nicola Genchi, Elena Giandomenico, Kateryna Kovarzh, Simone Mantovani, Nicole Moserle, Marios Orphanos, Tommaso Passerini, Giuseppina Pellegrino, Lucia Pizzinato, Benedetta Pomini, Carolina Prieto, Luca Ravanelli, Leonard Regazzo, Simone Sacchetto, Lisa Salini, Camellia Tavassoli, Sofia Urzi, Cecilia Valsecchi, Yu Zhenghui, Chiara Zandonà, Alba Zari.

La mostra è realizzata con il sostegno di Roberta di Camerino, che a partire da una storica relazione con il mondo dell’arte ha fatto del trompe l’œil un fondamentale segno distintivo del marchio.

 

parks

Gordon Parks, Uomo che sbuca, Harlem, New York, 1952.

 

“Those people who want to use a camera should have something in mind, there’s something they want to show, something they want to say”.
Gordon Parks

 

Mercoledì 24 aprile 2013 alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra UNA STORIA AMERICANAfotografie di Gordon Parks.

Gordon Parks è un narratore unico dell’America, in grado con il suo apparecchio fotografico e la sua capacità di comprendere e scavare dentro le pieghe della società, rivelare le ingiustizie e i soprusi, portare alla luce la storia di chi non aveva voce per gridare la propria storia.

Tra i fotografi più importanti del ventesimo secolo, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, nel 2006, Parks ha raccontato al mondo, soprattutto attraverso le pagine della rivista Life, la difficoltà di esser nero in un mondo di bianchi, la segregazione, la povertà, i pregiudizi, ma anche i grandi interpreti del ventesimo secolo,  il mondo della moda e perfino le grandi personalità del mondo in pieno cambiamento, come Malcom X, Muhammed Ali e Martin Luther King.

Personalità eclettica come non mai (“Uomo del Rinascimento”, veniva chiamato già ai tempi della sua collaborazione con Life), oltre che fotografo Parks è stato regista, scrittore, musicista, poeta e se il suo lavoro sfugge a una semplice catalogazione, forse la chiave per comprenderlo al meglio è quella del narratore di professione, lo storyteller della tradizione orale che usa la sua stessa esperienza, vissuta e sofferta, per comporre le storie.

Gordon Parks, Grandi magazzini, Birmingham, Alabama, 1956

Gordon Parks, Grandi magazzini, Birmingham, Alabama, 1956

In tutta la sua carriera, Gordon Parks ha cercato di raccontare molte storie, illustrandole con immagini esemplari. Storie di gruppi di persone che lottano per sopravvivere, piccole comunità lontane dal mondo, personaggi alla deriva o già sotto i riflettori che però devono essere compresi meglio di quanto non accada.

Vere o verosimili, nate dai drammi profondi, vissute sulla sua stessa pelle di ex ragazzo nero condannato a morire prima di nascere o costruite nell’alchimia della pura finzione, le storie di Gordon Parks sono tutte autenticamente sentite, tutte raccontate come visioni genuine e nate dalla volontà di incidere sulla realtà, affermando attraverso il racconto per immagini la propria opinione e la necessità di gridarla forte al mondo.

La mostra di Forma è la prima grande retrospettiva europea dedicata la suo lavoro, alla sua profonda poesia, alla sua fotografia classica, potente e profondamente cinematografica.

La mostra a cura di Alessandra Mauro è accompagnata da un catalogo edito da Contrasto.

Gordon Parks. Una storia americana è un progetto realizzato dalla Gordon Parks Foundation di New York in collaborazione con Forma.

Con il contributo del Consolato Generale degli Stati Uniti d’America a Milano.

Gordon Parks. Nato nel 1912 a Fort Scott, in Kansas, tra povertà e segregazione, Gordon Parks è stato conquistato dalla potenza e dalla forza della fotografia vedendo le realizzazioni dei fotogiornalisti sulle principali riviste dell’epoca. Dopo aver acquistato una macchina fotografica al banco dei pegni nel 1937, impara a usarla da autodidatta e, poco tempo dopo, comincia (1941) a collaborare con il celebre gruppo della Farm Security Administration (F.S.A.), capitanato da Roy Striker.

Gordon Parks, Modelle con taglio di capelli alla garçonne, New York, 1949

Gordon Parks, Modelle con taglio di capelli alla garçonne, New York, 1949

Quando nel 1943 la F.S.A. chiude, Parks comincia la sua attività da freelance, alternando il lavoro per le riviste di moda (soprattutto Vogue) a progetti di fotogiornalismo e di impianto più sociale. Nel 1948, il suo reportage su una gang giovanile di Harlem conosce un grande successo e Parks diventa il primo fotografo e scrittore afroamericano di Life: per questa testata racconterà storie legate al razzismo, alla povertà, alla segregazione. Ma realizzerà anche intensi ritratti di scrittori, attori e traccerà le nuove, emergenti figure di leader neri, come Muhammed Alì, Malcolm X, Adam Clayton Powell, Jr. e Stokely Carmichael. Gordon Parks è stato anche scrittore, compositore di musica e nel 1969, è stato il primo regista afro-americano a dirigere un lungometraggio a Hollywood (The Learing Tree). Nel 1971, la sua seconda pellicola, Shaft ha conosciuto un grande successo.

Per oltre trenta anni, Parks è stato un infaticabile lavoratore, creativo ed energico, in grado di impegnarsi nelle tante storie che dovevano essere raccontate; nelle campagne civili che dovevano essere sostenute. Numerosi sono i riconoscimenti e i premi al suo lavoro, tra questi la National Medal of Arts statunitense, ricevuta nel 1988.

PREMIO CARMIGNAC GESTION DI FOTOGIORNALISMO

Con questo premio Carmignac Gestion desidera sostenere ogni anno i fotogiornalisti che, attraverso la loro opera, sono in prima linea sui luoghi dell’evento e difendono i valori di coraggio, indipendenza, trasparenza e condivisione a noi cari.

Nel 2009 la Fondazione Carmignac Gestion ha creato il Premio Carmignac Gestion di fotogiornalismo, destinato a finanziare un progetto di reportage su un tema specifico di attualità. Dotato di una borsa di 50.000 euro, il premio si prefigge di promuovere il lavoro svolto in profondità sul campo da un fotogiornalista. Oltre al premio finanziario, la Fondazione Carmignac Gestion accompagna il vincitore nella diffusione del suo reportage con l’organizzazione di una mostra e la pubblicazione di un’opera monografica.

La Fondazione si impegna altresì ad acquistare quattro fotografie facenti parte del lavoro premiato. Una giuria composta da esperti dell’immagine e di questioni geopolitiche seleziona ogni anno un progetto. La scelta di come trattare il tema annuale spetta ai fotogiornalisti, i quali sono liberi di scegliere un’angolatura politica, economica, sociale o culturale.

L’approccio adottato deve inserirsi chiaramente in una tradizione umanista volta a interrogare il reale con sensibilità, rifiutare di cadere nella caricatura e nella tirannia dell’istantaneità, studiare il contesto e comprendere la situazione per presentare la realtà nella sua complessità.

Decidendo di sostenere una professione che risente di una grave crisi di finanziamenti, Carmignac Gestion ha voluto fornire a questi testimoni del mondo contemporaneo i mezzi necessari per andare là dove gli altri non vanno. In armonia con i valori che animano i suoi collaboratori, Carmignac Gestion vuole difendere uno sguardo personale e impegnato, per definizione minoritario e, per questo stesso motivo, indispensabile.

Nathalie Gallon

Direttore, Carmignac Gestion photojournalism Award

Curatore della collezione fotografica

ngallon@carmignac.com

 

 

YOUR WOUNDS WILL BE NAMED SILENCE

Fotografie di Robin Hammond

Costretto a letto dalla malattia, il settantaseienne Nyatwa per vivere si affida alle cure della nipote di 22 anni. Robin Hammond, 2012

Costretto a letto dalla malattia, il settantaseienne Nyatwa per vivere si
affida alle cure della nipote di 22 anni.
Robin Hammond, 2012

 

Mercoledì 24 aprile 2013 alle 18.30 inaugura, presso Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra YOUR WOUNDS WILL BE NAMED SILENCE di Robin Hammond.

 

“Their suffering, in generations to come, their collective wounds, will be named silence.”

 da “A poem for Zimbabwe” di Chenjerai Hove.

 

Robin Hammond racconta in un intenso reportage la situazione odierna dello Zimbabwe.

Ex colonia britannica, nel 1980 il paese conquista l’indipendenza ma da allora quelli vissuti dalla popolazione locale, anziché anni di libertà, sono stati 33 anni di violento deterioramento causati dal regime della violenza imposto dal dittatore Robert Mugabe.

Robin Hammond ha visitato lo Zimbabwe per la prima volta come giornalista nel 2007, per poi tornarvi spesso nei cinque anni successivi. Ogni volta, ha lasciato il paese combattuto tra due opposti sentimenti, uno misto di sgomento e repulsione, l’altro, ugualmente forte, di profondo attaccamento per le sorti di un Paese in bilico.

Le sue immagini raccontano un Paese costellato da scheletri, quelli delle fabbriche un tempo funzionanti e delle case abbandonate o distrutte e quelli, ancora più agghiaccianti, dei corpi degli abitanti piegati dalle malattie e dalle privazioni. Attraverso le sue immagini incontriamo comunità fatte di vecchi e bambini, dove i giovani uomini sono stati uccisi o sono scappati all’estero. Attraverso i suoi occhi osserviamo la paura e il dolore di un Paese e la sconfitta di quella che avrebbe potuto essere una grande nazione africana.

Il piccolo Patrick, 5 anni, vive con la nonna su una montagna di rifiuti. Guadagnano mediamente 10$ al mese attraverso il riciclo della spazzatura. Robin Hammond, 2012

Il piccolo Patrick, 5 anni, vive con la nonna su una montagna di rifiuti.
Guadagnano mediamente 10$ al mese attraverso il riciclo della
spazzatura.
Robin Hammond, 2012

“Lo Zimbabwe è ormai una terra caduta nell’oblio. Oggi, senza alcuna luce puntata sull’ombra nera dell’incessante tirannia di Robert Mugabe, l’oppressa popolazione di una delle più belle e indomabili nazioni africane, si sente, a ragione, abbandonata dal resto del mondo. Le modeste speranze degli abitanti dello Zimbabwe sono state divorate dalla malvagità e dalla cupidigia dei politici; ora la popolazione non ha più nessuno a cui rivolgersi e, contro le atrocità commesse dalla polizia e dai militari, nessuna forza per gridare aiuto dall’oscurità in cui è immersa. Attraverso il lavoro Your Wounds Will Be Named Silence il premiato fotoreporter Robin Hammond offre, con sguardo critico, la propria voce a questa generazione perduta di africani che lottano incessantemente con la morte a causa di malattie, povertà e disinteresse. Testimoniando la disperazione di una nazione, a rischio della propria vita e di quella dei collaboratori abbastanza coraggiosi da aiutarlo, il fotografo riporta sotto i riflettori una delle più importanti e durature emergenze africane, ponendola in uno spazio in cui nulla può ostacolare la libera espressione e la protesta, cosicché le voci dei perseguitati abitanti dello Zimbabwe possano venire di nuovo udite e ascoltate.”

Dan McDougall,

Corrispondente pluripremiato per l’Africa del The Sunday Times of London

 

La mostra ospitata a Forma raccoglie gli scatti più significativi di questo lavoro che si è aggiudicato il Premio Carmignac Gestion per il Fotogiornalismo 2011.

La mostra è a cura di Alessandra Mauro e Robin Hammond.

Robin Hammond è un fotoreporter nato in Nuova Zelanda 37 anni fa. Dal 2007 fa parte dell’agenzia fotografica Panos. Vincitore di quattro Amnesty International awards for Human Rights journalism, Robin ha dedicato la propria carriera alla documentazione dei diritti umani e dei problemi legati allo allo sviluppo in particolare dell’Africa sub-Sahariana.  Dopo aver trascorso alcuni anni tra Giappone, Gran Bretagna e Sud Africa, Robin Hammond attualmente vive a Parigi.

 

 

Mariken-Wessels,-Keepsake

Keepsa, Mariken Wessels

LITTLE BIG PRESS

TRAVELLING LIBRARY

mostra di volumi e libreria itinerante dedicata all’editoria fotografica indipendente e autoprodotta

a cura di 3/3

Little big press non è “solo” una mostra, è anche una biblioteca e una libreria itinerante dedicata all’editoria fotografica indipendente e autoprodotta.

Il progetto è nato con l’obiettivo di creare una rete che permetta di collegare fotografi, case editrici e pubblico, grazie alla possibilità di consultare una biblioteca che conta ormai più di 900 titoli (LBP travelling library) e l’opportunità  di acquistare quei volumi che spesso non sono raggiungibili nella grande distribuzione (LBP travelling bookshop).

Con una selezione di circa 80 titoli, la mostra di Forma è una straordinaria occasione per poter conoscere e sfogliare una parte del patrimonio conservato nella biblioteca. L’esposizione inoltre, vuole soprattutto essere lo stimolo per approfondire e valorizzare la realtà dell’editoria indipendente italiana e internazionale.

I libri presentati rispecchiano le linee principali degli ultimi due anni di produzione e sperimentazione attraverso un percorso che guida  il pubblico all’interno delle diverse forme del libro fotografico.

In occasione della mostra sarà possibile acquistare, presso la Libreria di Forma, una selezione di titoli del LBP travelling bookshop.

Concresco, David Galjaard

Concresco, David Galjaard

Un workshop inoltre approfondirà questi temi:

Fare un libro fotografico: dal progetto alla maquette

workshop a cura di 3/3

15, 16 e 17 marzo

Il workshop, formato da due intere giornate di lavoro e un pomeriggio introduttivo di presentazione dei lavori di 3/3 e degli studenti, ha come obiettivo la creazione di una prima maquette editoriale relativa a un progetto fotografico di ciascun partecipante.

Nel corso delle lezioni si prenderanno in esame le caratteristiche fondamentali del libro fotografico, dalla sua storia alla sua costruzione,  e si lavorerà sui processi di selezione, sequenza, editing, considerando tutti gli aspetti necessari alla progettazione della sua struttura, dalla grafica ai materiali alle dimensioni finali.

Il workshop, condotto da 3/3 (Chiara Capodici e Fiorenza Pinna) comprenderà alcuni momenti di osservazione e verifica dei progetti personali, accompagnati da valutazioni, esempi e indicazioni attraverso cui verrà sviluppato un percorso che condurrà dall’ideazione del concept allo sviluppo del progetto fino alla sua concreta realizzazione sottoforma di maquette.

Peter-Lindbergh,-Vogue-Ital

Peter Lindbergh, Vogue Italia, March 1989, © Peter Lindbergh

Mercoledì 16 gennaio 2013 alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra FASHION. Un secolo di straordinarie fotografie di moda dagli archivi Condé Nast.

“Dobbiamo fare di Vogue un Louvre” Edward Steichen a Edna Woodman Chase, anni ‘20

 

Le parole di Edward Steichen alla prima capo redattrice di Vogue America sono il miglior riassunto per spiegare la rivoluzione impressa da Condé Nast e dal suo gruppo di lavoro non solo alla moda ma nella fotografia in generale, quando nel 1909 acquista la prestigiosa testata di Vogue. Da ora in poi, raccontare la moda in immagini non vorrà solo dire delicate illustrazioni ottocentesche ma impiegare e dare spazio ai grandi autori della fotografia internazionali e alle loro libere interpretazioni.

Edward Steichen è stato uno dei primi grandi autori a scattare per Vogue, ad accettare la sfida e a non curarsi di chi lo accusava di essersi svenduto per la moda.

Da quei primi intrepidi passi, tante cose sono cambiate e ora la fotografia di moda non deve più dimostrare il suo valore ma grazie al talento e alla tecnica dei suoi rappresentanti, oggi è un linguaggio artistico di formidabile forza ed influenza visiva.

La mostra organizzata dalla Fondazione Forma, a cura di Nathalie Herschdorfer, raccoglie una straordinaria selezione di immagini provenienti dagli archivi Condé Nast di New York, Parigi, Londra e Milano e rappresenta una occasione unica per raccontare, attraverso opere preziose e rare, la storia della fotografia di moda, dalle sue origini fino ai giorni d’oggi.

La fotografia di moda è come una pièce teatrale dove per costruire l’immagine, insieme al fotografo giocano ruoli importanti i redattori, le modelle, i truccatori, gli stylist. Perché la fotografia di moda, terreno per antonomasia di sperimentazione, trova comunque la sua piena realizzazione sulla carta stampata ed è questo legame indissolubile tra fotografi e redazione che ha dato vita alle collaborazioni più creative, provocatorie, capaci di interpretare e soprattutto anticipare lo stile.

Da Cecil Beaton fino a Guy Bourdin, Peter Lindbergh e molti altri: la grande creatività della fotografia ha trovato nelle pagine delle riviste Condé Nast il terreno fertile per dare corpo ai sogni e visioni alla moda.

Solve Sundsbo, Love, Spring-Summer 2011, © Solve Sundsbo-Art  Commerce

Solve Sundsbo, Love, Spring-Summer 2011, © Solve Sundsbo-Art Commerce

In mostra oltre agli scatti dei padri come Cecil Beaton, Man Ray, Edward Steichen, Horst P. Horst, quelli di Helmut Newton, Mario Testino, Paolo Roversi, Peter Lindbergh, Tim Walker, Erwin Blumenfeld, David Bailey, Guy Bourdin, Sølve Sundsbø e tanti altri.

FOTOGRAFIE DI:

James Abbé, Miles Aldridge, Diane Arbus, Antony Armstrong-Jones  (Lord Snowdon), Art Kane, David Bailey, Serge Balkin, André Barré, Michael Baumgarten, Cecil Beaton, Erwin Blumenfeld, Guy Bourdin, Henry Clarke, Clifford Coffin, Corinne Day, Baron Adolf De Meyer, Patrick Demarchelier, André Durst, Arthur Elgort, Hans Feurer, Toni Frissell, Arnold Genthe, Milton Greene, René Habermacher, Ben Hassett, Horst P. Horst, George Hoyningen-Huené, Mikael Jansson, Constantin Joffé, Bill King, William Klein,  Barry Lategan, Peter Lindbergh, George Platt Lynes, Man Ray, Herbert Matter, Craig McDean,  Frances McLaughlin-Gill, Raymond Meier, Gjon Mili, Lee Miller, Sarah Moon, Ugo Mulas, Nickolas Muray, Helmut Newton, Norman Parkinson, Irving Penn, Denis Piel, John Rawlings, Terry Richardson, Herb Ritts, Paolo Roversi, Franco Rubartelli, Richard Rutledge, Satoshi Saïkusa, Daniel Sannwald, Jerry Schatzberg, David Seidner, Charles Sheeler, Edward Steichen, Bert Stern, Sølve Sundsbø, Mario Testino, Michael Thompson, Eric Traoré, Deborah Turbeville,  Inez Van Lamsweerde/Vinoodh Matadin,  Willy Vanderperre, Tony Viramontes, Chris von Wangenheim, Tim Walker, Albert Watson, Ben Watts, Bruce Weber.

La mostra è accompagnata da un libro-catalogo edito da Contrasto con la prefazione di  Todd Brandow, saggi di Nathalie Herschdorfer, Sylvie Lécailler, Olivier Saillard e un’intervista esclusiva con Franca Sozzani direttore di Vogue Italia.

La mostra è un progetto realizzato dalla (FEP), Foundation for the Exhibition of Photography, Minneapolis/Paris/Lausanne, in collaborazione con Forma.

Paola Gennari Santori, Never forget Aleppo

Paola Gennari Santori, Never forget Aleppo

Mercoledì 12 dicembre alle ore 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma di Milano, la mostra fotografica di Paola Gennari Santori, NEVER FORGET ALEPPO – Tracce, memorie e testimonianzea cura di Ludovico Pratesi e in collaborazione con Oxfam Italia.

La mostra esplora la memoria, le tracce visibili e quelle più segrete di Aleppo, seconda città della Siria, patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco, luogo dalla storia millenaria che fa parte dell’eredità storica e culturale universale, dove oggi si registrano i combattimenti più violenti di una guerra civile drammatica e devastante.

Luoghi e atmosfere di Aleppo vengono narrati secondo un itinerario visivo che – alla luce degli eventi attuali – si carica di ulteriori significati e mette in connessione il passato con un presente all’insegna dell’incertezza, carico dei rischi causati da un conflitto sanguinoso. Con il fine di mantenere alta l’attenzione sull’emergenza umanitaria in atto nel Paese, stimolando una riflessione su ciò che le vittime portano dentro di sé.  E il desiderio di provare ad aggiungere alle immagini il valore di una memoria che non si può cancellare.

Paola Gennari Santori, NEVER FORGET ALEPPO

Paola Gennari Santori, NEVER FORGET ALEPPO

“Mi sono allontanata dalla tradizionale rappresentazione dello spazio urbano – dice Paola Gennari Santori – e ho cercato di narrare il genius loci della città, i suoi spazi, le sue architetture, ma anche la magia dei ricordi, di tutto quello che può entrare nella borsa di una persona, allorché deve lasciare la sua casa e il suo paese.”

Curata da Ludovico Pratesi, la Mostra è realizzata in partnership con Oxfam Italia, che assiste i profughi siriani in Libano e in Giordania.

“Non possiamo riallacciare vincoli e rapporti personali che la guerra ha reciso, ma possiamo dare presente e speranza – dice Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia, – Oxfam è stata fondata per prestare soccorso ai più vulnerabili durante le emergenze, ed è intervenuta immediatamente, di fronte a una crisi umanitaria come quella derivante dall’escalation della  guerra civile  in Siria, fornendo un aiuto concreto alle vittime in fuga nei paesi vicini. Siamo in grado di farlo perché negli anni abbiamo investito per aiutare le organizzazioni locali a rafforzare la propria capacità di rispondere alle emergenze, e proprio per questo possiamo dare speranza: perché, una volta che l’emergenza sarà finita, saremo al loro fianco nella ricostruzione”.

Interverranno Ludovico Pratesi, critico d’arte e curatore; Riccardo Bocco, professore di Sociologia Politica a Ginevra, esperto di Medio oriente; Marilù Lucrezio, giornalista redazione Esteri del TG1, inviata di guerra; Ilaria Lenzi, Oxfam Italia.

Paola Gennari Santori, NEVER FORGET ALEPPO

Paola Gennari Santori, NEVER FORGET ALEPPO

Le fotografie in Mostra verranno riprodotte in sole 7 copie ciascuna e donate da Paola Gennari Santori a Oxfam Italia. È possibile prenotare e acquisire attraverso una donazione minima di 700,00 € a favore di Oxfam Italia.

Il progetto Never Forget Aleppo è stato concepito da Alphabethic, il format ideato da Paola Gennari Santori e da Francesca Mangano, nato con l’obiettivo di narrare e analizzare concetti e temi attraverso una visione etica degli argomenti oggi più dibattuti dalla società civile. Per saperne di più www.alphabethic.it.

Paola Gennari Santori, romana, orientalista, attualmente si occupa di business ethics e filantropia a Milano.

Nino Migliori

Nino Migliori

I MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA FERDINANDO SCIANNA E NINO MIGLIORI INSIEME AD ANTONIO PASCALE CELEBRANO 140 ANNI DI AMORE PER LA TERRA DELLA FAMIGLIA POLLI

Dal 23 al 28 novembre a Milano sono in mostra gli scatti d’autore raccolti nel libro fotografico “Centoquarantanni d’amore per la terra”, realizzati per rendere omaggio all’italianità e al legame profondo tra il territorio e l’azienda toscana.

L’amore per la terra è il filo conduttore della storia della famiglia Polli che, da più di un secolo, porta in tavola il meglio della tradizione gastronomica italiana. Un forte legame con il territorio celebrato da due grandi maestri della fotografia internazionale del calibro di Ferdinando Scianna e Nino Migliori che, attraverso distinte ed intrecciate visioni, hanno creato una grande mostra fotografica. Venti inediti scatti d’autore, racchiusi all’interno del libro “Centoquarantanni di amore per la terra”, verranno esposti in anteprima il prossimo 22 novembre presso la Fondazione Forma di Milano –  in piazza Tito Lucrezio Caro, 1 – e daranno vita ad una straordinaria mostra, aperta al pubblico dal 23 al 25 e il 27 e il 28 Novembre.

Nino Migliori

Nino Migliori

“Abbiamo deciso di realizzare una mostra per rendere omaggio ai valori che da 140 anni contraddistinguono l’amore per la terra da parte dell’azienda Polli – afferma Manuela Polli – Per trasmette al meglio questi sentimenti, presentiamo degli scatti d’autore di due tra i più importanti maestri della fotografia come Ferdinando Scianna e Nino Migliori, il cui linguaggio fotografico è stato accompagnato dallo stile narrativo unico di Antonio Pascale.”

Un viaggio fotografico, condotto attraverso l’entusiasmo di Manuela, Claudia, e  Maddalena, le protagoniste della sesta generazione della famiglia Polli, immerse nei campi e nei luoghi tra i paesaggi della Toscana che in questi 140 anni hanno fatto la storia dell’Azienda a Monsummano Terme ; dai terreni dove vengono raccolti i frutti della terra allo stabilimento dove le materie prime vengono lavorate e confezionate con cura.

 

sessini

Tijuana, 2008

 

Mercoledì 7 novembre alle 18.30 inaugura, presso Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra THE WRONG SIDE. Living on the Mexican border di Jérôme Sessini.

Il lavoro realizzato da Jérôme Sessini si concentra sulla zona di confine tra Messico e Stati Uniti,  – tra Culiacan, Tijuana e specialmente Ciudad Juárez: le città più pericolose del paese, forse del mondo. Si tratta di una terra di nessuno in mano agli uomini del cartello della droga  dove si svolge una guerra logorante e lunghissima: quella per il controllo dello spaccio degli stupefacenti, costata la vita a 26.000 persone tra trafficanti, poliziotti e civili.

Per completare il suo lavoro, Sessini è tornato per ben otto volte in Messico, una terra certo difficile da raccontare. Ha fotografato prima le strade, le risse, gli omicidi, le scene del crimine. Poi è riuscito ad entrare nelle case di chi cerca di sopravvivere a una terra cattiva, di chi ormai è totalmente succube delle regole della droga.

Ciudad Juarez, 2010

Ciudad Juarez, 2010

Il risultato è una serie straordinaria di immagini, forti nella loro essenza, robuste nell’impianto visivo e dense nei contenuti: un grande esempio di fotogiornalismo.

La mostra di Forma presenta questo lavoro; un documento importante che testimonia lo stato del Messico, piombato in un vero conflitto civile dopo che il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra ai narco-trafficanti nel dicembre 2006.

The Wrong side ha vinto l’ultima edizione del Premio F per il fotogiornalismo con queste motivazioni: “L’instancabile esplorazione che Jérôme Sessini fa della violenza legata alla droga ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti è notevole per il suo intenso impegno in una realtà pericolosa e allarmante; per la sua attenzione ai particolari concreti e per la sua ambizione a comunicare lo scopo e la complessità del conflitto”.

La mostra è  accompagnata da un libro edito da Contrasto.

Ciudad Juarez, 2009

Ciudad Juarez, 2009

Jérôme Sessini scopre la fotografia documentaria americana attraverso alcuni libri di un amico. Inizia a scattare, a ritrarre persone, paesaggi e vita quotidiana dei luoghi dove era nato e cresciuto, tenendo sempre ben in mente gli insegnamenti di Diane Arbus, Lee Friedlander, Mark Cohen e Eugene Richards. Nel 1998 comincia la sua carriera da giornalista, e arriva a Parigi. L’agenzia Gamma gli offre l’opportunità di lavorare e di coprire il conflitto in Kosovo. Sessini da quel momento in poi è stato testimone dei principali eventi internazionali: la situazione palestinese, il conflitto in Iraq (dal 2003 al 2008), Haiti (2004), la conquista di Mogadishu da parte dei militanti Islamici e la guerra in Libano (2006). Il lavoro di Sessini ha ottenuto immediatamente fama internazionale. Le sue immagini sono state pubblicate da numerose riviste e quotidiani, tra cui ricordiamo Newsweek, Stern, Paris-Match, Le Monde e The Wall Street Journal. Ha riscosso grande successo durante le mostre al Visa Photo Festival di Perpignan, ai Rencontres d’Arles, alla Bibliothèque nationale François-Mitterrand e presso il Ministero della Cultura Francese. È membro di Magnum Photos da luglio 2012.

Nino Migliori

LA MATERIA DEI SOGNI

Installazioni, sperimentazioni, fotografie.

 

 

Nino Migliori, dalla serie  “ Gente dell’Emilia”, 1957

Nino Migliori, dalla serie “ Gente dell’Emilia”, 1957

Giovedì 18 ottobre alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra LA MATERIA DEI SOGNI – Installazioni, sperimentazioni, fotografie di Nino Migliori.

 

“Mi piace lasciare la strada vecchia per la nuova”

Nino Migliori

 

Nino Migliori sorprende chiunque decida di conoscere il senso e la mole del suo lavoro. Sorprende certo per la sua produzione, per la diversità dei progetti realizzati, per gli scarti continui di linguaggio che ha saputo imprimere alle sue ricerche. Ma la vera sorpresa risiede nell’assoluta coerenza che in tanti anni di lavoro ha saputo mantenere. Se le sue ricerche si intersecano e dialogano fra loro, il labirinto visivo costruito dal fotografo bolognese appare intricato ma allo stesso tempo lineare, perché tutto il suo lavoro – dalle sperimentazioni, alle immagini figurative, alle installazioni più ardite e nuove – si fonda su un unico, solo linguaggio da esplorare: la fotografia – la materia prima per creare i suoi sogni visivi.

Nino Migliori, 50x60, 1991

Nino Migliori, 50×60, 1991

Nino Migliori inizia a scattare alla fine degli anni Quaranta a Bologna: scopre un’Italia fatta di una nuova quotidianità che riprende con poesia e precisione. Sono gli anni del realismo e Migliori crea alcune tra le più celebri e significative immagini di questa stagione.

In questi stessi anni, comincia anche le sue sperimentazioni: nascono i “Muri”, i lavori “off-camera”; interviene sulle lastre e sulle pellicole con graffi e incisioni (cliché-verre), usa la luce di un fiammifero per impressionare i negativi (pirogrammi), disegna sulla carta fotografica con i liquidi di fissaggio e di sviluppo (ossidazioni). Sperimenterà con la polaroid, con materiali vari, giocando anche con l’oro e con il bronzo, e inventerà installazioni sorprendenti e innovative. In un incessante lavoro di esplorazione fotografica.

Fotografare, ha affermato, significa scegliere e trasformare. Nei suoi lavori la materia scelta si trasforma sempre in qualcosa d’altro. In un brandello di memoria per i posteri, in un interrogativo per i contemporanei. In una strada nuova da percorrere. Come le tante che Migliori ha percorso, e continua ancora a percorrere, nella sua ricerca.

La mostra di Forma è la prima grande retrospettiva dedicata a Nino Migliori e in un insieme di immagini celebri e di grandi inediti, presenta le fotografie realizzate negli anni Quaranta e Cinquanta, la serie dei Muri, le sperimentazioni off camera, le celebri polaroid, fino alle installazioni più recenti.

Dal 18 ottobre  al 4 novembre la retrospettiva sarà arricchita da una installazione presentata per la prima volta a Forma: Foto scattate e abbandonate.

Nino Migliori ha raccolto le stampe mai ritirate dagli studi fotografici, rullini fatti sviluppare ma dimenticati o forse volutamente rinnegati dai propri autori.

Nino Migliori, dalla serie “Gente dell’Emilia”, 1957

Nino Migliori, dalla serie “Gente dell’Emilia”, 1957

La mostra è a cura di Denis Curti e Alessandra Mauro ed è accompagnata da un catalogo edito da Contrasto.

Nino Migliori è nato a Bologna nel 1926 dove vive e lavora. La sua fotografia, dal 1948, svolge uno dei percorsi più diramati e interessanti della cultura d’immagine europea.

Oggi Migliori è considerato un vero architetto della visione. Ogni sua produzione è frutto di un progetto preciso sul potere della visione, tema, questo, che ha caratterizzato tutta la sua produzione.

Le sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private, fra le quali Mambo – Bologna, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea – Torino, CSAC – Parma, Museo d’Arte Contemporanea Pecci – Prato, Galleria d’Arte Moderna – Roma, Calcografia Nazionale – Roma, MNAC Barcellona, Museum of Modern Art – New York; Museum of Fine Arts – Houston; Bibliothèque Nationale – Parigi, Museum of Fine Arts – Boston; Musée Reattu – Arles, SFMOMA – San Francisco.

 

A liquid vision

A liquid vision

Dopo il successo di Indepensense torna sulla scena milanese Giuseppe Mastromatteo, artista milanese di fama internazionale e direttore creativo esecutivo di Ogilvy&Mather.

A LIQUID VISION è il titolo della nuova mostra che aprirà ufficialmente il 2 ottobre alla Fondazione Forma per la Fotografia, un percorso tra i sensi e la sensualità, tra liquidità e trasparenza, purezza ed essenzialità, curato da Denis Curti, Vice presidente di Fondazione Forma, che riprende e fa convivere una selezione tra le opere delle ultime personali di Mastromatteo.

A LIQUID VISION vede la collaborazione di un partner che, proprio come Mastromatteo, è nel suo campo un simbolo dell’eccellenza italiana: Grappa Candolini, grappa leader in Italia prodotta e distribuita dalle Distillerie Branca.
Il binomio tra Candolini e il lavoro di Mastromatteo espresso in A Liquid Vision balza subito agli occhi:
trasparenza, sensualità, essenzialità delle forme sono alcuni dei tratti distintivi della Grappa Candolini che emergono chiaramente anche dalle opere di Mastromatteo.

“È stato evidente fin dall’inizio come i valori che stanno alla base del brand Candolini potessero sposarsi perfettamente con il progetto di Giuseppe Mastromatteo – afferma Niccolò Branca, Presidente e amministratore Delegato di Fratelli Branca Distillerie – Candolini è infatti la Grappa della seduzione italiana, che conquista per la sua purezza, la sua trasparenza e la sua autenticità. Le sue forme sono essenziali ed armoniose e i suoi colori sono il bianco, il nero e il rosso. La donna e la sua seduzione ne sono l’emblema. 
Tratti che ritroviamo tutti nelle opere di Giuseppe. Dopo la collaborazione con Lorenzo Mattotti, celebre illustratore che realizzò un’opera ispirata alla seduzione italiana, con questo progetto Candolini intende rinnovare ancora una volta la sua vicinanza al mondo dell’arte ed evidenziare in modo significativo e originale le caratteristiche essenziali del brand”.

E per celebrare questa importante partnership, Grappa Candolini ha deciso, in occasione delle festività, di fare un dono ai propri consumatori.
A partire da metà ottobre, infatti, nelle principali catene della grande distribuzione la Grappa delle Distillerie Branca regalerà una preziosa confezione con un’immagine tratta dalla mostra A Liquid Vision da collezionare, regalare, incorniciare. Ma non finisce qui. Infatti la mostra A Liquid Vision, dopo Fondazione Forma, continuerà da fine ottobre, con una selezione delle opere più significative, presso la Collezione Branca, nella storica sede delle Distillerie di via Resegone a Milano. La visita, che andrà a impreziosire ulteriormente il percorso all’interno del Museo Branca, sarà possibile su invito con prenotazione, telefonando al numero 02.8513970 o mail collezione@branca.it.

Ham Cheol Hun

Ham Cheol Hun

Un’esposizione che, dopo Pechino, raggiunge Milano, proponendo un’ interpretazione di due straordinari elementi naturali, acqua e vento, quali strumenti di un linguaggio universale capace di comunicare lo spirito della creazione e della vita, che accomuna tutti gli esseri umani.
Le opere in mostra, in cui Vento e Acqua incontrano in modo travolgente la Luce, esprimono il concetto caro ai coreani del “pungryu”, ovvero il senso estetico e l’idea del piacere armonioso che gli antichi sperimentavano attraverso la relazione con la natura ed in particolare con questi due elementi, che rimandano al soffio della creatività e allo scorrere dell’esistenza.
Il fotografo interpreta acqua e vento in termini di linguaggio universale in grado di superare le barriere culturali.
Le immagini suscitano in ciascun individuo un’affascinante percezione di ciò che, nei più reconditi spazi dell’animo umano, egli ritrova come familiare o scopre come sconosciuto.
Al contempo, la mostra suggerisce un approccio intimo e istintivo dell’essere umano nei confronti della natura, esaltandone la potente essenza.

John Ham (Ham Cheol Hun), nato il 23 luglio 1952 in Corea, laureato presso la Korea University di Seoul nel 1978, è direttore del Visual Worship Institute di Seoul. Ha al suo attivo decine di esposizioni in collaborazione con enti istituzionali, e non, sia a livello nazionale che internazionale, negli Stati Uniti, in Turchia e in Cina, dove dal 21 aprile al 6 maggio 2012 ha presentato il suo lavoro “Wind and Water We met”, a Pechino in una mostra organizzata dal T-Art Center, dal Korean Culture Center in China e dall’ Ufficio UNESCO di Pechino (UNESCO Beijing Office), a cui è stato donato parte del ricavato a supporto dei progetti educativi dell’Ufficio UNESCO di Pechino rivolti ai bambini nelle zone rurali e remote della Cina.

Ham Cheol Hun

Ham Cheol Hun

A conclusione della mostra, le opere resteranno visibili presso il Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano fino a dicembre 2012 e disponibili per l’acquisto.
La mostra, che gode del sostegno di MIA Milan Image Art Fair, è inserita nel programma della Settimana della Cultura Coreana, evento culturale volto ad esplorare la sensibilità artistica coreana attraverso diversi generi: cinema, fotografia, pittura, arti tradizionali, musica contemporanea e letteratura. La Settimana della Cultura Coreana, organizzata dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano, in collaborazione e con il patrocinio della Provincia di Milano e del Comune di Milano, si terrà a Milano dal 24 al 30 settembre 2012 offrendo al pubblico molteplici occasioni di incontro e conoscenza della Corea e delle sue espressioni artistiche.

Informazioni e contatti:
Consolato Generale della Repubblica di Corea
Piazza della Repubblica 11/A
20124 Milano
Tel. 02-2906.2641
Fax. 02-62911.704
milano@mofat.go.kr 

Luca Catalano Gonzaga, Bangladesh, Chalna, Settembre, 2010

Luca Catalano Gonzaga, Bangladesh, Chalna, Settembre, 2010

Mercoledì 19 settembre alle ore 18,30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra INFANZIA IN PERICOLO –Child survival in a changing climate di Luca Catalano Gonzaga: 100 immagini per denunciare le conseguenze dei cambiamenti climatici sull’infanzia. Un progetto realizzato da Witness Image e sostenuto dalla Fondazione Nando Peretti. Con il Patrocinio del Comitato Italiano per l’UNICEF.

L’obiettivo fotografico di Luca Catalano Gonzaga racconta la tragedia dei bambini nel più grande campo profughi del mondo, quello di Dadaab in Kenya a 30 kilometri dal confine somalo, abitato da 400.000 eco-rifugiati in fuga dalla più grave siccità e conseguente desertificazione del Corno d’Africa. Con lui si scopre che ci sono 60.000 persone che rischiano da un momento all’altro di essere travolte dalla tracimazione di un lago glaciale in Nepal a causa del ritiro dei ghiacciai dell’Hindu Kush Himalayano. In Burkina Faso il Sahel ha insabbiato ogni fiume, in Mongolia il Gobi è entrato a Ulan Bator, l’aumento delle precipitazioni in Zambia ha portato la malaria a proliferare in proporzioni esponenziali con 50.000 decessi di bambini all’anno, ed in Bangladesh ad un innalzamento del livello del mare senza precedenti tanto da inginocchiare l’economia agricola del paese.

Luca Catalano Gonzaga, Burkina Faso, Mare d’Oursi, Dicembre 2010

Luca Catalano Gonzaga, Burkina Faso, Mare d’Oursi, Dicembre 2010

Il reportage mostra un filo di speranza, con le immagini del campo eolico di Dhule in India. Si tratta di 650 pale rotanti su 50 km2 ognuna delle quali produce 1,25 kw di elettricità all’ora, l’equivalente del fabbisogno di 400 abitazioni. Intorno a questa nuova economia, che elimina la produzione di 70.000 tonnellate di anidrite carbonica all’anno, è nata una città: i bambini di Dhule sono il primo passo verso la grande sfida che l’umanità dovrà necessariamente affrontare nei prossimi anni.

Child survival in a changing climate ha vinto il primo premio della categoria Nature and Environment di The 3rd Asia Press Photo contest organizzato da Asia News Network/China Daily; il secondo premio di the Best Photojournalist 2012, organizzato da National Press Photographers Associacion/USA, per la categoria “Environment Picture Story”; il primo premio della categoria Asia di Global wind day photography competition organizzato da European Wind Energy Association/ Belgium e il secondo premio del 15th Luis Valtueña International Humanitarian Photography Prize organizzato da Medicos del Mundo/ Spain.

Luca Catalano Gonzaga è un fotoreporter che si occupa principalmente di reportages sulla tutela dei diritti umani nel mondo. Dal 2010 collabora con la Fondazione Nando Peretti nell’impegno a favore della salvaguardia dei diritti dei minori. http://www.catalanogonzaga.com/; luca@catalanogonzaga.com

Luca Catalano Gonzaga, Kenia, Daadab, Maggio 2011

Luca Catalano Gonzaga, Kenia, Daadab, Maggio 2011

Witness Image è un’associazione senza scopo di lucro, fondata dal fotoreporter Luca Catalano Gonzaga, che promuove e supporta l’educazione e il rispetto dei diritti e delle libertà come sancito dalla risoluzione 217A della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Witness Image crede nel mostrare la realtà della vita al resto del mondo, attraverso il linguaggio della fotografia e raffigurando la verità in tutta la sua crudezza, quando necessario, mantenendo sempre il più totale rispetto della dignità umana. Witness Image crede nel potere del linguaggio della fotografia di cambiare la vita delle persone e aiutarle ad alzare la voce. I progetti realizzati da Witness Image sono interamente finanziati da fondazioni di beneficenza, aziende e dalla vendita delle stampe. http://www.witnessimage.com/ ; info@witnessimage.com

La Fondazione Nando Peretti opera da dodici anni in tutto il mondo, sostenendo principalmente progetti di beneficenza, con un’attenzione speciale agli interventi di primo soccorso, di sostegno alimentare e sanitario e di assistenza economica a soggetti che sopportano situazioni di grave povertà e indigenza. Negli anni la Fondazione ha approfondito i propri interventi sostenendo programmi volti alla tutela e alla promozione dei diritti umani, concentrandosi sul diritto all’educazione scolastica e alla protezione dell’infanzia, e a tutte quelle categorie di persone che vedono cancellati i propri diritti fondamentali. Una parte importante dei fondi della Fondazione ogni anno viene destinata anche a progetti di ricerca medico-scientifica e prevenzione delle malattie. La conservazione dell’ambiente è anch’esso uno scopo statutario della Fondazione Nando Peretti che ha visto la realizzazione di importanti interventi di educazione ambientale e di salvaguardia delle specie in via di estinzione. Recentemente, la Fondazione Nando Peretti ha iniziato a sostenere progetti per la promozione dell’arte, dall’artigianato alla musica.

La Fondazione è dedicata alla memoria di Nando Peretti, fondatore dell’API.

La Presidente è sua figlia, Elsa Peretti.

www.nandoperettifound.org

info@nandoperettifound.org

Taxi, New York, 1957

Taxi, New York, 1957

Giovedì 21 giugno, alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia la mostra LE LUCI DI NEW YORK. Fotografie, pitture e polaroid dipinte di Saul Leiter. In collaborazione con Howard Greenberg Gallery, New York

La filosofia del vero fotografo di strada, quello che lascia lo studio per correre lungo i marciapiedi e cercare il ritmo della città nelle insegne al neon o nei visi dei passanti, sembra disegnata su misura per Saul Leiter.

Americano di Pittsburgh, classe 1923, Leiter è attratto già durante l’adolescenza dalla pittura. Lascia ben presto gli studi da rabbino e il destino che la famiglia aveva progettato per lui e si sposta a New York dove continua la sua ricerca pittorica.

Il vento,1953 ca

Il vento,1953 ca

La visita a una mostra di Cartier-Bresson, nel 1947, deciderà il suo futuro: si procura una Leica  e senza trascurare mai del tutto la pittura, comincia a percorrere la città di New York e a fermare in immagini straordinarie, prima in bianco e nero, poi anche a colori, le atmosfere, gli sguardi e gli incontri occasionali, perfino i profumi e gli odori, della metropoli.

Leiter ha collaborato a lungo, soprattutto come fotografo di moda, con riviste come Life o anche Harper’s Bazaar, Elle, Nova, Vogue e Queen e in questi anni non ha mai smesso di osservare e di lavorare sulla visione. O meglio, sulle tante, possibili visioni che una vita di osservatore professionista gli offre.

Le sue trasparenze sono sofisticatissime e semplici, come i titoli delle foto: suole, semaforo rosso, cappello di paglia… Perché è proprio un particolare, sistemato magari al lato estremo dell’inquadratura, che rende significativo quello scorcio, quello sguardo, quel lampo di luce, quella particolare giornata.

E poi, quando i titoli non bastano più, ci saranno tante foto chiamate semplicemente strada, strada, strada: palcoscenico straordinario, regno del voyeurismo e del distacco.

“Ancora oggi, non ho perso il piacere di osservare le cose e ammirarle e scattare fotografie o dipingere. A volte, mi sveglio nel mezzo della notte e prendo un libro di Matisse, o di Cézanne o Sotatsu. Un dettaglio che non avevo notato prima, di colpo attrae la mia attenzione. Dipingere è magnifico. Quando mi stendo sul letto penso alla pittura. Amo fotografare ma la pittura è un’altra cosa. Ho sempre fotografato in modo molto libero, senza avere in testa nessuna particolare immagine, fotografia o dipinto, che sia. Chi vede i miei dipinti pensa che esiste una relazione tra l’uso del colore nei miei quadri e nelle fotografie. …

Senza Titolo, 1980 ca

Senza Titolo, 1980 ca

Cerco di rispettare determinate nozioni di bellezza anche se per qualcuno si tratta di concetti vecchio stile. Certi fotografi pensano che fotografando la miseria umana, puntano i riflettori su problemi seri. Io non penso che la miseria sia più profonda della felicità.”

Saul Leiter

La mostra di Forma, realizzata in collaborazione con la Galleria Howard Greenberg di New York, presenta una selezione straordinaria e inedita di fotografie in bianco e nero, a colori, quadri astratti e figurativi oltre a una serie di splendide polaroid dipinte.

Saul Leiter nasce nel 1923 a Pittsburgh e comincia i suoi studi alla scuola teologica di Cleveland. A 23 anni intraprende la carriera di pittore a New York. Le sue prime foto in bianco e nero vengono esposte al MoMA. Alla fine degli anni Cinquanta le sue foto di moda appaiono su Esquire e su Harper’s Bazaar. Nei successivi venti anni Leiter continua a lavorare per la moda. Vive, dipinge e fotografa a New York.

Josef Koudelka, Romania, 1968

Josef Koudelka, Romania, 1968

Giovedì 21 giugno alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra ZINGARI di Josef Koudelka.

Zingari è senza dubbio uno dei lavori fotografici più celebri del Novecento.

La mostra presentata a Forma, in prima mondiale, rispecchia fedelmente la sequenza e il menabò del volume Cikáni (zingari in ceco) che lo stesso Koudelka aveva progettato nel 1970, prima di lasciare la Cecoslovacchia, e rimasto a lungo inedito. Quel volume, riproposto da Contrasto, testimonia la spettacolare teatralità visiva che Josef Koudelka aveva concepito intorno al suo lavoro di ricognizione fotografica delle comunità gitane dell’Est Europa.

In esposizione le 109 immagini del libro, sontuosamente stampate (sotto la stretta sorveglianza dell’autore) appositamente per la presentazione di Forma.

Da un lato, le immagini raccontano la quotidianità delle comunità gitane negli anni Sessanta in Boemia, Moravia, Slovacchia, Romania, Ungheria e in alcuni casi in Francia e Spagna. Dall’altro, testimoniano lo sguardo penetrante e insolito dell’autore, la sua capacità di fermare, in momenti unici per la perfetta composizione formale e la pregnanza dell’azione, scene di vita familiare, momenti di festa, di gioco e di ritualità collettiva.

Josef Koudelka, Slovacchia,1967

Josef Koudelka, Slovacchia,1967

Una dopo l’altra, le immagini compongono un vero affresco visivo di grande potenza e con poetica malinconia registrano la fine di un’epoca, la fine di un viaggio: quello del nomadismo zingaro in Europa.

Riferimento essenziale “di culto” per generazioni di fotografi, Zingari mantiene nel tempo la sua forza e conferma la grandezza del suo autore, Josef Koudelka, tra i più grandi fotografi viventi.

La mostra è presentata in collaborazione con Magnum Photos.

Josef Koudelka nasce in Moravia nel 1938. Inizia la sua carriera come ingegnere aeronautico e diventa fotografo professionista verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1968 fotografa l’invasione sovietica di Praga, pubblicando le sue fotografie con le iniziali P. P. (Prague Photographer, fotografo di Praga). Per queste fotografie, nel 1969 riceve da anonimo il premio Robert Capa dell’Overseas Press Club. Nel 1970 lascia la Cecoslovacchia per cercare asilo politico e, poco dopo, entra a Magnum Photos. Nel 1975, viene pubblicata la prima edizione di Gypsies, il primo di una lunga serie di libri di questo fotografo, incluso Exiles (1988), Chaos (1999), Koudelka (2006) e Invasione Praga 68 (2008). Nel corso della sua carriera Koudelka ha vinto svariati premi come il Prix Nadar (1978), il Grand Prix National de la Photographie (1989), il Grand Prix Cartier-Bresson (1991), e l’Hasselblad Foundation International Award in Photography (1992). Le sue fotografie sono state esposte al Museum of Modern Art e all’International Center of Photography di New York, all’Hayward Gallery di Londra, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al Palais de Tokyo di Parigi, alla Fondazione Forma di Milano e al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Nel 1992 ha ricevuto la nomina di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura francese. Oggi vive fra Parigi e Praga.

Lella Costa 1838

Lella Costa 1838

Un libro fotografico e una mostra per un progetto dedicato alle 365 facce della donna.
Un anno con 365 donne, un calendario fotografico in cui ogni giorno una donna ci racconta una storia, la sua giornata particolare.
Un libro che ci accompagna per un anno intero, con ritratti intensi e storie reali, una voce unica formata da un coro di 365 voci diverse ma ugualmente forti.

365D – Trecentosessantacinque giorni da Donna è un progetto nato da un’idea di Marzia Messina insieme al fotografo londinese Sham Hinchey, autore delle immagini del libro, e a Claudio Conti, che ha curato la parte grafica.
365 sono le donne ritratte, scelte tra volti noti e non, ognuna con una sua storia.
Attrici, giornaliste, libere professioniste, studentesse, nonne, mamme, senza limiti di età e di provenienza, sono le protagoniste di un progetto che parla di donne reali; tra loroMaria Grazia Cucinotta, Lella Costa, Rosanna Banfi, Erminia Manfredi, Elisabetta Rocchetti, Giulia Bevilacqua, Franca Fendi, Momo e molte altre ancora.

Il progetto, è stato possibile grazie al contributo di Carefree (brand Johnson & Johnson).

L’importanza dell’accordo viene sottolineata da Gaetano Colabucci, Amministratore Delegato di J&J: “Carefree, title sponsor del progetto 365D, da sempre è vicino alle donne che vogliono sentirsi libere e pienamente se stesse. Questa vicinanza avviene attraverso la capacità di Carefree di rivolgersi a coloro che vogliono ottenere il massimo dalla propria vita, ogni giorno, a partire dalle piccole cose anche attraverso un prodotto che permetta loro di vivere in libertà, sicurezza e freschezza ogni momento della giornata.
Un brand che, cosciente dell’importanza del benessere e della salute, ha sempre prestato attenzione al tema della prevenzione sostenendo il lavoro encomiabile della Susan G. Komen Italia, l’associazione non profit per la lotta ai tumori del seno, che il progetto 365D care&free sosterrà devolvendo i proventi della vendita del libro fotografico.”
E il forte legame che unisce l’azienda al mondo femminile è ribadito da Barbara Saba, Direttore Generale della Fondazione Johnson & Johnson:

Claudia Zanella 9679

Claudia Zanella 9679

“Il messaggio che scaturisce da questo progetto è molto forte: aiutare le donne attraverso le donne. Donne normali che raccontandosi quotidianamente contribuiscono a sostenere la lotta contro i tumori al seno.
E’ un cammino che bene si unisce al percorso della nostra Fondazione da sempre orientata ad accrescere la qualità di vita delle comunità in cui opera, collaborando con istituzioni e organizzazioni senza scopo di lucro come Susan G. Komen Italia.
Un’associazione con la quale collaboriamo da tempo e che ci regala grandi soddisfazioni per i risultati e progetti che negli anni sono riusciti a concretizzare”.

“Nei 365 giorni dell’anno, più di 1.300.000 donne nel mondo sviluppano un tumore del seno, con una incidenza in continuo aumento. – afferma il prof. Riccardo Masetti, Presidente della Susan G. Komen Italia che opera in Italia dal 2000 nella lotta ai tumori del seno, e che dal 2000 organizza la corsa di solidarietà Race for the Cure – Solo in Italia, per il 2012, sono previsti oltre 40.000 nuovi casi con una diagnosi ogni 15 minuti.
Sono certo che grazie a questo progetto ed alla forza positiva delle tante donne che hanno scelto di raccontare un frammento della propria vita in questo libro, nasceranno nuove opportunità per incrementare la lotta ai tumori del seno e contribuire a rendere questa malattia sempre più curabile attraverso i nostri programmi di promozione della prevenzione e di educazione alla salute del seno che svolgiamo in tutta Italia.”

Dal volume, edito da Silvana Editoriale, è nata l’idea di esporre i ritratti in una mostra fotografica che si terrà a Milano presso la Fondazione Forma dal 29 maggio al 17 giugno 2012. Una galleria di 365 ritratti +1 (il 2012 è un anno bisestile) accompagneranno i visitatori in un viaggio tutto al femminile lungo un anno. 

Lashkars, Pakistan, Swat Valley, 2011

Lashkars, Pakistan, Swat Valley, 2011

Giovedì 26 aprile 2012 alle 18.30 inaugura, presso Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra LASHKARS di Massimo Berruti.

Massimo Berruti ha raccontato in uno straordinario reportage il Pashtunistan, cruciale  regione cerniera tra Pakistan e Afghanistan.

Si è immerso nella valle di Swat per seguire la vita quotidiana dei Lashkar, un corpo di milizia civile che combatte in prima linea contro la minaccia talebana per difendere gli abitanti  della zona con il sostegno dell’esercito pakistano. I Lashkar contribuiscono a portare la pace e la sicurezza nella regione contro gli attentati e il rischio d’infiltrazione dei ribelli. Berrutti è riuscito a penetrare all’interno di questa comunità di combattenti conquistandone la fiducia e seguendola nel quotidiano.

Il conflitto non è mai visibile esplicitamente negli scatti di Berruti, la sua presenza però è percepibile ovunque: abitazioni ridotte a ruderi, costruzioni abbandonate, interni poverissimi e soprattutto tante armi che accompagnano i Lashkars costantemente, non solo durante i momenti di ricognizione ma anche nel privato delle loro famiglie.

Condividendo la vita quotidiana con i Laskhars, Massimo Berruti ci comunica una potente percezione di attesa. Attesa del fotografo, certo, ma anche attesa dei militari il cui tempo è ritmato dai pattugliamenti notturni. Attesa che qualcosa accada. Questa capacità di riannodare, attraverso il tempo lungo, i fili di una storia che supera l’immediatezza degli scontri o dei combattimenti, aggiunge un valore in più a queste immagini di grande forza documentale. Un valore tanto importante in quanto oggi, prendere del tempo per poter andare fino in fondo alle cose sembra essere, purtroppo, una forma di lusso. A detrimento del senso.”

Christian Caujolle

La mostra ospitata a Forma raccoglie gli scatti più significativi di questo lavoro che si è aggiudicato il Premio Carmignac Gestion per il Fotogiornalismo 2010.

La mostra è a cura di Renata Ferri.

Massimo Berutti, nato a Roma nel 1979, è fotografo dal 2004 e membro dell’agenzia francese  VU’ dal 2007. Per il suo lavoro sul Pakistan ha a lungo soggiornato a Islamabad scegliendo di vivere a fianco di una popolazione ostaggio di una violenza estrema, di matrice politica, religiosa ed etnica. Il suo reportage “Bagno di sangue a Karachi (omicidi programmati)” si è aggiudicato nel 2011 il secondo premio del World Press Photo e il terzo premio del Picture Of the Year International. Nel 2009 gli è stato conferito il Premio del Giovane Reporter del Festival Visa per l’immagine.

PREMIO CARMIGNAC GESTION DI FOTOGIORNALISMO

Con questo premio Carmignac Gestion desidera sostenere ogni anno i fotogiornalisti che, attraverso la loro opera, sono in prima linea sui luoghi dell’evento e difendono i valori di coraggio, indipendenza, trasparenza e condivisione a noi cari.

Nel 2009 la Fondazione Carmignac Gestion ha creato il Premio Carmignac Gestion di fotogiornalismo, destinato a finanziare un progetto di reportage su un tema specifico di attualità. Dotato di una borsa di 50.000 euro, il premio si prefigge di promuovere il lavoro svolto in profondità sul campo da un fotogiornalista. Oltre al premio finanziario, la Fondazione Carmignac Gestion accompagna il vincitore nella diffusione del suo reportage con l’organizzazione di una mostra e la pubblicazione di un’opera monografica.

La Fondazione si impegna altresì ad acquistare quattro fotografie facenti parte del lavoro premiato. Una giuria composta da esperti dell’immagine e di questioni geopolitiche seleziona ogni anno un progetto. La scelta di come trattare il tema annuale spetta ai fotogiornalisti, i quali sono liberi di scegliere un’angolatura politica, economica, sociale o culturale.

L’approccio adottato deve inserirsi chiaramente in una tradizione umanista volta a interrogare il reale con sensibilità, rifiutare di cadere nella caricatura e nella tirannia dell’istantaneità, studiare il contesto e comprendere la situazione per presentare la realtà nella sua complessità.

Decidendo di sostenere una professione che risente di una grave crisi di finanziamenti, Carmignac Gestion ha voluto fornire a questi testimoni del mondo contemporaneo i mezzi necessari per andare là dove gli altri non vanno. In armonia con i valori che animano i suoi collaboratori, Carmignac Gestion vuole difendere uno sguardo personale e impegnato, per definizione minoritario e, per questo stesso motivo, indispensabile.

 Thomas Hoepker, Muhammad ALI, Chicago, 1966.

Thomas Hoepker, Muhammad ALI, Chicago, 1966.

“Nutro sempre dubbi nel lasciare che i miei provini vengano resi pubblici ma alla fine mi dico che anche io sono spesso curiosa di vedere come lavorano gli altri fotografi… Raramente esprimiamo a parole tutto quello che ci frulla in testa, se non sulla poltrona di uno psicoanalista, e i provini non risparmiamo né l’osservatore né il fotografo stesso. Penso che, se mi lascio violare pubblicando ciò che ho di più intimo, è come se mi prendessi il rischio di spezzare un incantesimo, di svelare un mistero.”

Martine Franck

Giovedì 26 aprile 2012 alle 18.30 inaugura, presso Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra MAGNUM. LA SCELTA DELLE FOTO.

Trenta tra i più importanti, e preziosi, “provini a contatto” dei grandi autori dell’agenzia Magnum, affiancati dalle corrispondenti foto scelte.

I fogli di contatti selezionati, corredati dai commenti dei diversi autori, raccontano storie, rivelano dettagli, ripercorrono vicende cruciali della storia contemporanea e al tempo stesso, testimoniano il successo di una determinata immagine, ma anche i drammi e le vicende umane che i fatti ritratti evocano.

Questa mostra costituisce una selezione in anteprima ristretta di un progetto espositivo ancora più ampio e complesso su cui Magnum Photos sta lavorando da anni e che verrà presentata in un grande tour mondiale  a partire dal 2013.

In mostra sarà possibile ripercorrere il processo creativo che porta alla nascita e alla individuazione de “La foto”: il perché di uno scatto, l’intuizione giornalistica che spinge all’azione, le condizioni spesso difficili di lavoro e, infine, il momento cruciale della scelta dell’immagine che diventerà, magari, simbolo e icona di un avvenimento o di un personaggio.

In un momento in cui l’uso del digitale ha completamente stravolto il metodo di lavoro dei fotografi, Magnum. La scelta della foto documenta e testimonia una pratica totalmente diversa di pensare di lavorare con la fotografia: quando i provini permettevano di rintracciare, a distanza di tempo, la memoria visiva di un avvenimento, un’atmosfera, uno stato d’animo particolare.

Thomas Hoepker, Muhammad ALI, Chicago, 1966.

Thomas Hoepker, Muhammad ALI, Chicago, 1966.

La mostra è accompagnata da un libro edito da Contrasto.

La mostra è a cura di Fiona Rogers ed è organizzata in collaborazione con Magnum Photos, Londra.

Etiopia,1997.

Etiopia,1997.

“La luce infuocata e la potenza del colore sembravano in qualche modo impressi nelle culture con cui stavo lavorando; era un altro pianeta rispetto alla riservatezza grigio-marrone del New England, nella quale ero cresciuto. Da allora ho lavorato quasi esclusivamente con il colore.”

Alex Webb

Giovedì 26 aprile 2012 alle 18.30 inaugura, presso Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra LA SOFFERENZA DELLA LUCE di Alex Webb.

La mostra raccoglie trenta anni di fotografia e di reportage di questo grande autore che è riuscito a narrare con il suo colore, denso e acceso, luoghi e situazioni del mondo fin nelle loro pieghe più insolite.

All’inizio della sua carriera, a metà degli anni Settanta, seguendo le orme dei suoi maestri, Webb fotografa in bianco e nero ma presto si rende conto che un altro linguaggio, e una diversa cifra stilistica, sono più vicini alla sua sensibilità. In un viaggio ad Haiti del 1975, Webb cambia il suo modo di vedere e di fotografare. Da adesso, il colore diventa una scelta narrativa obbligata, tanto da spingerlo a cercare i luoghi dove la luce e i colori diventano, con una forza a volte anche crudele, elementi di base per comprendere e descrivere un territorio. Entrato a far parte dell’agenzia Magnum nel 1976, Webb non ama definirsi fotogiornalista ma si sente piuttosto un fotografo di strada, per l’approccio empatico con cui affronta ogni viaggio, ogni lavoro.

Haiti, i Caraibi, il Messico, l’Etiopia, il Costa Rica, il Brasile, ma anche la Russia e il New England delle sue origini, sono altrettante tappe delle sue ricognizioni fotografiche. Nelle sue immagini la luce è forte, violenta, esasperata che esalta le ombre e i colori. Le foto di Alex Webb sono complesse, cariche di elementi, di superfici riflesse, di aperture che moltiplicano i livelli di lettura.

La mostra raccoglie un insieme affascinante di immagini a colori e conferma la grandezza di un fotografo tra i più celebri del nostro tempo.

Grenada, Gouyave, Bar 1979

Grenada, Gouyave, Bar 1979

“L’unico modo che conosco per affrontare un posto nuovo è camminare. Perché un fotografo di strada deve camminare e guardare e aspettare e parlare, e poi guardare ancora, cercando di mantenere la fiducia che l’incognito, l’inaspettato o il cuore segreto di ciò che già conosce, lo aspetti dietro l’angolo.”

Alex Webb

La mostra, a cura di Alessandra Mauro, è accompagnata da un catalogo edito da Contrasto.

In occasione della mostra, Alex Webb e Rebecca Norris Webb guideranno un workshop , organizzato presso Forma il 5 e 6 maggio, dal titolo “Milano: trovare la propria visione”. Per informazioni www.formafoto.it

Biografia Nato nel 1952 a San Francisco, California, Alex Webb si laurea a Harward in Storia e Letteratura e prosegue la sua formazione iscrivendosi al Carpenter Center for the Visual Arts. Nel 1974, a soli ventidue anni, inizia la sua carriera di fotoreporter professionista e nel 1976 è già un associato dell’agenzia fotografica Magnum. Comincia a pubblicare su importanti testate: Life, Geo, Stern e National Geographic realizzando lunghi e accurati reportage nel Sud degli Stati Uniti. Lavora nei Caraibi e in Messico e poi in America latina e Africa.

 

 

Autoritratto,-1975

Autoritratto, 1975

“Se fossi nato cento o duecento anni fa, avrei potuto fare lo scultore, ma la fotografia è un mezzo molto veloce per vedere e per fare scultura”.

Robert Mapplethorpe

Giovedì 1 dicembre alle 18.30, presso Fondazione Forma per la Fotografia, inaugura la mostra ROBERT MAPPLETHORPE  in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation

Per la prima volta a Milano, una grande retrospettiva ripercorre la carriera e l’opera di Robert Mapplethorpe, tra i più importanti autori del Novecento che ha influenzato con le sue immagini dalla composizione perfetta, generazioni di fotografi e artisti.

Il suo tempo è la New York degli anni Settanta e Ottanta, quella della rivoluzione pop, del new dada e di Andy Warhol; la città creativa e disinibita della liberazione sessuale, dell’esplosione della performance e della body art.

Mapplethorpe è oggi unanimemente considerato uno dei più importanti fotografi del ventesimo secolo perché, come i grandi artisti sanno fare, è riuscito a essere nello stesso tempo classico e attuale: testimone del proprio tempo e astratto in una sorta di perfetta atemporalità.

Le fotografie di Robert Mapplethorpe sono rigorose, composte, curate nel minimo dettaglio. I corpi, come i fiori, sono impeccabili, ritratti in ambientazioni quasi asettiche, i loro movimenti sono armonici e ricordano gli studi dell’arte e della scultura rinascimentali. La ricerca della perfezione, mito irraggiungibile per la maggior parte degli artisti, è per Robert Mapplethorpe la condizione necessaria da raggiungere in ogni suo scatto.

La mostra, proveniente dalla Robert Mapplethorpe Foundation di New York, comprende 178 fotografie e rappresenta un’occasione unica per ripercorrere, con un unico sguardo retrospettivo, il lavoro di Mapplethorpe, dalle prime polaroid di inizio anni Settanta, fino ai suoi celebri still life, ai fiori, ai ritratti, alla sconcertante serie dedicata a Lisa Lyon, alle splendide immagini dedicate al corpo maschile, indagato e celebrato come mai prima  di allora, all’omaggio alla sua musa Patti Smith, agli insoliti, teneri e malinconici ritratti di bambini.

“Spesso l’arte contemporanea mi mette in crisi perché la trovo imperfetta. Per essere perfetta non è che debba essere giusta dal punto di vista anatomico. Un ritratto di Picasso è perfetto. Non c’è niente di contestabile. Nelle mie fotografie migliori non c’è niente di contestabile – così è. È quello che cerco di ottenere”.

L’estrema contemporaneità e la grande classicità di Mapplethorpe è tutta in questa possibile perfezione da raggiungere e da realizzare nel breve lasso di tempo di uno scatto, di una sessione di posa.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Contrasto.

Robert Mapplethorpe nasce nel 1946 a Floral Park, nel Queens (New York City). Della sua infanzia disse: “Vengo dall’America di periferia. Da un ambiente sicuro, da un buon luogo dove nascere e vivere”. Nel 1963 si iscrive al Pratt Institute, nella vicina Brooklyn, dove studia disegno, pittura e scultura. Influenzato da artisti come Joseph Cornell e Marcel Duchamp, inizia a sperimentare l’utilizzo di materiali diversi e a realizzare collage polimaterici, includendo nelle sue composizioni immagini ritagliate da giornali e riviste. Nel 1970, compra una macchina fotografica Polaroid e inizia a realizzare fotografie e a utilizzarle nei collage. Lo stesso anno, insieme a Patti Smith, conosciuta tre anni prima, si trasferisce al Chelsea Hotel di Manhattan.

Patti Smith, 1979

Patti Smith, 1979

Nel 1973, la Light Gallery di New York City espone la sua prima mostra personale: “Polaroids”. Due anni a Mapplethorpe viene regalata una Hasselblad, con pellicola medio formato, e inizia a scattare foto di amici e conoscenti – artisti, musicisti, star del cinema porno, e membri del S & M underground. Partecipa a progetti commerciali, realizzando la copertina per l’album di Patti Smith e dei Television e una serie di ritratti e immagini di feste per la rivista Interview. Negli ultimi anni ’70, si intensifica l’interesse di Mapplethorpe per lo scenario newyorkese “S & M”. Il risultato fotografico è scioccante per il contenuto e notevole per la maestria tecnica e formale. Mapplethorpe dirà in un’intervista per ARTnews alla fine del 1988, “A me, in particolare, non piace la parola ‘scioccante’. Io sto cercando l’inaspettato. Sto cercando cose mai viste prima… Ero nella posizione per scattare queste immagini. Mi sono sentito obbligato a farlo”. Nel frattempo, la sua carriera continua a sbocciare. Nel 1977 partecipa alla VI Documenta di Kassel, Germania Ovest, e nel 1978 la Robert Miller Gallery a New York City diviene il suo rappresentate esclusivo. Nel 1980 conosce Lisa Lyon, la prima campionessa del mondo di bodybuilding, con la quale negli anni successivi collabora a una serie di ritratti e di studi di nudi che porteranno alla realizzazione del libro Lady, Lisa Lyon. Durante gli anni ’80, Mapplethorpe produce un gruppo di immagini che simultaneamente sfidano e aderiscono agli standard dell’estetica classica: composizioni stilizzate di uomini e donne nudi, delicati fiori in still life e ritratti di artisti e nomi celebri, per citare solo alcuni dei suoi generi preferiti. 5. Ken Moody e Robert Sherman,1984Utilizza tecniche e formati differenti, incluse Polaroids a colori 20”x24”, fotoincisioni, stampe al platino su carta e lino, Cibachrome e stampe a colori dye transfer. Nel 1986, realizza una serie fotografica per lo spettacolo di danza di Lucinda Childs, Portraits in Reflection, creata a partire dalle fotoincisioni per Arthur Rimbaud’s A Season in Hell, a sua volta commissionata dal curatore Richard Marshall, per la serie e il libro 50 New York Artists. Lo stesso anno gli viene diagnosticato l’AIDS. Scoperta la sua malattia, accelera il suo processo creativo, ampliando l’ambito artistico, lo scopo della sua ricerca fotografica e accettando l’aumento impegnativo delle commissioni. Il Whitney Museum of American Art realizza la sua prima retrospettiva in America nel 1988, un anno prima della sua morte avvenuta nel 1989. La sua vasta, provocante e potente opera, lo ha reso uno dei più importanti artisti del XX secolo.

Oggi Mapplethorpe è rappresentato da numerose gallerie e il suo lavoro fa parte delle collezioni dei maggiori musei del mondo. La sua arte vive anche grazie al lavoro della Fondazione Robert Mapplethorpe, fondata nel 1988 dal fotografo per promuovere la fotografia, supportare i musei che espongono l’arte fotografica e per finanziare la ricerca scientifica nella lotta contro l’AIDS.

Varanasi, 2011

Varanasi, 2011

Martedì 18 ottobre alle 19.00 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra DIECI RUPIE di Andrea Micheli.

Per la mostra ospitata a Forma, Andrea Micheli è tornato per la quinta volta in India. DIECI RUPIE è un racconto dedicato all’uomo e alle sue piccole grandi storie quotidiane. La figura umana è sempre al centro del suo interesse visivo. A questo interesse aggiunge una sottile e intelligente ironia capace di strappare un sorriso senza mai allontanarsi dalla sostanza.

Nelle fotografie di Andrea Micheli accade sempre qualche cosa. Le inquadrature si riempiono con l’entusiasmo dinamico e spontaneo del genere umano. E’ un po’ come essere al cinema, con la differenza che qui è permesso il fermo immagine e dunque la possibilità di fare qualche riflessione in più.

Il suo è uno sguardo diretto e sincero, senza sconti, la sua è una produzione libera e svincolata da commesse. I suoi progetti e il suo obiettivo fotografico coincidono con una precisa presa di posizione, con la definizione chiara di un punto di vista.

La realtà, anche la più dura e la più disperata, deve essere raccontata e poi mostrata, per costruire consapevolezza e divenire occasione di cambiamento.

Andrea Micheli è anche il fondatore di Photo Aid (www.photoaid.eu), un’agenzia fotografica specializzata nella comunicazione delle tematiche del terzo settore, un’organizzazione indipendente, attiva già da cinque anni in Italia e all’estero,  diventata  punto di riferimento fondamentale per le tematiche del sociale.

Photo Aid aderisce con forza a un imperativo umanitario in difesa dei diritti civili: non smettere mai di testimoniare contro le ingiustizie e i soprusi. Fotografare è un dovere per offrire gli elementi necessari alla comprensione del dramma umano, causato dalla fame, dalla povertà, dalla violenza e dalle guerre.

Khajuraho, 2011

Khajuraho, 2011

La mostra è resa possibile grazie al prezioso contributo di JC Associati SIM.

La mostra sarà accompagnata da un portfolio fotografico in vendita il cui ricavato andrà a finanziare le attività dell’associazione Pyari Onlus.

Pyari Onlus opera in India in sostegno dei bambini di strada. Obiettivo del progetto è salvare e curare giovani vittime di abuso e schiavitù seguendo un programma sociale capace di prevenire l’azione dei trafficanti di minori e di riabilitare i bambini.

I programmi di aiuto comprendono protezione, nutrizione, salute, educazione sanitaria, istruzione e formazione e sono integrati localmente attraverso la partecipazione della comunità.

Le zone d’intervento di Pyari sono le aree urbane del Nord-Est Bengala e le piantagioni di té nel distretto di Darjeeling, punti nevralgici di transito e di traffico illegale, abuso e vendita di bambini per lo sfruttamento sessuale e la schiavitù. www.pyarionlus.org

JC & Associati SIM opera nel settore della consulenza agli investimenti da oltre 10 anni; offre a investitori privati e istituzionali la possibilità di avvalersi di professionalità normalmente non accessibili attraverso i canali tradizionali.

Il servizio è focalizzato sulla composizione e scelta degli investimenti; la banca di riferimento è liberamente decisa dal cliente.

I valori di correttezza, indipendenza ed eticità sono centrali nello sviluppo di JC & Associati SIM, per questo motivo l’attività di comunicazione societaria è promossa attraverso iniziative che contribuiscono al sostegno di organizzazioni ed enti no profit.

JC & Associati SIM collabora con Motus SICAV per i prodotti collettivi del risparmio e si avvale della competenza di  JW Partners per le tematiche relative ai mercati valutari. www.jcassociatisim.it

 

Renée, strada Parigi, Aix-les-Bains, luglio 1931

Renée, strada Parigi, Aix-les-Bains, luglio 1931

Giovedì 22 settembre alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione  Forma per la Fotografia, la mostra LA SCELTA DELLA FELICITA’, fotografie di Jacques Henri Lartigue in collaborazione con la Donation Lartigue, Parigi.

Un precoce prodigio della fotografia, un fotoamatore di genio, un professionista della felicità. Tutto questo è stato Jacques Henri Lartigue, diventato celebre negli anni Sessanta, alle soglie dei 70 anni, quando le sue fotografie entrano nelle sale del MoMA di New York.

Nato in una famiglia della ricca borghesia francese di inizio Novecento, fin da piccolo Lartigue comincia a fermare in immagini il romanzo della sua vita familiare vista con gli occhi di un bambino, pronto a meravigliarsi e a ridere. Da allora in poi, questo “ragazzo” che trascorrerà la sua lunga vita senza mai doversi preoccupare troppo di sbarcare il lunario, riuscirà a comporre immagini di una poesia infinita, di una grazia rara perché spontanea e privata, di una magia che ancora oggi incanta.

Renée, Biarritz, agosto 1930

Renée, Biarritz, agosto 1930

Insieme al suo diario, la fotografia diventa per Lartigue la registrazione di ciò che lui vive e di ciò che vorrebbe vivere, nello sforzo di scegliere per sé e per il suo piccolo mondo dorato una felicità che desidera possa diventare eterna. Così, ogni giorno lascia sulla pellicola una riserva di immagini folgoranti, di salti e giochi d’acqua, di amici felici, di donne belle e sorridenti, di abiti svolazzanti, di corse di automobili, di gite al mare, di frammenti di spensierata gioia desiderando, con struggente nostalgia, che quel giorno felice possa non finire mai.

La mostra, che presenta una scelta delle più importanti foto di Lartigue, verrà arricchita, dal 5 ottobre 2011, da una selezione delle pagine di diario e di album del grande fotografo: JH Lartigue. Diario per Immagini.

La mostra, a cura di Martine D’Astier e Alessandra Mauro, è resa possibile grazie al prezioso contributo della prestigiosa Maison de Champagne Krug.

Jacques Lartigue nasce a Courbevoie, in Francia, il 13 giugno 1894. Dall’età di 6 anni scatta le prime fotografie con l’apparecchio di suo padre e comincia a scrivere un diario che continuerà durante tutta la sua vita. A partire dal 1904 fotografa e disegna le sue esperienze d’infanzia, i giochi familiari o, ancora, gli inizi dell’aviazione, le prime automobili, le “belle donne del Bois de Bouologne”, le manifestazioni mondane e sportive. Sperimenta, Da amatore curioso, sperimenta tutte le tecniche fotografiche a disposizione. Collezionista infaticabile degli istanti della sua vita, realizza diverse migliaia di fotografia diligentemente impaginate in grandi album.

Charly, Rico e Sim, Rouzat, settembre 1913

Charly, Rico e Sim, Rouzat, settembre 1913

Ma, apparentemente, non sembra sia questa la sua vocazione e invece vuole che la pittura diventi la sua attività professionale. Incontra diversi artisti, come Sacha Guitry, Kees van Dongen, Pablo Picasso, Jean Cocteau. Appassionato di cinema, fotografa le scene di diversi film di Jacques Feyder, Abel Gance, Robert Bresson, François Truffaut, Federico Fellini… Sarà la grande mostra al Museum of Modern Art di New York, e la pubblicazione di un importante portfolio fotografico su Life, che consacreranno, all’età di 69 anni, Jacques Lartigue come grande fotografo. Aggiunge allora il nome di suo padre al suo, diventa quindi Jacques Henri Lartigue, e tre anni più tardi il suo primo libro Album de Famille, come sarà poi Instants de ma Vie (progettato da Richard Avedon) lo farà conoscere e apprezzare nel mondo intero. Lartigue muore a Nizza il 12 settembre 1986.

Untitled, (Olmo),2008

Untitled, (Olmo),2008

“Una fotografia mi tocca quando apre i miei occhi per permettere a un particolare di raggiungere l’armonia.”

Julian Schnabel

Untitled (Self Portrait with Big Girl, Montauk), 2004

Untitled (Self Portrait with Big Girl, Montauk), 2004

Giovedì 22 settembre, alle 18.30 si inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra POLAROIDS di Julian Schnabel.

Artista versatile e regista americano, Julian Schnabel ha realizzato per molti anni fotografie Polaroid in grande formato usando un vecchio apparecchio panoramico 20 x 24 pollici del 1970 delle dimensioni di un frigorifero.

Le sue immagini rivelano una poesia intima e profonda che rispecchia il ritmo e i momenti della vita quotidiana dell’artista.

Alcune foto infatti ritraggono la sua famiglia, gli amici, lo spazio di lavoro, le opere appena dipinte, le composizioni da lui stesso realizzate o gli oggetti osservati anche solo distrattamente.

Nella selezione di immagini a Forma, tra colori accesi e stampe in bianco e nero, non mancano ritratti di amici celebri (Lou Reed, Placido Domingo, Mickey Rourke) o di perfetti sconosciuti che però hanno catturato la sua attenzione.

Le 80 grandi fotografie in mostra (su alcune Schnabel è intervenuto dopo la stampa con campiture di colore) formano un unico e complesso affresco e ci permettono di entrare nella sua vita privata, di conoscere il suo ambiente di lavoro e posare lo sguardo sulla costellazione di oggetti, volti e luoghi che compongono il suo spazio dell’abitare.

Sono momenti rivelatori di una quotidianità particolare e vibrante, sincera e profonda, enigmatica e affascinante.

La mostra, a cura di Petra Giloy-Hirtz, è organizzata in collaborazione con diChroma photography.

La mostra è resa possibile grazie al prezioso contributo di BNL – Gruppo BNP PARIBAS.

Untitled (Lou Reed, Montauk Studio), 2002

Untitled (Lou Reed, Montauk Studio), 2002

Julian Schnabel è nato a New York City nel 1951. Diventato celebre con le sue Plate Paintings nei primi anni Ottanta, è riuscito a creare un importante corpus di opere negli anni seguenti realizzando dipinti, sculture, lavori su carta e fotografie. Ha diretto film fin alla metà degli anni novanta: Basquiat (1996), Before Night Falls (2000), The Diving Bell and the Butterfly (2007) e Miral (2010). Il suo lavoro artistico è stato esposto nei principali musei del mondo, come il Museum of Modern Art , il Withney Museum, il Metropolitan Museum di New York; il Museum of Contemporary Art di Los Angeles, i Guggenheim Museum  di New York e di Bilbao, il Centre Georges Pompidou di Parigi  e la Tate di Londra.

Alessandro Imbriaco, via Dante, n. 2

Alessandro Imbriaco, via Dante, n. 2

 

 

“Milano. Vivo in una città occupata da gente occupatissima.

Camminano tutti svelti, guardano le donne solo dopo le nove

di sera. Questa città si sveglia ogni giorno un minuto prima.”

Marcello Marchesi

 

Giovedì 23 giugno alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra MILANO, UN MINUTO PRIMA. NUOVE VISIONI DI UNA CITTA’.

La città di Milano è il denominatore comune degli scatti raccolti in occasione della mostra che Forma ospiterà durante l’estate 2011.

Un progetto espositivo nuovo non solo nel contenuto,ma anche nella sua struttura, sono quattro i curatori coinvolti, Matteo Balduzzi, Arianna Rinaldo, Giulia Tornari e Francesco Zanot e 12 i progetti fotografici selezionati.

Gli autori in mostra, non solo milanesi e non solo italiani, propongono sia lavori nati appositamente per questa esposizione, sia percorsi fotografici nati da riflessioni già in fieri sull’argomento.

Il progetto diventa una sorta di osservatorio temporaneo che restituisce nell’insieme una visione complessa, articolata e insolita di questa città.

Milano si trasforma in un territorio da esplorare, da comprendere nelle sue emergenze sociali, nella struttura urbanistica, nei cambiamenti economici e nel tessuto umano che la percorre e la trasforma.

 

I CURATORI:

Matteo Balduzzi, Arianna Rinaldo, Giulia Tornari, Francesco Zanot.

 

GLI AUTORI:

Fabrizio Bellomo, Maurizio Cogliandro, Nicolò Degiorgis, Edoardo Delille, Massimiliano Foscati – Bernd Kleinheisterkamp, Matteo Girola – Carlo Alberto Treccani, Giovanni Hänninen, Alessandro Imbriaco, NTSH, QD (Elena Givone, Marcello Mariana, Tommaso Perfetti, Anna Positano, Benedetta Alfieri, Alessandro Sambini, Filippo Brancoli Pantera, Claudia Ferri, Roberto Ape, Gabriele Rossi, Maurizio Esposito, Daniele Guadalupi, Giuseppe D’Alia, Maria Vittoria Trovato, Emanuela Ascari),  Mirko Smerdel, e Zoe Vincenti.

Matteo Balduzzi (curatore presso il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo), ha selezionato tre progetti che, anziché descrivere Milano, trovano nella città un punto di partenza per esplorare uno spazio non soltanto fisico ma fatto di relazioni: con il tempo, le persone, la memoria, la tecnologia.

I vostri grattacieli, Mirko Smerdel

I vostri grattacieli, Mirko Smerdel

I vostri grattacieli / 2010 di Mirko Smerdel (Prato, 1978). La scritta “I vostri grattacieli sono macerie prima ancora di essere costruiti”, trovata su una palizzata in legno durante la demolizione della Stecca degli Artigiani, è il punto di partenza della riflessione di Smerdel. A cavallo tra grafica e fotografia, l’autore la associa a una serie di immagini raccolte sui media che rappresentano il quartiere nel corso degli anni, rendering e plastici di nuovi edifici destinati a cambiare lo skyline di Milano, immagini di grattacieli del XIX e XX secolo nelle città del mondo. Al di là del messaggio politico antagonista che colpisce al primo istante, il lavoro ripercorre la modernità, le sue utopie urbane, la fine e il succedersi inevitabile di paradigmi e ideologie. Si crea così un archivio di idee, conflitti, speranze e progetti che segnano la storia della città, anche quando non costituiscono una presenza visibile.

QD / 2011. QD è un progetto collettivo in progress, realizzato da 15 fotografi distribuiti su tutto il territorio italiano. Gli autori intendono esplorare e raccontare in parallelo il proprio ambito urbano in una sorta di diario in cui le cifre stilistiche personali tendono a sfumare in uno sguardo comune e in cui le riflessioni sul fare fotografia si affiancano e si intrecciano alle immagini stesse. QD nasce a Milano per iniziativa di Tommaso Perfetti, ma, nei continui rimandi tra un progetto e l’altro, diventa un racconto dell’Italia intera e al contempo mostra come sia impossibile pensare alle città senza considerare le infinite relazioni che le compongono e come possa essere vitale per la fotografia d’autore riscoprire oggi una certa curiosità, libertà e semplicità di sguardo.

Web Camera di Carlo Alberto Treccani (Brescia, 1984) e Camere incustodite di Matteo Girola (Milano, 1983). I due autori, pur con una formazione comune, lavorano su tematiche e con tecniche molto diverse. Eppure, essi hanno realizzato, in contemporanea e senza essere a conoscenza l’uno dell’altro, due progetti molto simili che utilizzano le immagini della rete: le fotografie sono scattate, letteralmente, nelle loro stanze a Milano ma i soggetti, spesso impossibili da identificare, si trovano in tutto il mondo. I due lavori, esposti come fossero un unico progetto, testimoniano quanto queste immagini spesso di bassa qualità, banali, mute, siano presenti nella nostra vita, popolando i monitor dei computer, i social network e di conseguenza anche lo spazio abitato quotidiano.

Arianna Rinaldo (Photo Consultant per D-La Repubblica, direttrice del trimestrale OjodePez, photo editor e curatrice freelance) ha selezionato tre fotografi che già operano sul territorio milanese. Le loro visioni offrono uno sguardo a tre livelli: l’orizzonte della strada e degli abitanti, l’underground e la visione più nascosta e infine lo sguardo rialzato, quasi artificiale, che ci rivela ciò che a volte è invisibile al nostro sguardo.

Terreni di Edoardo Delille (Firenze, 1974). Delille ha una visione positiva del mondo, cerca sempre di raccontare piccole storie che rappresentano l’identità di un posto, colleziona così i ritratti di chi lo vive e lo anima cercando di ribaltare gli stereotipi comuni. Per Milano, Un minuto prima, in linea con il suo lavoro di documentazione, si trova a mappare gli spazi occupati nel tempo libero dagli abitanti di Milano nella loro sorprendente diversità.

Milano Up di Giovanni Hänninen (Helsinki, 1976). Il suo progetto prende le mosse dalle “grandi opere” del passato prossimo milanese che, con enormi volumetrie e grandi speranze, sono spesso rimaste  incompiute o abbandonate. L’autore realizza un ritratto degli spazi urbanistici sottoposti a cambiamenti, recenti o passati, dalle nuove imponenti  architetture in via di sviluppo ai quartieri dimenticati, con uno sguardo ai cantieri del prossimo Expo del 2015.

Limbo di Zoe Vincenti (Milano, 1975). Zoe Vincenti spesso si interessa di storie intime, nascoste, personali. L’autrice entra in contatto con le persone e ci presenta le loro vite e le loro passioni  senza invaderle. In occasione di Un minuto prima presenta un’esplorazione nella Milano underground, notturna, nascosta. È una finestra aperta su mondi e identità che spesso non vivono alla luce del sole, ma che convivono nella nostra città.

Giulia Tornari (Responsabile dei fotografi di Contrasto) ha selezionato tre fotografi che si cimenteranno in nuove produzioni pensate ad hoc per la mostra di Forma.

Via Dante n. 2 di Alessandro Imbriaco (Salerno, 1980). Per Milano, un minuto prima estenderà il lavoro che sta realizzando sulla città di Roma: una mappatura discontinua dei modelli abitativi alternativi presenti nel territorio. Un ripensamento del concetto di abusivismo inteso anche come trasformazione del luogo stesso, delle sue funzioni e del suo assetto estetico, come generatore di “detournement”, di “derive” non integrabili nell’illusione di un piano regolatore.

Islam nascosto di Nicolò Degiorgis (Bolzano, 1985). Di formazione documentaria, Degiorgis, osserva come le minoranze marginalizzate riescano a crearsi i propri spazi all’interno della società. Esiste una sola moschea ufficiale in Italia, nonostante una popolazione musulmana in continuo aumento. Si osserva però una proliferazione di luoghi di culto improvvisati (capannoni, seminterrati, garage e supermercati), Degiorgis ha catturato lo spirito delle comunità islamiche in molte città italiane e continuerà la sua indagine nel territorio milanese cercando di raccontare come vivono la fede i musulmani che vivono nel territorio del capoluogo lombardo.

Credimi di Maurizio Cogliandro (Roma, nel 1979). In occasione della mostra di Forma continuerà il suo viaggio ideale in un’Italia nascosta e personale, dove il vissuto è fatto di piccole vicende, di incontri inaspettati, paesaggi urbani e relazioni intime. La necessità che lo spinge è quella di interpretare Milano aldilà del nostro tempo, oltre la memoria e la tradizione.

Non vedo niente di diverso, Fabrizio Bellomo

Non vedo niente di diverso,
Fabrizio Bellomo

Francesco Zanot (Curatore e responsabile delle attività didattiche di Forma) ha selezionato tre progetti molto diversi per punto di vista ma anche per mezzo con il quale prendono vita.

Le più belle vedute di milano e non vedo niente di diverso di Fabrizio Bellomo (Bari, 1982). Il soggetto delle fotografie di Fabrizio Bellomo sono i chioschi del centro di Milano in cui le immagini più comuni della città vengono vendute sotto forma di cartoline. A partire da un processo di imitazione, contraffazione e riproposizione, le sue opere si presentano nello stesso modo di ciò che rappresentano: sono infatti anch’esse vere e proprie cartoline che saranno distribuite ai visitatori della mostra. Sul retro di ognuna ci sarà inoltre un codice che rimanderà ad un filmato in rete, facendo sì che il pubblico possa portare con sé un frammento dell’esposizione e proseguire la sua visita anche al di fuori delle sale di Forma.

Outside My Door di Massimiliano Foscati (Milano, 1970) e Bernd Kleinheisterkamp (Germania, 1973). E’ progetto iniziato nel 2010 che prevede riprese fotografiche realizzate da Kleinheisterkamp nel quartiere milanese di Precotto dove Foscati vive. Quello che viene presentato è un diario al contempo visivo e scritto, dove le parole di Foscati accompagnano gli scatti di Kleinheisterkamp, due voci che dialogano sullo stesso quartiere e di cui restituiscono un’immagine articolata e multiforme.

Nothing To See Here. E’ un magazine di cultura visuale a cura di Francesco Jodice nato e sviluppato all’interno del Master in Photography and Visual Design organizzato da Fondazione Forma per la Fotografia e NABA – Nuova Accademia di Belle Arti. Ogni numero è dedicato all’investigazione di uno specifico argomento legato al territorio, la sua realtà attuale, le sue aberrazioni, la sua inafferrabile complessità. A Milano, Un minuto prima viene presentata in anteprima una maquette del terzo numero, dedicato a “La fine del mondo“, mentre i numeri precedenti saranno messi a disposizione dei visitatori per la libera consultazione.

Marco Pesaresi, Torre Pedrera

Marco Pesaresi, Torre Pedrera

“Pensare a Rimini. Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila. Non riesco a oggettivare. Rimini è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare. Lì la nostalgia si fa più limpida, specie il mare d’inverno, le creste bianche, il gran vento, come l’ho visto la prima volta”.

Federico Fellini

Giovedì 23 giugno alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra RIMINI, fotografie di Marco Pesaresi.

L’omaggio a una città, l’offerta struggente e appassionata che un figlio tributa alla sua terra, amata e detestata come ogni terra madre. La Romagna di Rimini è un territorio particolare, patria dello svago a tutti i costi, delle vacanze spensierate ed eccessive ma anche culla di valori e tradizioni rurali forti, di emozioni schiette, di un’affettività diffusa che si percepisce in ognuna di queste immagini.

Marco Pesaresi era un attento osservatore di queste zone. Ci era nato, le aveva esplorate, le aveva ritratte facendo della sua macchina fotografica il pretesto e il motivo per un racconto poetico e intimo: l’atto di amore che ogni figlio vorrebbe tributare a chi lo ha generato. La terra di Romagna, appunto. Rimini.

Apparso dieci anni fa, il lavoro di Pesaresi, vero talento della fotografia italiana, è stato un folgorante esempio di come con la fotografia si riesca ancora a parlare di se stessi e di ciò che “ci riguarda” in modo intenso e vero, fino a scarnificare le proprie sensazioni. A dieci anni dalla scomparsa di Marco e dalla pubblicazione del libro, Rimini resta un esempio di come si possa ancora parlare di Italia e di come certi lavori, certe visioni e certi autori, non dovremo scordarli mai.

Il libro Rimini, pubblicato da Contrasto, è arricchito da un testo di Federico Fellini.

Marco Pesaresi, Rimini Piazza Cavour

Marco Pesaresi, Rimini Piazza Cavour

Marco Pesaresi nasce a Rimini nel 1964. Dopo gli studi superiori, segue i corsi dell’Istituto Europeo di Design a Milano dove comincia la sua carriera di fotografo professionista.  Nel 1990 entra a far parte di Contrasto e dopo aver trascorso molti anni tra Milano e Roma si stabilisce a Rimini. Viaggia molto tra Africa e Europa e il suo interesse come fotografo si concentra soprattutto sui più complessi e difficili problemi sociali del nostro paese e della nostra società: l’immigrazione, la droga, l’emarginazione e il fenomeno della prostituzione. Documenta lungamente la vita notturna in Italia e all’estero raccontando momenti intimi e situazioni estreme. L’impegno e l’approfondimento di tali tematiche portano Marco Pesaresi a lavorare su grandi reportage fotografici,che lo vedono impegnato per molti mesi di seguito. Così nasce Underground, una ricognizione, in dieci diverse città del mondo, sulla vita delle metropolitane. Così nasce anche il progetto sui Megastores, realizzato tra Giappone, Stati Uniti e Russia per documentare le nuove abitudini consumistiche di questi grandi paesi. L’ultimo lavoro di Pesaresi è un reportage in bianco e nero, su Rimini: uno struggente e malinconico ritratto della sua città natale, che diventerà un libro nel 2003 e presto, una mostra. Le sue foto sono pubblicate regolarmente sulle principali testate internazionali come Panorama, Espresso, Geo, El País, Sette, The Independent, The Observer ed altre ancora. Espone ad Arles, nell’ambito dei Rencontres Internationales de la Photo, e a Perpignan, nell’edizione 1996 del Festival Visa pour l’Image e la sua mostra Underground gira molte città europee. Nel 1994 vince il Premio Linea d’Ombra. Il 22 dicembre 2001, in circostanze tragiche, Marco Pesaresi muore improvvisamente nella sua Rimini, dove aveva a lungo lavorato.

La mostra è in collaborazione con “Il fanciullino” di Isa Perazzini e il Comune di Savignano sul Rubicone.

 

 

Katrina Kaif, attrice, sul set Malsej Ghat, Maharashtra

Katrina Kaif, attrice, sul set
Malsej Ghat, Maharashtra

Mercoledì 25 maggio alle 19.00  inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia la mostra WOMEN CHANGING INDIA fotografie di Olivia Arthur, Martine Franck, Raghu Rai, Alessandra Sanguinetti, Alex Webb e Patrick Zachmann promossa da BNP PARIBAS e in collaborazione con Magnum Photos.

Il progetto Women changing India è un’iniziativa del gruppo bancario BNP PARIBAS per celebrare il 150° anniversario di presenza nel paese. Nel corso del 2010 l’esposizione ha toccato cinque città indiane: Mumbai, Delhi, Kochi, Chennai e Calcutta. Nel 2011 BNP Paribas porterà la mostra in Europa e la prima tappa sarà Milano, poi Londra, Bruxelles e Parigi.

Questa mostra presenta oltre 130 immagini scattate da 6 fotografi dell’agenzia Magnum che hanno ricevuto il compito di fotografare, nelle sue diverse forme, la forza delle donne indiane capace di cambiare e rivoluzionare il paese.

Olivia Arthur, Martine Franck, Raghu Rai, Alessandra Sanguinetti, Alex Webb e Patrick Zachmann hanno fotografato donne impegnate e determinate a realizzarsi offrendoci così un’immagine ancora inedita della società indiana. Sono ritratti di donne consapevoli, orgogliose e non rassegnate davanti alle difficoltà evidenti del percorso intrapreso.

Il circolo vizioso, fatto di impedimenti culturali, religiosi ed economici, entro il quale la donna era da troppi anni intrappolata, comincia a interrompesi in un processo lento ma dirompente così come le fotografie in mostra testimoniano. Un processo, è bene ricordarlo, non limitato alle fasce più ricche ed occidentalizzate ma che coinvolge tutte le donne del continente indiano.

Chennai, Tamilnadu, India, 2010. Patrick Zachmann

Chennai, Tamilnadu, India, 2010. Patrick Zachmann

Un punto di partenza può essere individuato nell’educazione. Nelle fotografie delle nuove generazioni scattate da Olivia Arthur (Imaging a different future) nei centri di Bangalore e Misore, si dimostra come ora le donne possano accedere a strutture di eccellenza per la ricerca un tempo riservate solo agli uomini e che, d’altro canto, possano realizzarsi diventando artiste, dj o musiciste. E’ stata sicuramente la possibilità di studiare che ha permesso ad alcune donne di raggiungere posizioni importanti e di prestigio: imprenditrici, direttrici d’azienda, scrittrici e attiviste diventate per la società indiana delle vere e proprie icone. Raghu Rai (The heart of India) le ha incontrate, riuscendo a superare le difficoltà iniziali di chi, abituato alla street photography, si è dovuto adattare alle esigenze dei soggetti fotografati, e lo ha fatto restituendo scatti pieni di ammirazione per queste donne dallo sguardo fiero e carico di energia.

Patrick Zachmann (Empowerment at the grassroots) ha invece incontrato un altro tipo di donne al potere. Dal 1992, grazie ad una modifica della costituzione, il 33% delle panchayats, le assemblee locali che amministrano i villaggi, deve essere formato da donne e le immagini di Zachmann ce le mostrano impegnate nell’amministrazione della propria comunità e al contempo, dedite a seguire la famiglia e il proprio lavoro.

Il cambiamento della donna e della sua posizione sociale è un processo che comporta grandi trasformazioni ma, per questo, anche difficoltà e ostacoli soprattutto nelle zone più povere del paese. Le donne devono essere consapevoli dei propri diritti per salvaguardare la propria indipendenza di individuo, privato e sociale. Martine Franck (Banking on ourselves) ha documentato l’enorme lavoro fatto da alcune associazioni, come KMVS e SEWA, che sono state in grado di formare una rete di informazioni e di sostegno per le lavoratrici. Grazie a progetti di microcredito, hanno permesso la creazione di nuove opportunità lavorative, offrendo alle donne la possibilità di gestire direttamente i bilanci famigliari.

Kutch, State of Gujarat, India. April 2010. Martine Franck

Kutch, State of Gujarat, India. April 2010. Martine Franck

Oltre al diritto allo studio, anche il diritto al lavoro gioca un ruolo fondamentale in questa metamorfosi.

Nel mondo occidentale una donna autista ormai non stupisce più, ma per lungo tempo vedere le donne occupare posizioni per tradizione riservate agli uomini, significava una rottura. Alex Webb (Women driving change) ha conosciuto donne di Mumbai e Delhi che sono riuscite a riscattarsi grazie al lavoro di tassiste, di agenti di sicurezza: mansioni riservate alle donne ma anche rivolte esclusivamente ad altre donne che possono così usufruire di questi servizi.

Il cinema di Bollywood è conosciuto in tutto il mondo, ma la chiave di lettura che ci offre Alessandra Sanguinetti (Behind the scene) è diversa: le donne non sono più solo le protagoniste dei lungometraggi ma ormai sono anche parte fondamentale dell’industria cinematografica. È una donna uno dei registi più apprezzati, sono donne i tecnici del suono, responsabili di casting, cameramen. Le fotografie del reportage lasciano trapelare il rispetto per queste figure e la professionalità con la quale le donne affrontano il loro lavoro.

La mostra è accompagnata da alcuni video che, grazie alle voci delle protagoniste e dei fotografi, arricchiscono i diversi lavori.

A questo progetto e a questa mostra spetta quindi il compito di sfatare tanti luoghi comuni e di far conoscere la faccia di nuova India in continua evoluzione.

Le donne indiane hanno il potere di cambiare il loro paese e lo stanno facendo.

“Il futuro dell’India sta crescendo nelle mani delle donne”.

Martine Franck

Tilda Swinton, Londra, 1999

Tilda Swinton, Londra, 1999

Giovedì 5 maggio alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia la mostra di Fabio Lovino, UNA FESTA MOBILE: RITRATTI DI CINEMA, ATTORI, AMICI.

Fabio Lovino inizia a fotografare per il mondo dello spettacolo fin dagli anni dell’Università, impegnandosi prima nel campo della pubblicità, poi dei ritratti di rockstar e musicisti jazz. Da allora (siamo negli anni ’80) non si è fermato, realizzando i ritratti dei più importanti e rappresentativi interpreti del mondo del cinema, della cultura e della musica.

Lovino è da sempre in contatto con chi è abituato per mestiere a fingere, a impersonare le “vite degli altri” sulle tavole di un teatro o al cinema, a essere davanti a un obiettivo e a giocare con la sua immagine.David lynch, Venezia, 2006 Così, il lavoro quotidiano di Fabio Lovino diventa una sfida per riuscire a cogliere un’immagine più vera, un gioco più profondo, una intimità di sguardo più penetrante da chi per mestiere si trasforma in un altro essere umano.

Si tratta di un lavoro complesso, fatto di intuizione e rapidità, di amicizia vera (spesso sono veri amici, gli amici di una vita, i soggetti ritratti nelle foto di Lovino) e grande complicità. Fatto, soprattutto, della consapevolezza che un buon ritratto nasca dal gioco tra due contendenti davanti e dietro la macchina fotografica. Solo quando i due giocano ad armi pari il risultato può essere ad alto livello ed è nelle fasi di questo gioco a due, nell’intimità di un rapporto intenso di rispetto e sintonia, che si costruiscono personaggi e si rivelano persone.

In mostra a Forma gli scatti dei protagonisti cinema italiano, i nuovi volti come Carolina Crescentini, Riccardo Scamarcio, Ambra Angiolini, Valeria Solarino e Claudio Santamaria e i talenti affermati come Nanni Moretti, Toni Servillo, Fillipo Timi e Valeria Golino.

Il suo sguardo però è conosciuto non solo in Italia: Tilda Swinton, Daniel Auteuil, David Lynch e Benicio Del Toro sono solo alcuni dei nomi del panorama internazionale ad essere stati ritratti da Fabio Lovino.

Questa mostra anticipa “Cinema e fotografia: due linguaggi a confronto” che si terrà a Forma il 6 e il 7 maggio, il convegno si articolerà tra “lezioni-interviste” con tre grandi protagonisti del cinema italiano, tre interventi mirati con protagonisti della fotografia e del cinema sperimentale e 4 proiezioni speciali o in anteprima.

 

The Greenhouse, 2007

The Greenhouse, 2007

Giovedi 24 marzo alle 18.30 inaugura, presso la Fondazione  Forma per la Fotografia, la mostra IN THE SHADOW OF THINGS – Nell’ombra delle cose, fotografie di Leonie Hampton.

Leonie ha sempre lavorato sul concetto di famiglia, realizzando reportage e lavori fotografici all’interno dei più diversi nuclei famigliari: a Cuba, nelle banlieue parigine, a Londra, Roma…

Anche IN THE SHADOWS OF THINGS – Nell’ombra delle cose, la mostra presentata a Forma, raccoglie scatti intimi realizzati all’interno di quattro mura. Questa volta però, il nucleo famigliare è quello della stessa autrice.

La tradizione vuole che sia la figura materna a rappresentare il cuore attorno al quale i componenti di una famiglia ruotano; accade anche in questo caso, pure se in un modo diverso.

Le cose, gli oggetti ammassati e quasi stratificati, sono la manifesta e ingombrante traccia della presenza della sindrome ossessivo-compulsiva della mamma che la spinge ad accumulare, riordinare e distruggere ciò che aveva appena sistemato. Un tacito accordo lega tutta la famiglia – Leonie, i suoi fratelli, il compagno e il marito della madre – nello sforzo sincero e amorevole di favorire la guarigione dalla malattia con la consapevolezza che il rapporto eccentrico che la mamma instaura con la famiglia, e poi con il resto del mondo, è pieno di aspetti strani se non patologici ma anche teneri, divertenti, a volte buffi e di fondo, pieni d’amore.

Da qualche anno Leonie, affermata fotografa, ha pensato di documentare i diversi momenti di questo delicato rapporto famigliare. Una casa fatta di stanze rese inaccessibili, esistenze scandite da incomprensibili rituali e costellate da risate fragorose come da  pianti inconsolabili. Leonie non vuole e non può essere testimone invisibile; lei stessa è parte di queste immagini che ritraggono l’affetto, il calore, le atmosfere a volte surreali in bilico tra fiaba e incubo.

Il racconto fotografico si snoda in una serie di immagini calde, a volte liriche, bagnate da una luce soffusa e da colori spesso tenui come se fossero sul punto di sbiadire e cancellarsi. Ma una grande energia tiene unito questo formidabile album di ricordi famigliari: la consapevolezza che se la forza dei legami interpersonali è ragione per cui una famiglia può dirsi tale, quella di Leonie non è certo meno famiglia di tante altre e l’affetto sincero che lega tra loro gli attori di questa “recita a soggetto” è scritta con un sincero, malinconico e indissolubile  amore.

Jake #8, 2007

Jake #8, 2007

“When I was photographing other people’s families I felt like I was trying to chisel something away. Or trying to crack an egg, to get inside, while the process of photographing my own family feels quite the opposite: I’m trying to get out of the egg”.

Leonie Hampton.

 

La mostra è accompagnata da un libro edito da Contrasto.

Leonie Hampton Purchas è nata in Gran Bretagna nel 1978. Dopo gli studi in Storia dell’Arte, ha lavorato come assistente del fotogiornalista Tom Stoddart. Ha vinto diversi premi, tra cui lo Ian Parry Sunday Times Young Photographer, lo Jerwood Photography Prize, la borsa di studio dell’Arts Foundation inglese, il Paul Huf Award dei Paesi Bassi e il premio F per la fotografia impegnata. Il suo lavoro è stato organizzato in diverse mostre. Hampton tiene regolarmente workshop fotografici nel suo studio di Londra e altrove.

IN THE SHADOW OF THINGS ha ottenuto, nella sua seconda edizione, il Premio F per la fotografia di documentazione sociale, organizzato da Fondazione Forma per la fotografia e Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del Gruppo Benetton. www.fff.ph

Un palestinese viene arrestato e bendato durante un’operazione militare israeliana vicino a Jenin. Palestina, 2002

Un palestinese viene arrestato e bendato durante un’operazione
militare israeliana vicino a Jenin. Palestina, 2002

Giovedì 17 febbraio 2011 alle ore 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra DIES IRAE, fotografie di Paolo Pellegrin.

La carriera di Paolo Pellegrin è costellata da innumerevoli premi e riconoscimenti internazionali, segno di quanto la forza e l’intelligenza dei suoi lavori si impongano, nel corso del tempo, come parti di un’opera universale e coerente. Pellegrin incarna una nuova generazione di fotogiornalisti: cosciente dei nuovi mezzi di produzione e di diffusione delle immagini di attualità, impegnato a rinnovare la visione degli avvenimenti che documenta, attento sempre a mantenere un atteggiamento etico, nella forma e nei modi del proprio lavoro.

Paolo Pellegrin usa spesso una metafora: la fotografia per lui è come una lingua da imparare. Una lingua lontana, magari di un ceppo sconosciuto, a cui ci si avvicina, affascinati dal suo mistero. Poco a poco, il mistero svela i contorni e si lascia cogliere e permette a chi l’adopera, al fotografo, di usarla per raccontare storie.

E di storie Paolo Pellegrin ne ha narrate parecchie. Di quelle a volte dure, tragiche perfino, come la guerra, la prigionia, il dolore, i disastri ambientali. Ogni volta, per ogni storia, Pellegrin ha cercato di comprendere, di non giudicare ma di seguire con lo sguardo quel che accadeva e di interpretarlo con tutta la sua esperienza di giornalista e la sua sensibilità di essere umano.

Questa mostra, la prima grande retrospettiva dedicata al suo lavoro, raccoglie in oltre 200 immagini molte di queste storie e di questi reportage realizzati seguendo la strada quella del fotogiornalismo puro, che non ha paura di guardare negli occhi il mondo e, soprattutto, di raccontarlo.

“Il mio ruolo – la mia responsabilità – è di creare un archivio della nostra memoria collettiva”, dichiara Pellegrin. Nessuno come lui ha saputo rinnovare gli insegnamenti e i principi della tradizione del fotogiornalismo in una nuova chiave, con un linguaggio nuovo; quello del ventunesimo secolo.

The mourning mother of a child killed during an IDF's incursion into Jenin. Palestine. 2002

The mourning mother of a child killed during an IDF’s incursion into Jenin. Palestine. 2002

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Contrasto.

Paolo Pellegrin nasce a Roma nel 1964. Comincia a fotografare negli anni ‘80. Nel 1999 entra a Magnum Photos (membro nel 2005). Segue l’attualità internazionale e pubblica sulle principali testate del mondo. Nel 1995 il suo reportage sull’AIDS in Uganda vince il primo premio al World Press Photo (categoria “Daily Life”): primo di una serie di riconoscimenti fra cui Kodak Young Photographer Award, Visa D’Or di Perpignan, il WPP 2000, categoria “People in the News” per il lavoro sul Kosovo  e il prestigioso Hasselblad Grant. Nel 2002 ottiene l’Hansel-Meith Award e il primo premio al WPP, categoria “People in the News”. Nel 2005 vince il primo premio del WPP, categoria “Ritratti-Stories”. Recentemente ha realizzato il libro As I was dying e ha partecipato alla collettiva di Magnum Ricominciare a vivere. Ha pubblicato: Cambogia con MSF e Kosovo: The Flight of Reason.

Hydromania, Roma

Hydromania, Roma

Giovedì 17 febbraio 2011 alle ore 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra AQUAPARK fotografie di Stefano Cerio.

Strane e sinuose costruzioni colorate, i parchi acquatici – per tutti, Aquapark – in estate promettono frescura, divertimento, onde addomesticate, piccoli e innocui brividi, tinte sgargianti e divertimento di massa. Ma è soprattutto d’inverno che le loro bizzarre architetture rivelano la loro assurda realizzazione, il paradosso con cui sono costruite: assicurare svago per tutti, rapido, vicino casa e a buon mercato. Stefano Cerio ha percorso il nostro paese cercando di cogliere, nella loro veste invernale e quasi obsoleta, il senso, o meglio il non senso, dei parchi acquatici. Quando cala il sipario e lo spettacolo finisce, queste recenti acquisizioni dei nostri litorali vacanzieri non sono che scheletri silenziosi, lasciati a rivelare il vuoto e il non senso del divertimento forzato.

AcquaJoss, Conselice, Ravenna

AcquaJoss, Conselice, Ravenna

Le splendide immagini a colori, in grande formato, di Stefano Cerio diventano una interpretazione artistica dei silenzi di questi spazi rimasti vuoti, del loro surreale rapporto con il paesaggio e dell’anacronistica ricerca di una felicità effimera da cogliere a tutti i costi.

La mostra è accompagnata dal volume omonimo  con testi di Gabriel Bauret e Cristiana Perrella edito da Contrasto.

Stefano Cerio vive e lavora tra Roma e Parigi. Inizia la carriera di fotografo a 18 anni collaborando con L’Espresso. Dal 2001 si interessa di fotografia di ricerca e video. Espone al Diaframma di Milano, alla galleria Recalcati di Torino, mentre del 2004 è il progetto “Machine Man” al Lattuada Studio di Milano. Nel 2005 la Città della Scienza di Napoli gli dedica una personale: “Codice Multiplo”. Nel 2008 realizza per la regione Piemonte una installazione per la mostra “Le Porte del Mediterraneo” a Rivoli e espone alla Changing Role di Roma con “Souvenirs”. Nel 2009 la sovraintendenza di Napoli organizza una personale nella Certosa di Capri dal titolo “Sintetico Italiano”. Nel 2010 realizza due mostre alla Galerie Italienne di Parigi ed espone al museo Madre di Napoli nella collettiva “O’Vero”.

 

Jean-Marie Pèrier, 1973

Jean-Marie Pèrier, 1973

Giovedì 2 dicembre alle ore 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, MICK JAGGER. THE PHOTOBOOK.

Dopo i Rencontres d’Arles, per la prima volta in Italia la retrospettiva dedicata all’immagine dell’uomo che non solo ha fatto la storia del rock, ma che è diventato icona di stile e di costume. Un viso che cambia, una personalità da camaleonte, lo sguardo sfrontato, il corpo scattante, le labbra sensuali: ecco l’icona del rock che più di tutte ha attraversato la storia della musica degli ultimi quarant’anni popolando l’immaginario di generazioni di giovani e fan. Mick Jagger – The Photobook presenta una serie di 70 ritratti realizzati dai grandi fotografi che dall’inizio della sua carriera ad oggi lo hanno incontrato, fotografato, documentando il suo viso particolare e la sua capacità di essere un personaggio sempre nuovo, sempre diverso, sempre controcorrente.

“Mick Jagger è universale. Il suo viso così particolare ha fatto di lui l’archetipo della rock star”.

Così François Hébel, direttore del festival Rencontres d’Arles, racconta l’essenza di questa mostra. “La raccolta di queste immagini è prima di tutto un progetto fotografico”. Non è solo la carriera di Mick Jagger ad essere raccontata ma la storia di 50 anni di ritratto fotografico; dove la fisicità e la notorietà di un volto sono una sfida che spinge gli autori a rappresentarlo andando oltre la semplice documentazione. Attraverso gli scatti dei più importanti fotografi si può assistere alla nascita di quel legame, ormai indissolubile, che unisce personaggio e immagine.

Herb Ritts, London, 1987

Herb Ritts, London, 1987

Dai primi scatti degli anni 60 di Goodwin, Mankowitz e Périer e attraverso le sperimentazioni di Cecil Beaton, fino ai recentissimi ritratti di Annie Leibovitz, Karl Lagerfeld, Anton Corbijn, Mark Seliger e Bryan Adams si ripercorre le metamorfosi di chi ha contribuito a creare l’estetica del rock e non solo.

La mostra, una co-produzione di Forma e Rencontres d’Arles, è un progetto di François Hébel ed è accompagnata da un catalogo edito da Contrasto.

Fotografie di: Bryan Adams, Brian Aris, Enrique Badulescu, Cecil Beaton, Simone Cecchetti, William Christie, Anton Corbijn, K. Cummins, Sante D’Orazio, Deborah Feingold, Tony Frank, Claude Gassian, Harry Goodwin, Anwar Hussein, Annie Leibovitz, Peter Lindbergh, Gered Mankovitz, Jim Marshall, David Montgomery, Terry O’Neill, Guy Peellaert, Jean-Marie Périer, Michael Putland, K. Regan, Herb Ritts, Ethan Russell, Francesco Scavullo, Norman Seeff, Mark Seliger, Dominique Tarlé, Pierre Terrasson, Albert Watson, Robert Whitaker, Baron Wolman.

 

Giorno 74, visitatore n. 1484, 4 minuti

Giorno 74, visitatore n. 1484, 4 minuti

Giovedì 2 dicembre alle ore 18.30 inaugura, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra NEL TUO SGUARDIO – 716 ore, 3.090 occhi, ritratti alla presenza di Marina Abramovic, fotografie di Marco Anelli.

Dal 6 marzo al 31 maggio 2010, Marco Anelli ha seguito Marina Abramovic durante la sua performance The Artist is Present, realizzata in occasione della retrospettiva a lei dedicata al MoMA di New York.

Per 75 giorni, sei giorni la settimana, Marina Abramovic sedeva nel centro dell’atrio del museo mentre di fronte a lei, su una sedia vuota, si alternavano i visitatori che, per un tempo variabile, sedevano di fronte all’artista guardandola negli occhi.

Marco Anelli

Giorno 41, visitatore n. 775, 25 minuti

Illuminati da forti luci bianche, artista e visitatore avevano il divieto assoluto di parlare o toccare: lo sguardo come unica possibilità di interazione. Al visitatore, però, il potere di decidere quanto fermarsi. Alcuni per pochi secondi; altri anche sette ore.

Così, 3.090 occhi si sono incontrati intorno a un tavolo, creando un rapporto intenso e improvviso, inaspettato e profondo. Proprio questa intensità di rapporto tra artista e visitatore ha interessato Marco Anelli che ha immortalato ogni partecipante delle 716 ore di durata della performance. Non si tratta di fredda documentazione ma di un lavoro di sottile ricerca per cogliere di ognuno l’espressione più forte, l’emozione più significativa, rivelatrice dello stato d’animo vissuto durante il tempo trascorso, occhi negli occhi, con Marina Abramovic. Visitatori occasionali come personaggi famosi (tra questi Lou Reed, Sharon Stone, Bjork, Patti Smith, Isabella Rossellini e altri) si alternano così nelle toccanti immagini di Anelli.

3

Giorno 6, visitatore n. 103, 16 minuti

Alla sera, dopo la chiusura dello spazio espositivo, Anelli editava gli scatti realizzati durante la giornata, che venivano poi postati sulla pagina Flickr del sito del MoMA. In questo modo, si creava una community parallela che seguiva il progetto fotografico quotidianamente tramite la rete. Il New York Times ha indicato come al termine del progetto la pagina abbia avuto oltre 600.000 visitatori.

La mostra di Forma presenta in prima mondiale un’ampia selezione dei 1545 volti che hanno incrociato lo sguardo con l’artista. Osservando l’enorme scacchiera creata dai ritratti ci si trova davanti a una vera e propria enciclopedia delle emozioni dove Marina Abramovic, il vero collante di ogni scatto, è presente senza essere mai visibile.

La mostra anticipa il volume 716 hours, 3.090 eyes. Portraits in the presence of Marina Abramovic in uscita da Aperture per la primavera 2011.

 

 

Con il patrocinio di Regione LombardiaProvincia e Comune di MilanoFondazione Forma per la Fotografia ospita  dal 21 ottobre al 14 novembre 2010, il nuovo progetto al pubblico italiano e straniero HIDING IN  ITALY, personale dell’artista cinese Liu Bolin (1973), frutto della sua seconda produzione in Italia supportata da Fondazione Italia CinaBoxart Galleria d’ArteAsian Studies Group,Veneranda Fabbrica del Duomo e Mazen.

PONTE DEI CONZAFELZI. Stampa lambda su carta fotografica, 2010.

PONTE DEI CONZAFELZI. Stampa lambda su carta fotografica, 2010.

Conclusasi l’apertura milanese, il lavoro di Liu Bolin farà nuovamente tappa a Verona,presso la galleria Boxart, dove per altre tre settimane sarà possibile assistere dal 16 novembre al 4 dicembre 2010 alla degna conclusione di un lavoro pluriennale.

Già noto e apprezzato in tutto il mondo, dall’Asia all’America, all’Europa, Liu Bolin ha debuttato nello stivale nel 2008, con la mostra Hide and Seek curata da Francesca Tarocco alla galleria Boxart di Verona.
Il suo ritorno in Italia ha coinciso con una nuova produzione di 7 scatti, mai esposti al pubblico, aggiuntisi ai 6 precedenti realizzati nel nostro paese.
Questo dunque il nucleo centrale della rassegna, suggerito dal titolo HIDING IN ITALY,che riprende quello dell’intero work in progress fotografico Hiding in the city, cui è maggiormente legata la fama dell’artista.
Innegabile infatti l’intensità delle performance mimetiche della durata di svariate ore perpetrate da Liu Bolin a partire dal 2006, quando scaturì il desiderio di testimoniare lo smantellamento del Suojia Village da parte delle autorità di Pechino finalizzato a disperdere la colonia di artisti che lo abitava.
Da allora le performance di Liu Bolin mescolano fotografia, pittura, happening e body art permettendo all’artista-camaleonte di fondersi coi mattoni di muri semi demoliti, slogan olimpici o ideogrammi di propaganda politica, fino ad identificarsi con l’emanazione vivente dell’ex Timoniere Mao Tse Tung, la cui gigantografia campeggia ancora in piazza Tien An Men.
Dal 2006 l’indagine di Liu Bolin non si è mai arrestata, toccando vari temi universali, quali il rapporto tra uomo-natura, tra pensiero e potere, fino all’antinomia tra conservazione e distruzione del passato che contrappone Italia e Cina.

DUOMO DI MILANO, Stampa lambda su carta fotografica, 2010.

DUOMO DI MILANO, Stampa lambda su carta fotografica, 2010.

Per questo i luoghi simbolo della cultura italica, il Teatro Alla Scala o il Duomo di Milano, così come L’Arena di Verona, Palazzo Ducale, Piazza San Marco a Venezia sono stati scelti per far da quinta teatrale all’artista in divisa maoista. Un’identità negata, ambigua, ma anche fortemente affermata si cela dietro ogni autoritratto, evanescente e impossibile da ignorare nel contempo.
Ad accomunare le immagini concepite nella Repubblica Popolare a quelle italiane, la tecnica esecutiva: Liu Bolin ha girato per i due capoluoghi del nord-Italia con una troupe composta da un’interprete, un fotografo, un artista suo coetaneo, Andrea Facco, e una restauratrice esperta in trompe l’oeil, esecutori materiali del body painting sul suo corpo.
La società di produzione indipendente Mazen ha seguito Liu Bolin negli istanti cruciali del lavoro, realizzando un video-documentario commentato dalla voce stessa dell’artista.
La rassegna offre la possibilità di ricostruire il percorso finora svolto da Liu Bolin, mostrando in tutto una ventina tra le opere più significative della serie Hiding in the city, realizzate nel suo paese natale e nel resto del mondo tra il 2006 e il 2010, oltre agli inediti che hanno come soggetto l’Italia, e in particolare Verona, Milano e Venezia.
Mentre la minaccia dello sprofondamento di quest’ultima assurge a simbolo del surriscaldamento globale, la città di Milano è per l’artista la capitale del made in Italy, sia culturale che produttivo, gemellata idealmente con il polo commerciale di Shanghai, grazie all’appuntamento dell’Expo che nel 2015 passerà dalla Cina al capoluogo ambrosiano.

La voiture fondue 1944

La voiture fondue 1944

“Per tutta la vita mi sono divertito. Sono riuscito a costruirmi il mio piccolo teatro personale.”

Robert Doisneau

Martedì 21 settembre, alle 19.00 apre, presso la Fondazione FORMA per la Fotografia ROBERT DOISNEAU, DAL MESTIERE ALL’OPERA E PALM SPRINGS 1960, in collaborazione con la Fondation Cartier-Bresson e l’Atelier Doisneau di Parigi.

Un cantore della vita di tutti i giorni, che alla forza del verso epico preferiva quella sommessa della strofa rozza ma arguta, dello stornello. Questo era Robert Doisneau.

Dal 21 settembre al 17 novembre, la Fondazione Forma rende omaggio al suo genio garbato e lucido, alla sua fotografia tenera e divertente, con due mostre nate dalla collaborazione con la famiglia Doisneau e la Fondation Cartier-Bresson di Parigi: DAL MESTIERE ALL’OPERA e PALM SPRINGS 1960.

Nato nel 1912 a Parigi, da questa città Doisneau non si staccò mai del tutto. Il suo territorio di caccia, la sua riserva preferita d’immagini ed emozioni era lì, a portata di mano. Parigi come mondo, la fotografia come pretesto, la curiosità come spinta e la leggerezza come stile: nessuno come lui ha realizzato foto indimenticabili cogliendo sempre un punto di impalpabile equilibrio, frutto di una sapienza rara, meticolosamente perseguita.

Fourrures party, 1960

Fourrures party, 1960

DAL MESTIERE ALL’OPERA presenta una selezione di circa cento stampe originali, le più celebri accanto ad altre praticamente inedite, scelte in gran parte nel suo atelier e in importanti collezioni pubbliche e private francesi. L’ampia selezione, arricchita da documenti privati e testimonianze raccolte con l’aiuto amorevole delle figlie del fotografo, propone una rilettura critica e aggiornata per mostrare come la bellezza apparentemente spontanea delle sue immagini fosse frutto di grande lavoro, e come, in pratica, Doisneau sia riuscito nella sua vita a passare dal mestiere all’opera con una  gravità insospettabile, fermando sulla pellicola frammenti di un mondo di cui voleva provare l’esistenza. Ma oltre le strade di Parigi, dove incontrava e ritraeva amanti e bambini, Doisneau ha realizzato anche sorprendenti e inaspettate fotografie a colori.

Era il 1960 quando la rivista Fortune incaricò il fotografo francese di raccontare la vita di una città particolare, nata come un fiore sgargiante nel deserto della California: Palm Springs. Doisneau accettò la sfida e tra la sabbia del deserto, le palme, il cielo blu cobalto, gli abiti chiassosi dei suoi abitanti, i cocktail e i campi da golf, compose il suo personale sogno americano, non in bianco e nero ma raccontato con un’esplosione di colori. Le immagini dell’album Palm Springs 1960, presentate ora per la prima volta in Italia, mostrano un aspetto poco conosciuto del grande fotografo e sorprenderanno anche il visitatore più esperto trasportandolo in un universo festoso e ironico.

Giocoliere, funambolo, illusionista forse per troppo realismo: ironizzando su di sé, Doisneau affermava di affrontare il lavoro come fosse l’unico antidoto all’angoscia di non essere. Questo è il paradosso del grande fotografo che voleva realizzare il suo lavoro come fanno gli artisti di strada, con la lucidità pudica di un artista malgrado lui.

 Le disert du Colorado, 1960

Le disert du Colorado, 1960

Nato nel 1912 nella banlieu nord di Parigi, Robert Doisneau cresce in un universo piccolo borghese che non ama particolarmente ma da cui non si staccherà mai del tutto. Terminati gli studi, diventa disegnatore e grafico all’Atelier Ullman. Nel 1931 viene assunto a André Vigneau come operatore. Nel 1934 diventa impiegato presso le officine Renault: si licenzierà nel 1939 per entrare a far parte della celebre agenzia fotografica Rapho. Tra un incarico e l’altro, percorre le stradi di Parigi e della banlieu dove è nato. Con l’intellettuale Robert Giraud, incontrato nel 1947, penetra nel mondo notturno, molto lontano da suo ma che forse proprio per questo lo affascina. Il suo primo libro, realizzato a quattro mani con Blaise Cendrars, La Banlieu de Paris, esce nel 1949. Il successo non tarderà ad arrivare, le sue foto faranno il giro del mondo e lui diventerà, forse anche senza volerlo, il “ritrattista” di una città, Parigi, e di un mondo un po’ inventato, un po’ reale dove, comunque, sarebbe bello vivere. Fino al 1994, data della sua morte, vivrà per tutta la vita con la macchina fotografica come compagna, curioso di questo piccolo teatro di cui si sentiva attore.

Irene Kung, Ulivo pugliese

Irene Kung, Ulivo pugliese

 

“La Natura è un tempio dove incerte parole/mormorano pilastri che sono vivi,/

una foresta di simboli che l’uomo/attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.”

Charles Baudelaire

 

Martedì 21 settembre, alle 19.00 apre, presso la Fondazione FORMA per la FotografiaNATURE SENSIBILI, fotografie di Lorenzo Cicconi Massi, Maurizio Galimberti e Irene Kung.

Tre autori diversi si addentrano nella “foresta di simboli” cercando ognuno un proprio personale modo di contemplare e perdersi nel labirinto personale di immagini e di ricordi che la natura evoca.

Lorenzo Cicconi Massi, con i suoi alberini, lavora su un’immagine prosciugata dell’elemento naturale. Un insieme di segni che come ideogrammi di un alfabeto silenzioso, compongono piccoli, folgoranti haiku poetici.

Maurizio Galimberti

Maurizio Galimberti

Maurizio Galimberti segue il percorso cronologico dei fiori, dal rigoglio primaverile fino al disfarsi dei petali e morire. L’uso della polaroid accentua lo splendore e il fascino dell’intrinseca fragilità del processo vitale.

Gli alberi di Irene Kung sono luminose essenze che si stagliano con ieratica imponenza nella notte del mondo. Se la loro forza ci rassicura, la loro mole ci incute un diffidente rispetto come se li vedessimo per la prima volta e, per la prima volta, comprendessimo finalmente tutta la loro malinconica grandezza.

Suus, 2008

Suus, 2008

Mercoledì 16 giugno, alle 19.00 apre, presso la Fondazione FORMA per la Fotografia, VITE PRIVATE di Erwin Olaf in collaborazione con la Mondrian Foundation e il Consolato Olandese in Italia.

Vero genio della moderna fotografia di ritratto, l’olandese Erwin Olaf mischia in modo unico il reportage giornalistico con la foto realizzata in studio e il ritratto posato.
Le sue immagini, sempre perfette, sono il frutto di una creazione unica, di una intelligenza viva, in grado di progettare e realizzare per ogni fotografia, così come per ogni fotogramma di un film, una storia elaborata e avvincente.
La scena preferita da Erwin Olaf è la dimensione privata: l’interno delle case, i colloqui quasi silenziosi, gli sguardi e le atmosfere, spesso ispirate ai film anni Cinquanta, in cui fa muovere i protagonisti delle sue creazioni.
In questi ultimi anni, Erwin Olaf è diventato inoltre uno dei più ambiti e richiesti autori di film commerciali e pubblicità: innumerevoli sono le campagne pubblicitarie per grandi marchi.
La mostra a Forma è la sua prima, grande, personale in Italia e  presenta sette tra le ultime e più significative serie realizzate: Rain, Hope, Grief, Fall, Dawn, Dusk e Hotel.

Hope 5, 2005

Hope 5, 2005

I soggetti di Hope (2005) e Rain (2004) rimandano direttamente agli stereotipi americani che la tradizione cinematografica ci ha trasmesso. In una scenografia quasi da Technicolor, i boy-scout, le ragazze pon pon o le casalinghe vivono una dimensione di vicinanza e assenza con gli oggetti contigui alla loro esistenza e lasciano l’osservatore in bilico tra esistenze vissute o solo sognate.
Anche le immagini di Grief, del 2007, sembrano sollevare una serie di questioni: le persone piangono oppure fissano in modo enigmatico fuori dalla finestra, come in attesa di qualcosa che debba venire a cambiare la propria vita.
Gli occhi semiaperti, i modelli della serie Fall evocano una dimensione ancora più straniata. Sono colti mentre i loro occhi si abbassano e non guardano in macchina, come se le immagini fossero i momenti “sbagliati” di una sessione di posa. Questo momento non voluto – quasi un lapsus della visione – crea un’assenza conturbante e Fall sembra così essere la naturale conseguenza delle serie precedenti: una quantità di mute domande che, si affollano alla mente dello spettatore.

Dusk e Dawn, invece, sono frutto di un processo diverso. La genesi delle serie è nata dopo che l’artista, negli Stati Uniti, ha potuto ammirare un album di fotografie di studenti afroamericani dei primi del Novecento, “The Hamptons Album”, realizzato dalla fotografa Frances B. Johnston.

Ice Cream Parlour, 2004

Ice Cream Parlour, 2004

Affascinato da queste immagini, Olaf ha voluto ricostruire quelle atmosfere, giocando sui temi del nero tipografico e fotografico. Dawn è una logica risposta a Dusk. Questo lavoro a colori, si basa su un altro viaggio di Olaf, questa volta in Russia e situa i personaggi, dalla pelle chiara e quasi evanescente, in stanze luminosissime e vuote, immerse quasi in una ”notte bianca” polare. Le serie saranno accompagnate dai film corrispondenti.

La mostra è completata dalle ultime immagini cerate da Erwin Olaf: quelle splendide della serie Hotel.

“Quando lavoravo a RAIN, HOPE e GRIEF, non ero perfettamente sicuro di cosa volessi dire. Ora sto crescendo. Ho più dubbi e non so dove il mio lavoro mi porterà. Sento di stare esplorando. Quando realizzavo la serie DUSK ancora non conoscevo le risposte. Ora che ho terminato DAWN, capisco finalmente cosa volevo dire. Non penso di poterlo esprimere a parole, ma credo di saperlo. La cosa migliore, è quando alla fine di tutto rimane un punto interrogativo.”(Erwin Olaf)

La mostra è organizzata in collaborazione con la Mondrian Foundation e il Consolato Olandese in Italia. 

Marilyn Monroe,1953

Marilyn Monroe,1953

Mercoledì 16 giugno, alle 19.00 apre, presso la Fondazione FORMA per la Fotografia, SULLA SCENA di Phil Stern.

Decano della fotografia, maestro del reportage in bianco e nero, Phil Stern ha immortalato nella sua lunga carriera di fotoreporter di razza (compie proprio quest’anno 90 anni), innumerevoli grandi divi del cinema e dello spettacolo americano.

Amico personale di James Dean, sue sono tra le foto più significative del grande attore prematuramente scomparso. Così come suo è forse uno dei ritratti più intensi di Marilyn Monroe e innumerevoli foto di scena. Anche le immagini di Louis Armstrong, Ella Fitzgerald e dei grandi del Jazz, o le incredibili sequenze dedicate a Frank Sinatra, portano la sua firma.
Ma Phil Stern è molto di più di un fotografo al quale è capitato di trovarsi “nel posto giusto al momento giusto”. Il suo stile è inconfondibile, misto di intelligente ironia, sapiente composizione formale e rapidità di osservazione.
Ciò che caratterizza le sue foto irripetibili è quel miscuglio contraddittorio di ironia e distacco, ammirazione ed empatia che Stern sente ed esprime nei confronti del soggetto che fotografa.

James Stewart, 1966

James Stewart, 1966

La sua Hollywood (quella dell’epoca d’oro delle majors e dei grandi divi che imponevano il loro stile e il loro sorriso al mondo intero) è allegra e spensierata ma anche insolita e bizzarra, patinata e perfetta eppure, improvvisamente, fragile, dolce e disarmante.

Negli scatti di Phil Stern, presentati a Forma e per la prima volta in una personale italiana, si rivive il senso di quegli anni e di quei protagonisti. Se da una parte l’autore osserva il “dietro le quinte”, smitizzando il soggetto e dissacrandolo, dall’altro subisce lui stesso il fascino di un’industria, dei suoi modelli creati ad arte, dei riflettori sempre puntati sul palcoscenico – anche quando la scena sembra spenta.

Phil Stern nasce da una famiglia di ebrei russi immigrati negli States, cresce a New York, nel Bronx. Nel 1939, dopo aver lavorato come ragazzo di bottega in un laboratorio fotografico, inizia a lavorare come fotografo free-lance per il Friday: comincia così, ufficialmente, la sua carriera. Lavora per Life, Collier’s, Look. Inizia a lavorare a Los Angeles sui set cinematografici. Segue Orson Welles in Citizen Kane. Nel frattempo, gli Stati Uniti entrano in guerra e Phil nel 1941 parte per il fronte. Dopo un breve periodo a Londra, trascorso a ritrarre gli ufficiali (attività che lo annoiava a morte), Phil si arruola volontario nei Derby’s Rangers e parte per il Nord Africa. Viene gravemente ferito in Tunisia, si rimette in piedi e torna di nuovo al fronte, questa volta come corrispondente di guerra per la rivista delle forze armate Stars and Stripes. Segue lo sbarco degli alleati in Sicilia ma poco dopo torna in patria a causa delle ferite riportate. Il governo americano, in cerca di eroi, lo decora con la medaglia “purple heart”: Phil Stern vive un breve momento di gloria.

Nel frattempo, l’industria del cinema americano appare più fiorente che mai e Phil, che ama stare sempre dove la vita è frenetica, si trasferisce definitivamente a Hollywood dove realizzerà i ritratti più famosi delle celebrities dell’epoca, ritratte sulla scena dei film che interpretavano, dietro le quinte e in rari momenti di intimità che Stern riesce a ritrarre e a raccontare con una freschezza e un’ironia che diventeranno il suo marchio di fabbrica. Nel 1945 sposa Rosie da cui ha 4 figli.

Il resto è storia della fotografia e la storia di un grande maestro dell’immagine.

La mostra è realizzata con la collaborazione di CPi, Creative Photographers Inc.

La mostra è realizzata con il contributo della Camera di Commercio Americana in Italia. Si ringrazia la Missione Diplomatica degli Stati Uniti d’America in Italia. 

D.N.A

D.N.A

Mercoledì 21 aprile 2010 alle 18.30 inaugura a FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, FLAMBOYA, fotografie di Viviane Sassen in collaborazione con la Mondrian Foundation e il Consolato Olandese in Italia.

Elvis, 2006

Elvis, 2006

La mostra di Forma presenta un’ampia selezione delle fotografie che l’artista olandese ha realizzato durante i suoi viaggi in Africa, Viviane si è appropriata dei colori della Flamboya, pianta tropicale dalle tinte violente ed accese e dalla natura carnosa, per raccontare questo continente.

Le immagini testimoniano la ricerca dell’autrice di riappropriarsi degli anni della sua giovinezza passati nel continente africano ma sono anche un’occasione per ripensare la fotografia, le sue regole e il suo significato, tra testimonianza e memoria.

Nelle splendide fotografie di Viviane Sassen non ritroviamo di certo gli stereotipi con cui gli occidentali hanno visto l’Africa ma uno sguardo diverso, più intimo. Zambia, Kenya Tanzania sono gli scenari di queste immagini, straordinarie per il modo in cui è trattato il colore e per il particolare utilizzo delle ombre, in grado di donare alle immagini un’atmosfera leggermente surreale.

Scrive Viviane Sassen: “Ho dovuto capire molto presto che sarei sempre rimasta una straniera. Ed è questo conflitto che ho cercato di rendere nel mio lavoro. Ti senti vicina ma allo stesso tempo distante. Questo è qualcosa che il più delle volte è assente nelle descrizioni che l’Occidente fa dell’Africa.”

Così, i ritratti di Flamboya ci sorprendono per i soggetti scelti, giovani africani, ragazzi e ragazze in studiate pose plastiche e quasi accecati dal sole, e per le ombre crude che spesso ne nascondono il volto. Se il fascino per questa terra e per questi popoli è evidente, è ugualmente chiaro quanto l’autrice denunci una impossibilità cronica a fornire sguardi d’insieme, enunciare teorie, emettere proclami. L’Africa di Viviane Sassen è un territorio magico, misterioso e ancestrale. Impossibile da conoscere fino in fondo ma forse, proprio questo, terribilmente affascinante.

Viviane Sassen ha trascorso parte della sua giovinezza in Kenya, dove il padre lavorava come medico. Dopo il rientro dall’Africa, e quando già lavorava come artista e fotografa di moda, ha fatto ritorno nel continente della sua infanzia. Ha realizzato così nel 2002 la serie Cape Flat (in gran parte in Sudafrica) e in seguito le immagini di Flamboya.

Il volume Flamboya, pubblicato da Contrasto, ha vinto il Prix de Rome (Witte de With, Rotterdam) nel 2007 e include oltre alla serie completa delle immagini un testo di Moses Isegawa e un saggio di Edo Dijksterhuis.

La mostra è organizzata in collaborazione con la Mondrian Foundation e il Consolato Olandese in Italia.

Stazione Centrale Milano

Stazione Centrale Milano,2010

Giovedì 11 marzo alle ore 18.30 inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, OLTRE IL REALE di Irene Kung.

“Terribilmente familiari da un lato, e magicamente alieni da un altro. Sospesi, al di là del tempo e dello spazio. Al di là della realtà, alla ricerca di una nuova realtà.”(Ludovico Pratesi)

Irene Kung non è interessata a riprodurre la realtà, i monumenti che sceglie di fotografare appartengono a città ed epoche diverse. Come afferma Ludovico Pratesi nel testo che accompagna il catalogo della mostra, sono tutti riconoscibili ma allo stesso tempo immersi in un’atmosfera onirica.

Come un viandante intento a compiere il suo personale Grand Tour, Irene Kung perlustra le città per cercarne le suggestioni del passato, le tracce di una memoria da ricordare, i monumenti immortali, i landmarks che definiscono e caratterizzano le diverse città (l’Opéra di Parigi, la Torre di Londra, il Pantheon di Roma…). Ogni volta cerca di cogliere lo spirito del luogo e di trasmetterlo, intatto e puro, scevro da ogni possibile contaminazione e da ogni disturbo urbanistico, sulla carta fotografica.

Flat Iron, New York, 2008

Flat Iron, New York, 2008

Il suo è un processo solitario, fatto di attese e di pause, della ricerca di quel ritmo diverso essenziale per realizzare queste immagini. Il vuoto anziché essere evitato viene appositamente creato e abbraccia lentamente il soggetto fino a divenire esso stesso il protagonista dello scatto.

Edifici come la Torre Velasca e il Duomo di Milano (due tra le sue ultime realizzazioni), Nôtre Dame di Parigi o l’Empire State Building di New York, diventano apparizioni quasi fiabesche. E tutte insieme costruiscono il percorso di una città ideale, sognata ancor più che vissuta, da visitare insieme a Irene Kung, immersi in un’atmosfera sospesa.

“Dice Hölderlin: “Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che ti salva”. Parafrasandolo, si può dire che dove cresce la realtà negativa, cresce anche il sogno che ti salva.”(Irene Kung)

Irene Kung è nata in Svizzera e ha studiato come pittrice. La sua carriera di pittrice, con sede in Roma, le ha portato un riconoscimento internazionale. Negli ultimi anni ha ampliato il suo repertorio includendo la fotografia. I suoi soggetti variano dai monumenti architettonici alla vita delle piante esotiche ai cavalli argentini.

Piergiorgio Branzi, Pasqua a Tricarico, 1955

Piergiorgio Branzi, Pasqua a Tricarico, 1955

 

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio del Senato della Repubblica, della Presidenza della Camera dei Deputati e del Comune di Milano, giovedì 11 febbraio, alle 18.30, apre a FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, LA FOTOGRAFIA IN ITALIA. 1945-1975, Capolavori dalla collezione Morello.

Per la prima volta viene presentata al pubblico la straordinaria collezione di Paolo Morello, con la sua serie di opere in stampe originali che raccontano la storia della fotografia italiana dall’immediato secondo dopoguerra fino alla metà degli anni Settanta.

Sono gli anni in cui la fotografia in Italia registra, in assoluto, le sue punte massime di incidenza sociale; quando, nell’immediato dopoguerra, la televisione non aveva ancora preso il sopravvento e l’informazione era mediata attraverso la stampa illustrata (e dunque, attraverso la fotografia).

De BIasi, Piazza duomo 1951

De BIasi, Piazza duomo 1951

Proprio in quegli anni, inoltre, una generazione di giovani, per la prima volta, comincia a pensare alla fotografia come a una professione. Questa inedita osmosi tra fotoamatori e fotografi professionisti produce risultati di una qualità che non sarebbe mai più stata eguagliata.

Del resto, sono stati anni cruciali per la storia italiana e la fotografia è stata lo strumento che meglio di ogni altro ha saputo rappresentare non soltanto la rapida trasformazione della società del nostro paese negli anni del cosiddetto boom economico, ma anche un sistema di valori che ancor oggi identifica la cultura italiana nel resto del mondo.

La mostra, a cura di Alessandra Mauro e Paolo Morello, presenta 250 capolavori in stampe originali (vintage prints) dei maggiori autori italiani attivi tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Una trentina gli autori in esposizione, tra i quali Gianni Berengo Gardin, Carlo Bevilacqua, Paolo Bocci, Piergiorgio Branzi, Giuseppe Bruno, Alfredo Camisa, Calogero Cascio, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Vittorugo Contino, Mario Cresci, Francesco Carlo Crispolti, Mario De Biasi, Toni Del Tin, Mario Dondero, Ferruccio Ferroni, Mario Finocchiaro, Caio Mario Garrubba, Mario Giacomelli, Mario Lasalandra, Giorgio Lotti, Pepi Merisio, Giuseppe Möder, Paolo Monti, Federico Patellani, Tino Petrelli, Vittorio Piergiovanni, Franco Pinna, Marialba Russo, Antonio Sansone, Tazio Secchiaroli, Elio Sorci.

Un rilievo particolare nel percorso dell’esposizione è dedicato ad alcune serie di eccezionale valore, quali Venezia di Gianni Berengo Gardin, Budapest 1956 di Mario De Biasi, Forma di donna di Carla Cerati, Giudizio e Storia di un dramma, di Mario Lasalandra, Cronotopi di Vittorugo Contino.

Berengo, Venezia, Il traghetto di san Tomà, 1959

Berengo, Venezia, Il traghetto di san Tomà, 1959

Paolo Morello ha insegnato Storia della Fotografia, in diverse università italiane (Palermo, Milano Cattolica, Bologna, Venezia); a Milano ha fondato e diretto il Corso di formazione in Storia e Gestione della Fotografia, il primo Master biennale in Europa interamente dedicato alla fotografia; dirige l’Istituto Superiore per la Storia della Fotografia e, dal 2001, è Contributing Editor della rivista “History of Photography”. Autore di numerosi volumi sulla fotografia italiana dell’Otto e del Novecento, dal 2009 vive e lavora all’estero.

Adesso lavora ad una Storia della fotografia. 1839-2000 e alla fondazione del Museo della fotografia italiana, destinato ad ospitare la collezione di capolavori di cui quelli ora in mostra a Forma offrono una ristretta ma significativa rappresentanza.

La mostra sarà accompagnata dal catalogo La fotografia in Italia.Capolavori dalla collezione Morello edito da Contrasto editore.

Tokyo untitled,-2009

Tokyo untitled,-2009

Giovedì 11 febbraio, alle 18.30 apre a FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, TOKYO UNTITLED fotografie di Renato D’Agostin.

TOKYO UNTITLED nasce dall’amore e dall’attrazione di Renato D’Agostin per la fotografia giapponese, dopo due viaggi in terra nipponica rimane irrimediabilmente affascinato dalla cultura e dalla storia di questa nazione.

“Tokyo Untitled evoca le atmosfere di una Tokyo che appartiene al passato. Mi è difficile credere che le fotografie di Renato D’Agostin siano state scattate di recente…tuttavia quella ritratta da Renato è la Tokyo di oggi.”(Eikoh Hosoe)

È proprio il maestro della fotografia giapponese Eikoh Hosoe ad aver apprezzato e riconosciuto il valore dello studio compiuto da D’Agostin, scrivendo eccezionalmente la postfazione al libro che verrà presentato a Milano, dopo New York, Parigi e Tokyo, proprio in occasione della mostra di Forma.

Sono le sensazioni di stordimento ed isolamento nati dai tempi e dai modi di vivere complessi e nascosti di questa cultura ad emergere in queste fotografie.

Lo sguardo del fotografo è ormai lontano dagli inizi legati ad una lettura descrittiva della realtà, questo senza abbandonare la pellicola e la camera oscura e soprattutto conservando gelosamente gli insegnamenti di un altro maestro della fotografia che ha seguito la sua crescita, Ralph Gibson.

È una Tokyo in bianco e nero dove l’uomo e la vita quotidiana sono visti attraverso gli scorci creati dalle architetture, dove la geometria degli spazi detta il ritmo delle fotografie.

D’Agostin elimina gli elementi riconoscibili della metropoli guidando lo spettatore in un’atmosfera surreale, lontana dagli stereotipi.

“Tokyo Untitled rappresenta la registrazione del mio viaggio nella capitale orientale, nel suo non visibile diluito nel quotidiano visibile.” (Renato D’Agostin)

Renato D’Agostin nasce nel 1983 e inizia la carriera di fotografo a Venezia nel 2001. Nonostante il suo primo amore verso il “realismo” della fotografia legata ai grandi maestri del ‘900 (quali Bresson, Klein), nel tempo accresce la sua curiosità nel catturare situazioni di vita particolari, al limite del reale e del “visibile”. Con lo stesso “occhio fotografico” nel 2002 inizia un viaggio attraverso le capitali dell’Europa occidentale e rimane affascinato dalla città di Parigi.

Tokyo untitled, 2009

Tokyo untitled, 2009

Tornato in Italia frequenta l’Istituto Italiano di Fotografia a Milano e inizia a collaborare con lo studio di produzione Maison Sabbatini. Nel 2005 si trasferisce a New York dove frequenta il corso di Fine Print all’International Center of Photography, nel 2006 diventa assistente di Ralph Gibson. Nel 2007 inizia il suo percorso dedicato alla cultura giapponese.

La mostra è realizzata in collaborazione con mc2gallery contemporary art di Milano.

 

©Giorgia-Fiorio_01

Giovedì 14 gennaio alle 18.30 apre a FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, PAESAGGI, FIGURE, PAESAGGI, un viaggio da sud a nord attraverso l’Italia. Un omaggio che Snam Rete Gas ha voluto rendere al territorio italiano affidandosi all’obiettivo di tre grandi maestri della fotografia: Franco Fontana, Ferdinando Scianna e Giorgia FiorioSnam Rete Gas per il paesaggio italiano.

Franco Fontana

Franco Fontana

Si parte dalla Sicilia fotografata da Franco Fontana, con Appunti siciliani, per passare alla pianura padana vista da Ferdinando Scianna, con Lo dolce piano, per terminare con le immagini delle Alpi di Giorgia Fiorio, con Sotto il Cielo: tre luoghi cruciali, terre apparentemente lontane ma accomunate dal profondo legame tra l’uomo e l’ambiente .

La Sicilia di Franco Fontana, squarci di luce e colore, immagini sintetiche dove sono i dettagli ad evocare la presenza dell’uomo. Il fotografo è solo il narratore di un racconto ambientato in paesaggi immaginari ma fortemente legati alla realtà dell’isola.

La pianura padana di Ferdinando Scianna, il fotografo siciliano chiamato a raccontare queste terre, dove lo sguardo si allarga a voler abbracciare l’orizzonte e il paesaggio torna ad essere popolato dall’uomo, animato dalle sue attività.

©Ferdinando Scianna

©Ferdinando Scianna

Il viaggio si conclude con le Alpi ritratte da Giorgia Fiorio, l’arco di queste montagne da sempre simbolo di confine e sbarramento, perde questa caratterizzazione. Il punto di vista della fotografa fa sì che venga vanificata ogni accezione di appartenenza e limite, il suo bianco e nero ritrae allo stesso modo le vette inesplorate come il lavoro dell’uomo.

Le fotografie in mostra, riflettono una rete fatta di connessioni, collegamenti, superamento di barriere e di confini, e fanno sì che la luce dei paesaggi siciliani, l’orizzonte calmo della pianura padana e le montagne dell’arco alpino non sembrino più così lontane.

Albert Watson

Albert Watson

Giovedì 3 dicembre alle 19.00, apre a FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, COLLEZIONA 2010. La scena e il sogno delle fotografie. 2 x 3/Our Friends.

Una mostra–mercato di opere fotografiche dedicata al collezionismo, che  nasce con l’obiettivo di avvicinare al mercato della fotografia nuovi potenziali collezionisti oltre che  incentivare i collezionisti consolidati.

Ogni fotografia è la realizzazione di una visione. L’autore l’ha immaginata, forse sognata, per poi cercarla nella realtà e riprodurla in fotografia, o magari l’ha messa in scena seguendo un impulso, un ricordo, un sogno, appunto.

Le immagini di questa selezione sono un esempio di tanti, possibili “sogni fotografici” progettati e realizzati da autori diversi, giovani e meno giovani, famosi e ormai affermati o che si affacciano adesso sulla ribalta dell’arte internazionale.

A loro abbiamo chiesto di scegliere e commentare le visioni più riuscite, i sogni (o gli incubi) immaginati e poi raccontati per immagini. Sotto il loro sguardo, i sogni e le visioni diventano la personificazione di ossessioni da cui fuggire, paure da esorcizzare, desideri e aspirazioni da realizzare. Sogni e visioni creati apposta per la carta fotografica.

La selezione comprende le opere di 27 autori, accompagnate, per ognuno, da un breve testo che racconta il sogno, o la visione, da cui quella immagine è nata; il desiderio o l’ossessione che l’ha resa concreta,  viva.

A raccontare i sogni, e le loro realizzazioni in immagini, abbiamo chiamato i grandi autori internazionali che sono stati protagonisti di mostre nei primi cinque anni di attività di Forma, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Robert Capa, Elliott Erwitt, Maurizio Galimberti, Giovanni Gastel, Mario Giacomelli, Mimmo Jodice, William Klein, Josef Koudelka, Sebastião Salgado, Albert Watson, cui si aggiungono altri che verranno presentati nel corso del 2010,  Flor Garduño, Giorgia Fiorio, Nino Migliori, Ferdinando Scianna.

Ampio spazio è inoltre dedicato all’interpretazione del linguaggio fotografico da parte di nuovi talenti come Bill Armstrong, Lorenzo Cicconi Massi, Daniele Dainelli, Alessia De Montis, Simona Ghizzoni, Irene Kung, Martin Schoeller, Massimo Siragusa, Paolo Ventura, Marco Zanta, Andrew Zuckerman.

Completa la mostra una sezione speciale, 2 x 3/Our Friends. Una parete di 2 metri lineari per tre metri di altezza è a disposizione di quattro “guest curators”, quattro amici galleristi amanti dell’arte e della fotografia.

Bill Armstrong, Renaissance 1014, 2007

Bill Armstrong, Renaissance 1014, 2007

In un progetto di sinergie tra diverse interpretazioni dello stesso medium, i quattro ospiti, Gabriella Brembati Galleria Scoglio di Quarto che porterà l’artista Enrico Cattaneo;  Claudio Composti mc2gallery con Roberto Kusterle;  Suzy Shammah con Walter Niedermayr; Paola Sosio Temporary Gallery con Leonardo Vecchiarelli – allestiranno la propria parete in totale libertà, guidati solo dal denominatore comune della grande qualità e del talento dei lavori proposti.

COLLEZIONA2010. La scena e il sogno delle fotografie, è un appuntamento immancabile per chi desidera avvicinarsi al collezionismo di fotografia, che offre al visitatore una panoramica estremamente varia di interpretazioni nell’uso della fotografia.

 

Les amoureux de la colonne Bastille, Paris,1957

Les amoureux de la colonne Bastille, Paris,1957

Giovedì 3 dicembre alle 19.00 apre a FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, LA MUSICA DEL CASO. OMAGGIO A WILLY RONIS.

Fondamente Nuove - Venezia, 1959

Fondamente Nuove – Venezia, 1959

Diceva che il suo era un mestiere molto duro. Essere fotografo per Willy Ronis significava infatti non smettere mai di osservare, di cercare, di guardarsi intorno, di farsi stupire.

Era nato nel 1910, figlio di emigrati ucraini in Francia, e ci ha lasciato nel settembre 2009: novantanove anni di vita e oltre settanta di fotografia sempre impeccabile e struggente.

Come i suoi amici Robert Doisneau e Edouard Boubat, Ronis aveva fatto della strada il palcoscenico privilegiato dove assistere e registrare ogni variazione significativa di quello spettacolo sorprendente che è la vita quotidiana. Il suo bianco e nero ha raccontato l’evoluzione di un paese, la Francia, e di una città, Parigi, durante gli anni del Fronte Popolare, della Guerra, del dopoguerra fino agli anni più recenti. Ma il suo bianco e nero è riuscito anche a fermare, in questo lungo nastro temporale, una serie di momenti significativi, di attimi irripetibili in cui le forme sembrano riuscire a comporsi, di fronte al suo obiettivo, con una magia unica, con una grazia speciale.

Con falsa modestia, sosteneva che le sue foto le avrebbe potute scattare chiunque, che erano tutte nate “sul filo del caso”.

Invece, solo lui poteva realizzare quei piccoli miracoli di gioia quotidiana, rari e preziosi, in cui il tempo e lo spazio parevano riuscire a lavorare all’unisono; solo il suo sguardo sapeva dosare luci e forme, immediatezza e attesa, ritmo e armonia, ironia leggera da flaneur parigino e  gravità da filosofo.

Questa mostra vuole rendere omaggio alla sua fotografia e alla sua straordinaria carriera. Per la prima volta a Milano, sessanta immagini della sua lunga produzione ci permettono di rintracciare la magia del suo sguardo e di sperare, osservandole, che il mondo di Willy Ronis possa esistere davvero.

Pierre Gonnord

Pierre Gonnord

Giovedì 15 ottobre alle 19.00 inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia la mostra TESTIMONI/TESTIGOS fotografie di Pierre Gonnord.

Forma partecipa alla terza edizione del Made in Mad presentando per la prima volta in Italia una serie di ritratti di Pierre Gonnord, Premio per la Cultura della Regione Madrid nelle Arti Plastiche 2007.

Fotografo francese (Cholet, 1963), Gonnord risiede a Madrid dal 1988 ed è considerato uno dei principali ritrattisti della fotografia contemporanea.

L’opera di Gonnord indaga da oltre un decennio il concetto di “comunità” attraverso l’osservazione degli individui che compongono il gruppo, cercando per ognuno di rintracciarne l’unicità e il senso di appartenenza.

La selezione presentata a Forma mostra una serie di intensi ritratti  di mendicanti e gente di strada. Ogni fotografia è il frutto di un incontro profondo, un dialogo nato magari in strada, che continua a volte in studio nella sessione di posa. Allora, lo sguardo del soggetto da ritrarre fissa lo sguardo del fotografo in una intimità profonda e silenziosa che lega insieme i due protagonisti di questo scambio visivo e intellettuale.

Nelle immagini, ogni dettaglio del soggetto fotografato rivela la sua natura, la sua storia e l’unicità dell’individuo. Alla fine, il nome della persona ritratta sarà l’unico titolo in grado di “nominare” l’opera e, insieme, la persona.

Il profondo legame con la tradizione spagnola è evidente nelle opere di Pierre Gonnord che vivifica, reinterpreta e attualizza i temi e gli stili del ritratto alla Goya ricercando la stessa forza psicologica, indagando anche lui le profondità del volto e dello sguardo, afferrando, infine, il carattere della persona.

Il risultato è una galleria straordinaria di ritratti che compongono uno spaccato unico sulla realtà ma si offrono anche, a noi spettatori, come un’astrazione meditata e affascinante tra l’oggetto vivo e l’opera d’arte.

La mostra è organizzata in collaborazione con la Comunidad de Madrid e fa parte di Made in Mad iniziativa che avrà luogo, in occasione della sua terza edizione, a Milano.

Callie il Coniglio, Sherman, Conn., 2008

Callie il Coniglio, Sherman, Conn., 2008

“In Alice nel paese delle meraviglie, quando il coniglio bianco scompare dentro il buco, incontra molte strane e surreali visioni. Ho pensato che il Coniglio Bianco fosse una buona metafora per questa mostra”.(Albert Watson)

Leslie Weiner in Yohji Yamamoto, Londra, 1989

Leslie Weiner in Yohji Yamamoto, Londra, 1989

Giovedì 17 settembre alle ore 18.00 inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra di Albert Watson, IL CONIGLIO BIANCO.

Il talento eclettico di Albert Watson si snoda attraverso quattro decadi e una produzione sterminata di immagini. La straordinaria capacità di trasformare in icona qualsiasi soggetto, fa di Watson un protagonista di primo piano della fotografia internazionale e uno dei ritrattisti di moda più acclamati e richiesti. Sono celebri i suoi ritratti di Mick Jagger, Jack Nicholson, Alfred Hitchcock, della famiglia reale inglese (Watson è stato il fotografo ufficiale delle nozze del Principe Andrea con Sarah Ferguson), di Kate Moss e di B.B. King.

Ma colpisce soprattutto la sua capacità di muoversi con eguale maestria su strade diverse, dal ritratto alla fotografia di moda, al paesaggio, allo still life, realizzando sempre immagini di grande seduzione e fascino, dalla composizione ineccepibile, che si imprimono nella nostra mente con forza unica.

Per la mostra di Forma, Albert Watson veste i panni del coniglio bianco, the white rabbit di Alice nel Paese delle Meraviglie, e ci invita a seguirlo nello straordinario mondo delle sue immagini, lungo i percorsi fatti di diversi rimandi visivi e intellettuali che l’autore, vivendo e osservando, ha messo insieme, immagine dopo immagine. Nuove, straordinarie fotografie, ritratti sorprendenti, panorami grandiosi. L’ultimo lavoro dedicato a Las Vegas, insieme alle foto famose, ai ritratti delle celebrities,  alle immagini per la moda, al fascino inquieto e silenzioso degli oggetti di cui Watson cerca sempre di cogliere l’essenza.

“Invece di avere una o due strade da percorrere, io posso scegliere tra una quantità di strade possibili e mi ritrovo così nella stessa situazione del bambino e della roccia. Ho molte soluzioni a disposizione, e la scelta a volte per me è difficile, perché tra tutte le soluzioni devo preferire quella giusta. Ma ho imparato che la soluzione giusta è quasi sempre la più semplice”. (Albert Watson)

Borgo Livio Bassi, Ummari, Trapani, 2008

Borgo Livio Bassi, Ummari, Trapani, 2008

Giovedì 17 settembre alle 18.00, inaugura a FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra LUOGHI DELL’INFINITO di Massimo Siragusa.

La selezione di foto scelta per FORMA presenta una Sicilia inedita dove il tempo sembra aver smesso di scorrere secondo i canoni tradizionali. Massimo Siragusa, siciliano molto legato alle sue origini, ha percorso la sua terra perlustrandola e conoscendola con amore e disincanto. Le sue foto hanno una dimensione quasi astratta e seguono un filo temporale dilatato che smarrisce e fa smarrire chi osserva.

La Sicilia così appare silenziosa e sospesa, straordinaria. Come mai vista prima.

Soggetto di queste immagini di Siragusa sono i paesaggi sconfinati delle miniere abbandonate e i tanti borghi che, in un passato abbastanza recente, furono progettati seguendo le utopie architettoniche degli anni Trenta. Un territorio oggi disabitato ma ancora pieno delle aspirazioni e dei sogni di chi lo abitò.

Miniera di zolfo  abbandonata di Gessolungo, Caltanissetta 2008

Miniera di zolfo abbandonata di Gessolungo, Caltanissetta 2008

Lo sguardo riconosce i luoghi che, in un’epoca impossibile da definire, furono di una quotidianità vissuta e reale. Quegli stessi luoghi, immaginati e progettati, sono ora vuoti, deserti pieni di una luce abbagliante che precisa e definisce ogni oggetto rappresentato e lo rende ancora più lontano, malinconico, passato.

Come nelle  grandiose tele di Giorgio De Chirico, così nelle foto di Massimo Siragusa, il paesaggio è trasformato in un palcoscenico dove elementi architettonici e naturali diventano le quinte teatrali di una pièce ormai conclusa da tempo.

Massimo Siragusa è nato a Catania nel 1958, inizia a collaborare con Contrasto dal 1989. Vive a Roma. Le sue fotografie sono apparse sulle migliori testate internazionali. Ha firmato numerose campagne pubblicitarie, e insegna fotografia presso diverse scuole. Ha esposto in Italia e all’estero, e è autore di vari libri. Ha vinto quattro World Press Photo: nel 1997, con “Bisogno di un Miracolo”, poi nel 1999 con “Il Cerchio Magico” nel 2008, grazie al reportage sul “Tempo Libero”, e l’ultimo nel 2009 con “Fondo Fucile”, sulle baraccopoli di Messina.

 

Shoji Ueda

Shoji Ueda

Mercoledì 1 luglio, alle ore 19.00, si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, NIPPON KŌBŌ. Tredici fotografi giapponesi della Maison Européenne de la Photographie di Parigi dal fondo Dai Nippon Printing.

Ikko Narahara, Japanesque, Zen #7 (Japan), 1969

Ikko Narahara, Japanesque, Zen #7 (Japan), 1969

Un omaggio a un paese, il Giappone, e alla sua scuola fotografica in una produzione inedita e originale messa a punto appositamente per Forma e per l’estate milanese 2009.

Nippon Kōbō significa Laboratorio Giappone ed è il nome scelto nel 1933 per uno dei primi gruppi di fotografia giapponese fondato, tra gli altri, da Yōnosuke Natori e Ihei Kimura. Scopo del Laboratorio Giappone era osservare in modo diverso e nuovo il proprio paese, utilizzando come strumenti una trentacinque millimetri e il proprio sguardo.

Abbiamo voluto proprio questo titolo, così simbolico, per una mostra che raccoglie tredici diversi sguardi giapponesi; tredici diverse interpretazioni originali e sensibili della realtà, dagli anni Cinquanta del Novecento ad oggi.

Gli autori scelti e le loro opere raccontano stili, cammini e temi differenti eppure tutti riconducibili, per così dire, a uno “specifico giapponese” da rintracciare nel rapporto con l’ambiente circostante e la rappresentazione del paesaggio, continuamente rinnovato e vivificato, tra contemplazione estatica e dolore irrimediabile; così come nel legame individuo-gruppo, in un oscillare continuo tra identità singola, memoria e tradizione.

L’evoluzione, la ricchezza di temi e linguaggi visivi della fotografia giapponese è quindi racchiusa in questa preziosa mostra che presenta, per la prima volta, una selezione inedita di nomi e immagini provenienti dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi – Fondo Dai Nippon Printing.

NIPPON KŌBŌ offre quindi anche la possibilità di riflettere sull’importanza del patrimonio pubblico fotografico: una risorsa vitale per i musei e le nuove istituzioni culturali del nostro tempo.

La mostra,  140 fotografie, è a cura di Jean Luc Monterosso, direttore della Maison Européenne de la Photographie e di Alessandra Mauro, direttore artistico di Forma con Pascal Hoel, responsabile dell’archivio della Maison Européenne de la Photographie.

Con il patrocinio del Comune di Milano e del Consolato Generale del Giappone a Milano.

Gli autori in mostra:

NOBUYOSHI ARAKI – NAOYA HATAKEYAMA –  EIKOH HOSOE – MIYAKO ISHIUCHI – IHEI KIMURA – IKKO NARAHARA – TAIJI MATSUE – DAIDO MORIYAMA – RYUJI MIYAMOTO – HIROSHI SUGIMOTO – SHOMEI TOMATSU – SHOJI UEDA – HIROSHI YAMAZAKI 

Marco Vacca

Marco Vacca

Mercoledì 1 luglio, alle ore 19.00, si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia,  RIFUGIATI. Darfur, Ciad, Sud Sudan di Marco Vacca.

Le immagini di Marco Vacca sono state realizzate nel Sudan meridionale durante la guerra, tra il 2005 e il 2008, nella regione del Darfur e sul confine orientale del Ciad dove IDP e rifugiati erano dislocati in seguito agli attacchi e alle distruzioni dei villaggi da parte delle milizie Janjaweed.

Le storie del Darfur nella loro drammaticità non si differenziano molto l’una dall’altra a riprova che in questa regione del Sudan, è in atto un conflitto che sistematicamente colpisce la popolazione civile. L’allora segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, a suo tempo descrisse la situazione come “l’inferno della terra”.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che si tratta di una “regione del terrore”. Gli Stati Uniti hanno apertamente definito “genocidio” le incessanti atrocità che si consumano nel Sudan occidentale. Più di 70mila persone sono già state uccise, la maggior parte con armi leggere, o sono morte per malattie correlate alla crisi.

Distribuzione mensile di cibo per la popolazione del campo, campo profughi di Djabal, Goz Beida, Sud Est del Ciad, 2008

Distribuzione mensile di cibo per la popolazione del campo, campo profughi di Djabal, Goz Beida, Sud Est del Ciad, 2008

E per non soccombere alla violenza, circa 2,2 milioni di persone sono fuggite dai propri villaggi per ripararsi in altri più sicuri all’interno del Darfur o si sono spinte nel confinante Ciad.

Il reportage racconta la vita dei rifugiati nei campi di Abushouk (nord Darfur), Kalma (sud), Kass (nord), Garsila (ovest), dove operava il consorzio S.O.S Darfur e nel campo di Djabal e a Goz Beida (Ciad orientale) dove la Ong Intersos e le agenzie ONU sono impegnate in progetti per sostenere le vittime di questo lungo conflitto.

Marco Vacca é nato a Roma ed è laureato in filosofia e storia. Fotoreporter dal 1990 dopo aver lavorato in altri ambiti della fotografia professionale, ha prodotto storie su Israele, Iraq, Medio Oriente, Rwanda, Kosovo, Sud Sudan, Darfur, Ciad, 9/11, Ghana, Giappone, Dubai e molto altro ancora. Ha al suo attivo una ricerca sulla passione degli italiani per il fitness da cui è scaturita una mostra ed un libro dal titolo “Body in Italy”. Ha pubblicato “Refugees” un libro  sulla condizione delle popolazioni del Darfur. Il suo lavoro sulla carestia in Sud Sudan è stato premiato nel World Press Photo 1999. Attualmente si sta dedicando ad un lavoro sulla piaga dell’Aids negli slums di Nairobi. É’ presidente di Fotografia&Informazione. Vive a Milano.

Tokyo, 2007 - Veduta notturna della facciata di un grattacielo

Tokyo, 2007 – Veduta notturna della facciata di un grattacielo

Il 1 luglio, alle ore 19.00, si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, TOKIO IN ECLISSE una raccolta di immagini di Daniele Dainelli che raccontano il presente della città  lasciandone immaginare il futuro: difficile e disumanizzante, ma con un fascino cui è difficile resistere.

“1962. A Firenze per vedere e girare l’eclisse di sole. Gelo improvviso. Silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce terrea, diversa da tutte le altre luci. E poi buio, immobilità totale. Tutto quello che riesco a pensare è che durante l’eclisse probabilmente si fermeranno anche i sentimenti. È un’idea che ha vagamente a che fare con il film che stavo preparando, una sensazione più che un’idea, ma che definisce già il film quando ancora il film è ben lontano dall’essere definito.”(Michelangelo Antonioni)

Tokyo, dicembre 2004 - Quartiere di Shinjuku - al 52° piano del Sumitomo building

Tokyo, dicembre 2004 – Quartiere di Shinjuku – al 52° piano del Sumitomo building

L’Eclisse di Antonioni rappresenta per Daniele Dainelli e le sue foto su Tokyo un riferimento, una conferma, un’ispirazione, un possibile traguardo. Come nel celebre film, Dainelli ha cercato nella città asiatica – metropoli contemporanea per eccellenza ed emblema di un futuro ormai più che presente – la stessa “alternanza di rumore e caos, di lunghi silenzi e paesaggi di architetture fredde, geometriche”.

Anche qui i personaggi si muovono senza comunicare tra loro e l’universo degli oggetti sembra avere la stessa muta e incombente presenza degli umani. Daniele Dainelli ha percorso Tokyo cercando invece in questa città i possibili riferimenti di un luogo che può, e deve, diventare familiare, quotidiano, abituale ma pur tuttavia rimane distante, immerso in una sorta di eclisse che tutto trasforma e rende lontano. Nella luce fredda di TOKIO IN ECLISSE, i dettagli della realtà diventano piccole metafore di un’esistenza transitoria, di passaggio, fatta di frammentate immagini e sentimenti inespressi.

Morte di un miliziano lealista, Cerro Muriano, fronte di Còrdoba, Spagna, 5 Settembre 1936

Morte di un miliziano lealista, Cerro Muriano, fronte di Còrdoba, Spagna, 5 Settembre 1936

Venerdì 27 marzo 2009, alle ore 18, si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, QUESTA E’ LA GUERRA! ROBERT CAPA AL LAVORO, una mostra monumentale, di quasi 300 immagini, dedicata a Robert Capa e al suo incomparabile lavoro di fotogiornalista. Una carrellata di immagini vintage, provini a contatto, documenti, lettere personali per capire e conoscere come uno dei più grandi fotografi del mondo, fondatore e anima dell’agenzia Magnum, lavorava e affrontava le lunghe trasferte sui fronti di guerra.

Accanto alla mostra di Robert Capa, per la prima volta, inaugura in contemporanea la retrospettiva della fotografa Gerda Taro.

Miliziana repubblicana si esercita sulla spiaggia, Barcellona, Agosto 1936, Gerda Taro

Miliziana repubblicana si esercita sulla spiaggia, Barcellona, Agosto 1936, Gerda Taro

Conosciuta soprattutto per essere stata la compagna di Capa, Gerda Taro è stata una fotografa pionieristica, che ha speso la sua breve e intensissima vita documentando il fronte caldo della guerra civile spagnola, ma le sue fotografie erano state fino ad oggi poco viste e anche molto sottovalutate. Questa mostra oggi la consacra finalmente, come fotografa di grande talento.

Robert Capa e Gerda Taro giunsero insieme in Spagna il 5 agosto del 1936, a meno di un mese dall’inizio della guerra, come inviati della rivista «Vu» e firmarono insieme i primi reportage da Barcellona e dal fronte di Cordoba. La guerra di Spagna è stata una delle prime guerre ad aver avuto una grande copertura mediatica, grazie anche alla fotografia che stava iniziando a diventare l’occhio testimone sul mondo.

Tra il 1936 e il 1939 decine di grandi intellettuali europei e americani si arruolano nell’esercito repubblicano e ne sposano la causa, tra questi, i due fotografi destinati a diventare una leggenda e a diffondere in tutto il mondo le immagini dell’orrore dell’avanzata nazionalista in Spagna.

Ritratto di Gerda Taro e Robert Capa, Parigi, 1935 © Fred Stein/International Center of Photography

Ritratto di Gerda Taro e Robert Capa, Parigi, 1935 © Fred Stein/International Center of Photography

Gerda morirà poco tempo dopo nel 1937, schiacciata da un carro armato a soli 27 anni. Robert Capa morirà in Indocina, su una mina nel 1954.

Due mostre, due libri per riflettere su un tema che continua ad essere, purtroppo di grande attualità, attraverso due testimoni d’eccezione che dichiaratamente contro la guerra, al tema della guerra hanno dedicato le loro vite.

I libri che  accompagnano le due mostre omonime sono pubblicati da Contrasto.

Fly or die, 2006

Fly or die, 2006

Martedì 3 marzo 2009, alle 18.30, si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia la mostra di Martial Cherrier MARTIAL.

Se è vero che l’arte non è altro che il prodotto di continue metamorfosi e trasformazioni, allora Martial Cherrier è un artista nel senso pieno del termine.

E non perché usi la tela, i colori, oppure il marmo. Ma perché usa il suo corpo che, nel tempo, ha trasformato secondo le dure e ferree regole dell’arte dei body builder. Lavoro sui muscoli, certamente, ma anche assunzione di sostanze anabolizzanti, di cibi propedeutici: questi sono gli strumenti di un gioco incessante in grado di cambiare le membra, i muscoli, la pelle e far diventare il corpo una scultura vivente. Bella e terribile, affascinante e fragile come un’ala di farfalla.

Ex campione di body building, negli anni Martial ha scrutato e indagato se stesso. L’edificazione del corpo del body builder presuppone l’assunzione massiccia di sostanze da ingerire o da iniettare. Alimenti speciali e tanta acqua ma anche ormoni, steroidi anabolizzanti e calmanti: sostanze che diventano parti inseparabili di questa costruzione corporale.

E come, di tutti gli esseri viventi, la farfalla è quella in grado di compiere nella sua esistenza una metamorfosi completa e sorprendente, così Martial è diventato un essere perfetto e innaturale.

Fly or die, 2006

Fly or die, 2006

Con sguardo da entomologo, l’autore ha osservato i propri cambiamenti e raccontato, con sintesi artistica originale e possente, le fasi di questa metamorfosi, l’euforia della perfezione, il dramma sotteso e perenne di ritrovarsi diverso. L’identità umana si specchia nella metafora, estrema ma terribilmente concreta, del corpo in trasformazione di Martial.

La mostra è presentata in collaborazione con la Maison Européenne de la Photographie di Parigi. Il libro Martial è pubblicato da Contrasto.

Italo Zannier, Riposo, 1960

Italo Zannier, Riposo, 1960

Giovedì 15 gennaio 2009, alle ore 18.30, presso FORMA Centro Internazionale di Fotografia di Milano, si inaugura la mostra UNA FANTASTICA OSSESSIONE. L’archivio di Italo Zannier nella collezione della Fondazione di Venezia.

Attraverso una selezione di immagini curata da Denis Curti, è la storia della fotografia italiana ad essere esposta a Forma.

Il progetto culturale promosso dalla Fondazione di Venezia, con l’acquisizione della collezione fotografica e libraria  di Italo Zannier, offre un’opportunità rara: poter accedere al materiale raccolto nel corso di una vita intera da uno dei maggiori studiosi della fotografia in Italia. Sono dagherrotipi, ambrotipi, cianotipi, stereogrammi, autocrome, ferrotipi, albumine, stampe al sale, polaroid e i nuovi materiali fotografici a essere racchiusi nella collezione.

La mostra presentata a Forma (circa cento fotografie in bianco e nero e a colori, per un campionario quasi completo di tutte le tecniche fotografiche conosciute), permette di ammirare esemplari preziosi per la storia della fotografia tra cui dagherrotipi e albumine di Nadar. L’incredibile stampa, fuori formato per l’epoca, Venezia al chiaro di luna di Carlo Naya del 1870, che restituisce un ritratto innovativo della città lagunare che stupisce per il gioco di luci e riflessi notturni.

Mimmo Jodice, Gli occhi di S. Pietro, 1999

Mimmo Jodice, Gli occhi di S. Pietro, 1999

Alla collezione, raccolta soprattutto per intenti di carattere didattico, non mancano le vedute dei fratelli Alinari, studio fotografico che ha costruito e continua a costruire la memoria del patrimonio italiano.

Le immagini di Paolo Gioli, Franco Vaccari e Nino Migliori, invece, testimoniano il momento in cui la fotografia riflette su se stessa e sul suo linguaggio. E ancora, si potranno ammirare le immagini di  Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Mario Cresci, Mimmo Jodice, Franco Fontana e molti altri grandi autori della fotografia italiana.

La mostra, costituita principalmente da materiali originali,  aiuta anche a comprendere il vivace dibattito culturale intorno alla fotografia che animava i vari circoli negli anni cinquanta e sessanta:  La Bussola di Giuseppe Cavalli, Mario Finazzi e Giuseppe Vender, La Gondola di Paolo Monti e Fulvio Roiter, il Misa di Mario Giacomelli e Piergiorgio Branzi, Il Gruppo Friulano per una nuova Fotografia di cui faceva parte lo stesso Italo Zannier.

Guido Guidi, Udine Villaggio del sole, 1999

Guido Guidi, Udine Villaggio del sole, 1999

“La fotografia è l’essenza della modernità, che ha emblematicamente rappresentato dal giorno in cui Daguerre e Talbot, nel gennaio 1839, proposero al mondo l’invenzione “maravigliosa”.(Italo Zannier)

La figura di Italo Zannier, impossibile da definire in modo univoco per la sua natura  poliedrica, si rispecchia nel materiale raccolto durante una vita dedicata interamente agli studi. Architetto di formazione sperimenta l’arte cinematografica prima di essere “folgorato dalla passione per la fotografia” che lo porterà ad esplorarla in tutti i suoi aspetti prima come autore, poi come critico e storico e infine come collezionista ….una fantastica ossessione insomma, quella di Italo Zannier, che continuerà a vivere e ad arricchire.

Da Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963)

Da Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963)

Giovedì 15 gennaio, alle ore 18,30 si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, MARIO GIACOMELLI. LA FIGURA NERA ASPETTA IL BIANCO.

Per la prima volta a Milano, una grande mostra antologica propone al visitatore un viaggio appassionante nella fotografia di Mario Giacomelli nella sua arte, nella sua intima e profonda poesia, nel suo furore creativo.

La mostra presenta oltre 200 tra le sue fotografie più importanti, tutte in formato originale, stampe vintage e autografate dall’autore. La preparazione e la cura dell’ esposizione, in corso da vari anni, consentiranno di offrire al pubblico di Milano per la prima volta una grande presentazione del lavoro di Giacomelli, realizzata in stretta collaborazione con la famiglia e accompagnata dall’analisi storico critica di vari importanti autori.

L’esposizione presenta molte delle celebri serie del grande fotografo, il più importante e innovativo che l’Itala abbia mai avuto.

Da Questo ricordo lo vorrei raccontare (2000).  Senigallia

Da Questo ricordo lo vorrei raccontare (2000).
Senigallia

Dalle prime fotografie, scattate sulla spiaggia di Senigallia nel 1953, alle serie dedicate all’Ospizio (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), ai “pretini” in festa nel seminario della città (Io non ho mani che mi carezzino il volto), a Lourdes, alle atmosfere fuori dal tempo di Scanno, ai contadini de La buona terra, alla storia quasi cinematografica di Un uomo, una donna, un amore; senza trascurare le serie dedicate alle grandi poesie che affascinavano con il loro ritmo e la loro profondità Giacomelli (A Silvia, Io sono Nessuno, Ritorno …).

Non mancano in mostra anche le straordinarie immagini del paesaggio marchigiano, che per tutta la vita Giacomelli non si è mai stancato di fotografare, di riprendere e di sorprendere, ed alcune tra le sue immagini più “materiche”, dove la tensione tra le figure nere e il bianco di fondo si fa attesa drammatica, corposa, lirica.

Per la prima volta, poi, saranno presentate alcune serie inedite (Così come la morte, Ritorno, Territorio del Linguaggio, il volo lento delle farfalle), che testimoniano il lavoro incessante di un grande inventore di immagini.

La mostra di Forma, anteprima di un tour internazionale, diventa così l’eccezionale occasione per conoscere e apprezzare il talento fotografico, l’eccezionale realismo magico di Mario Giacomelli.

“Cerchi sempre di sintetizzare in pochi elementi i suoi argomenti”, gli raccomandava Pietro Donzelli,  “inventi delle fotografie, la sua sensibilità gliele suggerirà certamente. A volte basta un suono o  una voce per creare dentro di noi un’immagine o dei personaggi. Li racconti questi personaggi, prima a se stesso, poi agli altri con una sequenza di immagini… Sarà dura la sua strada, come è dura la mia, perché la malinconia non è sempre accettata dagli uomini che cercano di sfuggirla. Si ricordi però che il cammino degli artisti è fatto solo di tristezza e di dolore. Nascono per consolare la tristezza degli altri … Faccia ogni tanto una personale cercando di raccontare per immagini […]”.

A questo insegnamento, Giacomelli sembra esser stato sempre molto fedele:

L’immagine è spirito, materia, tempo, spazio, occasione per lo sguardo. Tracce che sono prove di noi stessi e il segno di una cultura che vive incessantemente i ritmi che reggono la memoria, la storia, le norme del sapere”.(Mario Giacomelli)

La mostra, a cura di Alessandra Mauro, prodotta da Forma, è in collaborazione con l’archivio Giacomelli di Senigallia.

Il libro che accompagna la mostra, , è completato da una biografia dell’artista raccontata dal figlio Simone e da testi e analisi critiche di Roberta Valtorta, Paolo Morello, Ferdinando Scianna, Christian Caujolle, Alistair Crawford, Goffredo Fofi, Alessandra Mauro ed  è pubblicato da Contrasto.

Mario Giacomelli nato a Senigallia nel 1925, inizia a lavorare a 13 anni in una tipografia. Nel 1952 compra una macchina fotografica e scatta la sua prima immagine, “L’approdo”. Da allora, fotografo non professionista per scelta, si dedica alla creazione delle sue intense serie fotografiche: la vita d’ospizio, i paesaggi, Scanno, il mondo contadino. Nel 1953 entra a far parte del gruppo fotografico Misa e nel 1956 de La Bussola. Dal 1955 viene celebrato dall’allora direttore della fotografia del MoMa di New York John Szarkowski e  comincia a ottenere riconoscimenti e a esporre in Italia e all’estero. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private di tutto il mondo.  Muore a Senigallia nel 2000.

Dal 16 dicembre all’11 gennaio, Forma ospita la mostra fotografica tratta dal libro Storie ATM – luoghi, volti, racconti nei percorsi della città, realizzato da ATM con la collaborazione della scrittrice e consulente aziendale Cristina Volpi.

Le fotografie ritraggono i volti delle donne e degli uomini di ATM, la vita di tutti i giorni in azienda: lavoro, energia, entusiasmo, momenti esaltanti, momenti critici, ancora lavoro.

Un’azienda come ATM, infatti, è fatta di uomini e di donne prima ancora che di tecnologia, è fatta di persone che fanno funzionare i mezzi per dare un servizio a persone che li utilizzano.

Il libro e la mostra nascono da un’esperienza di autonarrazione, motore potente di coesione e di appartenenza, un processo di coinvolgimento che avvicina la base ai vertici, sfociando nella riqualificazione dell’immagine aziendale. Inoltre le storie descrivono non solo l’azienda, ma tutta la città e i suoi abitanti.Il libro da alla città un suo ritratto inedito, e ai dipendenti ATM la soddisfazione di collocarvisi da protagonisti. Una mostra che raccoglie testi e foto, un insolito viaggio nella città. 

Contacts

Contacts

Giovedì 4 dicembre 2008, alle ore 19, presso FORMA Centro Internazionale di Fotografia di Milano, si inaugura la mostra di William Klein, CONTACTS.

Un foglio di provini a contatto contiene sei strisce di immagini, ognuna con 6 pose, per un totale di 36 fotografie scattate a un 125° di secondo. Queste frazioni di momenti rimangono lì, sulla carta, ed è all’autore che spetta il compito più complicato, per molti il vero gesto creativo: la scelta.

Scegliere la foto buona, quella che racchiude il senso di una visione, di un lavoro, di un progetto; diventare un fotografo consapevole significa proprio questo.

Existence. Paris demonstration, 1998

Existence. Paris demonstration, 1998

Per William Klein scegliere le foto all’interno dei suoi fogli di contatti è diventato negli anni un progetto artistico definito.

Evidenziate con tratti di colore, forti tinte acriliche che ne sottolineano l’importanza, Klein ha saputo rendere le foto dei “contatti dipinti”, ingrandite a dismisura, dei veri pezzi unici, immagini che racchiudono il senso della visione di questo maestro della fotografia e insieme il gesto dell’artista, la sua concezione della vita come un flusso inarrestabile di immagini, suoni, rumore e danza. Una raccolta di immagini che mescolano pittura e fotografia dovuta all’invenzione e al genio artistico di Klein, poliedrico, che ha saputo inventare ancora una volta una nuova modalità espressiva, usando due dei linguaggi a lui più congeniali.

La mostra William Klein – CONTACTS presenta una raccolta di 50 immagini del grande fotografo-artista americano, ognuna “segnata” da colori sgargianti, fatti “sgocciolare” sugli ingrandimenti fotografici per testimoniare la scelta d’autore.

Self portrait. Paris 1998

Self portrait. Paris 1998

Sono le foto del cuore, quelle che Klein ha scelto per questa mostra e per raccontare la sua vita,  il suo sguardo sulla città (da New York a Roma, Parigi, Mosca e Tokyo), sull’universo della moda, sul cinema e sul mondo.

Uno sguardo rapido, ironico, tagliente come una lama, a volte tenero e sorprendente e mai, veramente mai, banale.

Alla mostra è associato il volume omonimo, che presenta al pubblico internazionale per la prima volta questa raccolta eccezionale, con un album d’artista di grande dimensioni.

“Ogni invenzione di William Klein è al servizio di una voce che afferma quel che pensa con disinvoltura ma anche con il sentimento di una giusta rivendicazione, quella del diritto d’espressione. Una voce che gli anni non hanno smorzato, né tanto meno eroso”. (Robert Delpire – dall’introduzione al volume William Klein – Contacts, Contrasto 2008)

Le stampe di William Klein sono state realizzate con materiali Canon.

Winter stories

Winter stories

Giovedì 4 dicembre 2008, alle ore 19, presso FORMA Centro Internazionale di Fotografia di Milano, si inaugura la mostra di Paolo Ventura STORIE D’INVERNO.

Dopo War Souvenir, l’autore presenta a Forma un nuovo gruppo di immagini: una serie di sogni, possibili o immaginari, che ripercorrono, come fogli di un album ingiallito, i diversi momenti di una vita intera fatta di ricordi,  sensazioni passate e desideri.

In un luogo impreciso, forse tra la Francia e l’Italia, esiste una terra dove i sogni sembrano diventare visibili, quasi reali, con forme e colori precisi anche se evanescenti. Almeno, così avviene per i sogni di Paolo Ventura che ha popolato questa “terra di mezzo” di immagini illusorie eppure terribilmente concrete, lontane – come provenienti da un passato sepolto nella memoria – ma così vicine, reali, pulsanti di vita.

Le STORIE D’INVERNO che il fotografo Paolo Ventura ha creato sono fantastiche realizzazioni, momenti di un racconto visivo fatto di strabilianti e personali associazioni dove i personaggi sono uomini uccello, giocolieri e clown, acrobati e violinisti.

Winter Stories 48, 2007

Winter Stories 48, 2007

Per ogni immagine – frammenti di sogni raccontati – Paolo ha ricostruito, con un fervore da vero bricoleur e una capacità da grande autore, scenari e personaggi, ha immaginato luci e abbigliamento, arredi e mobilio. Ogni fotografia, alla fine, è una piccola, perfetta messa in scena di un sogno che anche noi vorremmo sognare. O che forse abbiamo già sognato con lui ma, semplicemente, non ce ne eravamo ancora accorti.

Trovarsi in bilico tra sogno e realtà: ecco cosa vuol dire osservare un’opera di Paolo Ventura.

Beer, Emily Isles

Beer, Emily Isles

Una selezione dei lavori degli studenti del Master di FORMA-NABA. Realizzata grazie alla collaborazione con Jack Daniel’s.

La mostra ResponsABILITY inaugura giovedì 4 dicembre 2008, alle ore 19, nella Sala Bianca di FORMA Centro Internazionale di Fotografia, una collettiva dei fotografi del Master in Photography e Visual Design di Forma-NABA promossa da Jack Daniel’s.

Jack Daniel’s, che ha fra i suoi obiettivi quello di comunicare il messaggio del bere responsabile, ha deciso di riservare una sfida non facile, ma per questo stimolante, ai fotografi del Master in Photography e Visual Design di Forma-NABA: tradurre attraverso le loro immagini, esclusivamente in bianco e nero, il principio del bere con responsabilità.

A coordinare il gruppo di giovani autori provenienti da tutto il mondo, è stato chiamato Maurizio Galimberti, uno tra i fotografi contemporanei più acclamati, che oltre a supervisionare le loro proposte ha realizzato per questa occasione un’opera inedita: una delle sue famose creazioni polaroid.

Fraternity, Tamara Boskovic Dereta

Fraternity, Tamara Boskovic Dereta

ResponsABILITY è un progetto articolato in vari momenti, che ha trovato nel confronto e nel dialogo tra le diverse parti coinvolte uno dei suoi punti di forza.  I fotografi del Master hanno messo in campo, non solo le loro capacità di autori, ma anche le esperienze personali e il proprio vissuto personale. Senza cadere nell’insidia della facile retorica hanno saputo raccontare i tanti aspetti della realtà, creando spunti di riflessione in immagini molto diverse tra loro ma accomunate dal medesimo messaggio.

ResponsABILITY è un progetto nato quindi dal rapporto tra Forma, Naba e Jack Daniel’s in cui si coniugano istanze educative con nuove tendenze artistiche e creative, evidenziando la funzione sociale che la fotografia può e deve avere.

2.Un fedele di origini rumene bacia la mano del pope. Chiesa ortodossa del patriarcato di Mosca. Modena, dicembre 2006, Francesco Cocco

Un fedele di origini rumene bacia la mano del pope. Chiesa ortodossa del patriarcato di Mosca. Modena, dicembre 2006, Francesco Cocco

Cassa Lombarda in collaborazione con Contrasto sceglie di dedicare la prima edizione del premio, ai Grandi Reportage Internazionali:
“Con l’istituzione del Premio Fotografico Internazionale Cassa Lombarda – ha commentato Massimo Trabaldo Togna, Presidente di Cassa Lombarda – abbiamo voluto mettere in luce un settore, quello dei fotoreportage, che in Italia non riceve ancora la dovuta attenzione, ma che ha assunto una grande importanza nella nostra società per la comprensione e la conoscenza del mondo che ci circonda”.

Maternità della Cordigliera delle Ande del Chimborazo. Ecuador 2002. Danilo De Marco

Maternità della Cordigliera delle Ande del Chimborazo. Ecuador 2002.
Danilo De Marco

I vincitori, Danilo De Marco, assieme a Krisanne Johnson e Francesco Cocco saranno premiati con tre borse di studio del valore complessivo di 20.000 euro, messe a disposizione da Cassa Lombarda. Avranno inoltre la possibilità di pubblicare un libro e di esporre i propri lavori in una mostra itinerante.

Per il reportage dei giovani fotografi italiani, la giuria del Premio Cassa Lombarda segnala: Stefano Snaidero, Massimo Berruti e Francesco Mattuzzi.

I membri della giuria, presieduta da Mimmo Jodice (fotografo) e composta da Alfredo Albertone (photoeditor di “Velvet”), Marco Vacca (fotografo e presidente di “Fotografia & Informazione”), Gianluigi Colin (art director de “Il Corriere della Sera”) e Massimo Trabaldo Togna (presidente di Cassa Lombarda), hanno premiato, tra 25 fotografi selezionati, coloro che hanno saputo distinguersi per la qualità del proprio lavoro all’interno del panorama editoriale internazionale dell’ultimo anno.

Il vincitore, Danilo De Marco, è stato premiato per il suo progetto attraverso i paesi più poveri del mondo, dall’Ecuador all’Uganda, dal Messico allo Sri Lanka, un racconto intenso ma mai irrispettoso: “Danilo De Marco fotografa l’insonnia della terra, trasmessa dal suolo alle facce di chi ci sta chino sopra.” (Erri de Luca)

Krisanne Johnson, giovane fotografa di New York, è stata selezionata per il suo racconto dedicato alle giovani donne in Swaziland, paese africano stravolto dalla tragedia dell’AIDS.

Francesco Cocco è stato premiato per il suo lavoro “Geografia della Fede”, progetto in bianco e nero sulle diverse religioni presenti nel territorio italiano.

Controllata dal gruppo lussemburghese Cofi SA (Compagnie de l’occident pour la finance et l’industrie), Cassa Lombarda, banca specializzata nel private banking e nelle gestioni patrimoniali, con una massa amministrata che sfiora i 3 miliardi di euro.
Cassa Lombarda è presente in Italia con quattro sedi in Lombardia (due agenzie a Milano, la sede generale di via Manzoni e una filiale a Busto Arsizio), una filiale a Roma, e uffici di promotori a Firenze, Foggia, Piacenza, Cremona, La Spezia e Udine.

Pagine interne al libro rosso con polaroid singola

Pagine interne al libro rosso con polaroid singola

Mercoledì 1° ottobre 2008, alle 19.00, presso FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, si inaugura la mostra di Maurizio Galimberti, POLAROID A VENEZIA.

L’esposizione, curata da Denis Curti, raccoglie l’esperienza fotografica dedicata alla città lagunare, dove Galimberti è sbarcato su invito di un collezionista e della Galleria Bugno, con l’intento di raccontarne il fascino eterno. Il progetto “Venezia” è parte di uno sguardo più articolato dedicato alle città, che  trova le sue origini in “New York”, si evolve in “Venezia” e vede il suo futuro prossimo in “Berlino”.

“New York è un luogo senza fine, che mi ha reso la vita difficile, ma mi ha dato anche la possibilità di trovare nuove soluzioni creative. E’ stata una sorta di palestra indispensabile per affrontare una prova ancora più difficile, quella di fotografare Venezia, il suo esatto opposto” (Maurizio Galimberti).

Rio di Rossini with double gondole

Rio di Rossini with double gondole

Con Venezia, Galimberti si è trovato a dover dimenticare gli esercizi di stile compiuti nel contesto newyorkese. Non più prospettive geometriche, visioni verticali ed equilibri marcati tra pieni e vuoti. Venezia è una città labirintica, circolare, in cui il regolare incedere delle vie è costantemente deviato o interrotto dall’incessante scorrere dell’acqua.

I palazzi eleganti evocano atmosfere orientali, le strutture riflesse nei canali ingannano l’occhio e lasciano percepire spazi dilatati, estesi in ogni direzione, un tempo letargico e incantato. In questo contesto, così diverso dagli altri e al contempo così magico, nasce questa collezione di scatti. Questo lavoro mostra le due facce che Venezia ha per Galimberti: il volto che si può scorgere solo dall’acqua e quello che è stato invece tanto raffigurato da grandi artisti come Paolo Monti, il gruppo della Gondola o Fulvio Roiter. Narrare questo primo volto, meno celebrato nel passato storico e artistico è, per Galimberti, l’obiettivo del lavoro.

“I simboli, le icone veneziane vengono decodificate, tracciate e messe in fila come fa un direttore d’orchestra con i suoi orchestrali. Maurizio scandisce con la sua macchina e con le sue azioni ripetitive il movimento perpetuo di una città in armonia tra l’acqua e il cielo”. (Denis Curti)

La mostra POLAROID A VENEZIA è accompagnata dall’omonimo catalogo pubblicato  da Contrasto.

Gina and Elizabeth kissing, Mars 1995, Los Angeles

Gina and Elizabeth kissing, Mars 1995, Los Angeles

Martedì 23 settembre 2008, alle ore 19, presso FORMA Centro Internazionale di Fotografia di Milano, si inaugura la mostra di Bettina Rheims, PUOI TROVARE LA FELICITA’.

A cura di Philippe Dagen, critico d’arte e giornalista e organizzata in collaborazione con la Galerie Jérôme de Noirmont di Parigi, la mostra presenta oltre novanta splendide immagini e si articola in sezioni tematiche strettamente concatenate per raccontare l’opera di Bettina Rheims dal 1991, con Chambre close, al 2004 con Shanghai.

Breakfast with Monica Bellucci, Paris, novembre 1995

Breakfast with Monica Bellucci, Paris, Novembre 1995

PUOI TROVARE LA FELICITA’ si articola in otto differenti serie, ognuna che si intreccia con la precedente e insegue la successiva: la pubblicità, la tavola, il cinema, il romanzo, l’erotismo, la chambre close, il sogno e made in Japan per comporre le tappe di un viaggio nel mondo creativo e colorato di Bettina Rheims. Nella sala bianca inoltre sarà esposta Olga una serie inedita di nove fotografie di grande formato presentate in prima mondiale a FORMA.

Novantaquattro immagini di straordinaria forza espressiva che rubano talvolta dal mondo della pubblicità e del cinema il tratto patinato, le pose quasi teatrali come ironiche pantomime; altre volte si ispirano invece all’equilibrio della tradizione artistica, e alla storia della fotografia, tanto nella composizione delle scene quanto nelle scelte cromatiche. Nudi animati dalla forza del candore e della devozione, da espressioni peccaminose e arroganti, a volte diabolici, a volte maliziosi o celestiali, ma comunque privi di volgarità e sempre assolutamente ironici. Bettina Rheims racconta di disordinate e romantiche eroine, cariche di pathos, maliziose e perfette muse, un incanto per gli occhi che non sanno smettere di scrutare le forme classiche della composizione, i colori opulenti e fragorosi.

Close up of Karolina Kurkova the most beautiful girl in town, Paris, Décembre 2001,

Close up of Karolina Kurkova the most beautiful girl in town, Paris, Décembre 2001,

Una galleria di perfezione femminile, di donne più o meno conosciute dal grande pubblico, di modelle statuarie, attrici o cantanti, immerse in scenari quotidiani, in pose lascive. Monica Bellucci in versione Salomé che versa sangue nel piatto, Jennifer Jean Leigh in piedi, in pigiama, con una bambola in mano in una allegoria della follia, Sharon Stone che sgranocchia diamanti come Eva il frutto proibito, la fotografia di Bettina Rheims nasce sempre da una serie di operazioni lunghe e complesse che nulla hanno a che spartire con la semplicità abituale dell’atto fotografico. Le sue immagini sono un’accurata costruzione intellettuale e visiva frutto di un’attenta regia, in cui nulla è lasciato al caso.

“È abbastanza strano quello che faccio”  dice del suo lavoro Bettina Rheims, e del resto scenografa, pittrice, regista, sceneggiatrice…definire Bettina Rheims  una fotografa è veramente molto insufficiente. Commenta Philippe Dagen:

“Bisognerebbe mobilitare le fonti dell’iconografia antica e moderna, sacra e profana, mitologica e biblica. Quella dell’analisi plastica, dei ricordi letterari e, naturalmente, le considerazioni sul metodo e sulla tecnica fotografica messe in opera. Come dire che tutte le immagini di Bettina Rheims dovrebbero essere trattate con gli stessi strumenti analitici, e in un campo culturale sufficientemente vasto, come merita ogni opera d’arte merita, indipendentemente dal suo supporto o materiale.”

Per due volte i praghesi hanno sgombrato piazza Venceslao – 22 e 23 agosto

Per due volte i praghesi hanno sgombrato piazza Venceslao – 22 e 23 agosto

Si inaugura giovedì 19 giugno 2008 alla presenza dell’autore, alle 19.00, presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra JOSEF KOUDELKA. INVASIONE, PRAGA ’68.

Senza titolo

Senza titolo

Per la prima volta, l’intera documentazione fotografica dei giorni dell’invasione russa in Cecoslovacchia viene esposta al pubblico in una mostra eccezionale,presentata in anteprima in Italia, a Forma e curata dallo stesso testimone di quel drammatico momento della storia: Josef Koudelka.

A 40 anni esatti da quegli eventi, le sue immagini tornano a stupire per la loro forza e la loro umanità.

Nel 1968, durante l’estate dell’invasione russa che mette fine ad ogni sogno di “primavera”, Josef Koudelka – giovane fotografo di talento nato in un piccolo paese in Moravia e fino ad allora soprattutto fotografo di scena – è a Praga.

Quell’alba del 21 agosto scende in strada come tutti e, con la sua macchina fotografica, scatta.

Scatta senza sosta, senza pausa, con il bisogno di farlo semplicemente perché è lì, nella città che conosce e dove vive: “mi sono trovato davanti a qualcosa più grande di me. Era una situazione straordinaria, in cui non c’era tempo di ragionare, ma quella era la mia vita, la mia storia, il mio Paese, il mio problema”.(Josef Koudelka)

Le foto raccontano i carri armati nelle strade, lo stupore e la rabbia di tanti che cercano di fermare la violenza anche solo con il proprio corpo, le manifestazioni, le case, il pianto e la disperazione. La documentazione di quell’estate tragica arriverà clandestinamente in America e da lì quelle fotografie faranno il giro del mondo.

Viale Vinohradskà presso la Radio cecoslovacca

Viale Vinohradskà presso la Radio cecoslovacca

Per anni per proteggere l’incolumità di Koudelka, furono pubblicate anonime con la dicitura “fotografo praghese” (Photography by P.P.) ma ugualmente divennero una tra le testimonianze più forti del periodo, una traccia indelebile, un segno incancellabile nella storia.

Koudelka riuscì a lasciare la Cecoslovacchia il 20 Maggio del 1970.

Le immagini di Koudelka sono divenute simboli della resistenza, icone di quel tragico avvenimento e hanno contribuito a fare di Josef Koudelka uno dei fotografi più apprezzati e stimati al mondo. Ora, per la prima volta sono esposte a Forma, in anteprima assoluta.

La mostra, realizzata in collaborazione con Magnum Photos è accompagnata da un volume omonimo edito da Contrasto e pubblicato contemporaneamente in otto paesi.

Valencia 08/02/2004

Valencia 08/02/2004

Giovedì 19 giugno, alle ore 19,00,  si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra di Marco Zanta, URBAN EUROPE.

“Europa” è una città possibile nelle fotografie di Zantaun progetto che prende forma: costruire, grazie alla fotografia, un paesaggio composito che possa raccontare un’identità unica, quella europea.

Spinto dalla passione per l’architettura Marco Zanta ha cercato di analizzare in modo approfondito diversi progetti architettonici che stavano sorgendo nei centri urbani. Questi edifici, realizzati tra il 1994 e il 2004, sono destinati a diventare il simbolo delle città contemporanee.

URBAN EUROPE, è dunque l’esito di un viaggio durato quattro anni che Marco Zanta ha compiuto dal 2000 al 2004 attraverso i paesi europei alla ricerca di un’identità comune, una città-Europa che esiste, anche se frammentata, in diversi Paesi, in una dimensione abbracciabile, riconoscibile e quindi condivisibile.

Il catalogo che accompagna la mostra è pubblicato da Contrasto.

Marco Zanta, nasce a Treviso nel 1962. Fotografo d’architettura, si occupa di fotografia dalla metà degli anni ’80. Ha lavorato in Europa, Stati Uniti, Giappone. Ha insegnato Storia e Tecniche della Fotografia presso numerosi Istituti Superiori e ha collaborato con Istituti Universitari (Venezia, Bologna, Trieste) tenendo seminari e workshop.

Dovima e gli elefanti al circo d’inverno, abito Dior, Parigi, Agosto 1955

Dovima e gli elefanti al circo d’inverno, abito Dior, Parigi, Agosto 1955

Si inaugura mercoledì 13 febbraio 2008, alle 19.00 presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra RICHARD AVEDON. FOTOGRAFIE 1946-2004. 

Il percorso del grande fotografo – dagli esordi fino agli ultimi anni – sarà celebrato nella più ampia retrospettiva mai dedicata al suo sguardo, al suo stile, al suo modo di fotografare.

Grazie al supporto della VERSACE, la mostra sarà anche una occasione per celebrare la lunga collaborazione fra la Maison e Richard Avedon.

Richard Avedon (1923-2004) è considerato uno dei più grandi fotografi americani: senza il suo lavoro sarebbe impossibile scrivere la storia della fotografia. E’ stato il primo ad infrangere le barriere tra la cosiddetta fotografia impegnata e  quella disimpegnata.

Per oltre 50 anni è stato uno dei nomi più importanti del mondo della moda ed è sulle sue fotografie di moda che nel 1962 viene organizzata la prima retrospettiva dedicata all’autore, allo Smithsonian Institution di Washington. Sin da questa prima importante esposizione risultò subito evidente, anche ai più prudenti critici, che si trattava di uomo con un’opera ed un progetto non scindibili dalla storia dell’arte.

Ispirato da Martin Munkacsi, Avedon aveva scoperto un nuovo modo per dare espressività alle modelle che nelle sue fotografie non apparivano più come “appendiabiti” ma come persone reali, dei personaggi, aveva trasformato la monotona foto di moda in qualcosa di vivo e reale.

Anche nel ritratto, a cui l’autore si è dedicato contemporaneamente alle foto di moda, lo stile di Avedon si è imposto per la sua intensità, emotivamente denso e permeato di atmosfere cupe.

L’attrice Anna Magnani, New York, 17 Aprile 1953.

L’attrice Anna Magnani, New York, 17 Aprile 1953.

Ritratti di uomini di stato, artisti, attori ed attrici laddove comunemente ci si aspetterebbe un’immagine fissa, rigida di una persona, la sua fotografia scardina l’icona della foto da cartolina. Che si tratti di star del cinema come Katherine Hepburn, Humphrey Bogart, Brigitte Bardot, Audrey Hepburn,  Marilyn Monroe o ancora Buster Keaton e Charles Chaplin, o personalità del calibro di Karen Blixen, Truman Capote, Henry Kissinger, Dwight D. Eisenhower, Edward Kennedy, The Beatles, Andy Warhol e Francis Bacon, ogni ritratto si imprime nella memoria in modo indelebile e ci restituisce di ognuno, l’idea e l’immagine del personaggio pubblico e privato.

La mostra RICHARD AVEDON. FOTOGRAFIE 1946-2004 è composta da più di 250 indimenticabili immagini, che raccontano il percorso del grande fotografo dagli esordi fino agli ultimi anni: dalle prime fotografie del 1946, quando Avedon, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, si recò a Roma e in Sicilia, passando per  le immagini che documentano un’epoca, come quelle realizzate durante il capodanno del 1989 alla Porta di Brandeburgo a Berlino, appena due mesi dopo la caduta del muro. Fino all’ultima immagine scattata alla cantante Björk, appena 4 mesi prima che Avedon morisse improvvisamente, mentre stava lavorando su incarico del New Yorker. Foto che hanno fatto la storia della fotografia e che continuano ancora, per la loro forza e per la loro intensità, ad essere vere icone, irresistibili e affascinanti, del nostro tempo.

Il cantante Bob Dylan, Central Park, New York, 10 Febbraio 1965.

Il cantante Bob Dylan, Central Park, New York, 10 Febbraio 1965

RICHARD AVEDON. FOTOGRAFIE 1946-2004.  è presentata in eccezionale esclusiva per l’Italia a Forma – Centro Internazionale di Fotografia di Milano, accompagnata da un volume omonimo edito da Contrasto.

E’ resa possibile grazie anche alla partecipazione della VERSACE.

Si avvale della collaborazione del Corriere della Sera Magazine e di Io Donna.

La mostra, curata da Helle Crenzien, è stata concepita e organizzata da Forma e dal Louisiana Museum of Modern Art in stretta collaborazione con The Avedon Foundation;  dopo la unica tappa italiana a FORMA sarà a Parigi presso il Museo Jeu de Paume, a Berlino al Martin-Gropius-Bau, ad Amsterdam al FOAM_Fotografiemuseum e al SFMOMA di San Francisco.

Durante il periodo della mostra saranno organizzati alcuni incontri di approfondimento sulla figura e sull’opera di Richard Avedon. Il primo di questi sarà una conferenza di Norma Stevens, direttrice della Fondazione Avedon, il 14 febbraio alle ore 18,30.

Lori Gracile

Lori Gracile

Si apre giovedì 6 dicembre presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia la mostra di Andrew Zuckerman, CREATURE.

Oltre trenta immagini a colori, ci trasportano in un viaggio ipnotico nel mondo animale, raccontato con ritratti “posati” in studio, come si potrebbe fare per i grandi cantanti o attori del cinema, di leoni, scimmie, serpenti, coloratissimi pappagalli, orsi bruni. Ritratti che ci fissano negli occhi, sostengono il nostro sguardo con forza e sincerità e ci mettono, faccia a faccia, a contatto con “un’altra parte” del mondo: quello animale.

Una mostra speciale, un’occasione imperdibile anche per tutti gli appassionati di collezionismo fotografico.

Mandrillo

Mandrillo

L’interesse di Zuckerman per gli animali nasce all’interno delle sale del Museo di Storia Naturale di New York, dove comincia ad appassionarsi alle riproduzioni a grandezza naturale degli esemplari esposti.

Durante i suoi numerosi viaggi in Sud e Centro America, Andrew continua a studiare il legame tra le creature, il loro ambiente naturale e le profonde connessioni tra gli esseri viventi e l’ambiente in cui ognuno di loro nasce e cresce. L’interesse del fotografo è insieme scientifico e stilistico: curioso come un bambino in un museo e insieme in grado di cogliere di ognuno particolarità e caratteristiche come solo un sensibile osservatore del mondo può fare.

Scimpanzé

Scimpanzé

Fotografati contro il “limbo” degli studi fotografici, le “creature” si svelano in tutta la loro autentica  bellezza e in tutto il loro selvaggio splendore.

A noi osservatori resta la meraviglia di scoprire non solo l’esistenza di un’enorme varietà di esseri e specie, ma anche l’innegabile prova della profonda spiritualità degli animali.

“Ecco forse l’altro mistero: guardare negli occhi questi animali ci mostra la loro personalità e ci pone in una profonda connessione con loro.” (Graham Nash)

La mostra è accompagnata da uno straordinario volume omonimo  pubblicato da Contrasto.

Andrew Zuckerman vive a New York. Fotografo e regista apprezzato, nel 2006 ha ricevuto il premio D&AD Yellow Pencil per la fotografia. Andrew è anche il cofondatore di Late Night & Weekends, una società che si occupa di realizzare pubblicità, libri e film. Ha diretto e coprodotto il lungometraggio High Falls, presentato al Sundace Film Festival nel 2007.

 

Piazza Meda, Franco Gremignani/Archivio, RCS, 1973.

Piazza Meda, Franco Gremignani/Archivio, RCS, 1973.

Si inaugura mercoledì 5 dicembre presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia la mostra MILANO: RITRATTO IN MOVIMENTO. LA METROPOLI CHE CAMBIA. UN SECOLO DI VITA CITTADINA RACCONTATO DAGLI ARCHIVI FOTOGRAFICI.

Milano e i milanesi sono i protagonisti di questa mostra curata da Denis Curti: un viaggio nella memoria che ci trasporta dalla Milano in bianco e nero della fine dell’800 alla contemporanea ed espressiva metropoli di oggi. Un progetto che attinge a quattro importanti archivi fotografici, primo fra tutti l’archivio storico Fotografico di AEM, storica società elettrica del capoluogo lombardo.

Le immagini di Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Luigi Ghirri, Joel Meyerowitz, Martin Parr, Gianni Berengo Gardin interpretano la “milanesità” come sentimento metropolitano declinando l’aggettivo secondo i propri personali modi di leggere la città.

Miolano, 1948. Sull’impalcatura della galleria Vittorio Emanuele II. Giancolombo/Contrasto

1948. Sull’impalcatura della galleria Vittorio Emanuele II. Giancolombo/Contrasto

L’archivio Contrasto affianca la sensibilità di nomi storici della fotografia ad altri più giovani, in una sequenza di fotografie di autori quali Giancolombo, Federico Garolla, Gianni Berengo Gardin a Daniele Dainelli.

Suggestive atmosfere urbane sono registrate nelle immagini dell’Archivio del Corriere della Sera: istantanee divertenti di una Milano in bianco e nero così lontana da noi eppure così riconoscibile nelle fotografie di cronaca di tutti i giorni che provengono dall’archivio storico Corriere della Sera,  conservate dalla Fondazione Corriere della Sera.

Infine l’archivio ATM, che presenta una serie di scatti storici dalla fine dell’Ottocento ai primi anni ’70: l’archivio racconta la storia dell’azienda in stretta relazione con la città, dai mezzi di trasporto al personale aziendale, dalle località alle panoramiche urbane.

La mostra si articola quindi in 4 sezioni, una per ogni archivio, che si snodano partendo dal nucleo principale di AEM nella Sala delle Colonne e continuano all’interno delle altre sale, delineando un percorso narrativo che, senza ricercare un ordine cronologico, indaga il quotidiano della Milano di ieri e di oggi.

“L’integrazione dei quattro archivi, pur nelle rispettive differenze, allora risponde ad una semplice necessità: i luoghi affollati del passato funzionano come chiave di accesso mentale ai luoghi del presente. L’occhio curioso che indaga il quotidiano finalmente potrà soffermarsi sulla fotografia d’autore presentata da Contrasto, ammirare quelle storiche di ATM o lasciarsi divertire dagli scatti di cronaca commissionati dal Corriere della Sera”. (Denis Curti).

Fedeli alla tribù (2000-2003)

Fedeli alla tribù (2000-2003)

Il 24 ottobre 2007 a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, si inaugura la mostra di Lorenzo Cicconi Massi VIAGGIO INTORNO A CASA.

VIAGGIO INTORNO A CASA presenta una selezione di immagini in bianco e nero che sono l’interpretazione poetica e intensa di luoghi e persone familiari eppure astratte, estranee in qualche modo ai concetti di spazio e di tempo.

Un altro mondo (1999-2000)

Un altro mondo (1999-2000)

Il viaggio intorno a casa racconta quindi i bambini e i loro giochi, le piazze dei paesi, la generazione degli adolescenti colti nell’esatto momenti di varcare la linea d’ombra, gli alberi e i paesaggi verticali delle Marche: un’esplorazione continua e profonda di tutto quello che circonda la propria casa, intesa come luogo d’origine e punto di partenza per osservare il mondo.

L’uso del bianco e nero esasperato, la sperimentazione in camera oscura, lo stile visionario e l’intensità con cui Cicconi Massi riprende colline, sguardi, cose e persone, rinnova la tradizione visiva e visionaria di Mario Giacomelli, maestro dichiarato di Lorenzo Cicconi Massi.

Paesaggi delle Marche (1999-2005)

Paesaggi delle Marche (1999-2005)

“Torno indietro in una strada bianca appena percorsa. Tutto quello che mi era apparso prima, è cambiato. La luce è diversa, il mio punto di vista non è più lo stesso. Sembra un altro luogo. Continuo a sorprendermi delle mie colline, dei casolari abbandonati, dei ragazzi che incontro per strada. Mi sento un esploratore che ha scoperto luoghi unici e situazioni meravigliose. Uno che parte ogni volta entusiasta di fare solo un lungo viaggio intorno a casa.”(Lorenzo Cicconi Massi)

Lorenzo Cicconi Massi, nato nel 1966 a Senigallia, dove tuttora vive, si laurea in Sociologia nel 1991 e comincia presto la sua ricerca fotografica in bianco e nero. Autore di molti reportage, premiati ed esposti internazionalmente (vincitore quest’anno del prestigioso World Press Photos 2007 nella categoria “sport features”), oltre a fotografo è anche sceneggiatore e regista; è uscito da poco sugli schermi il suo primo lungometraggio, interpretato tra gli altri da Riccardo Scamarcio e Antonio Catania, Prova a volare.

Jessica Dimmock

Jessica Dimmock

Si inaugura martedì 18 settembre 2007 alle ore 11, presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia la mostra di Jessica Dimmock, IL NONO PIANO.

Il nono piano è un piano come un altro di un palazzo di Manhattan. Ma in questo caso è l’appartamento dove un gruppo di eroinomani si ritrova, compra e vende droga, dorme, litiga, fa l’amore, vive. Dietro la porta c’è un mondo sconcertante dove vigono altre regole e dove le emozioni e gli affetti hanno eccessi e vuoti impensabili.  Per oltre due anni Jessica ha seguito le “storie” del nono piano e dei suoi protagonisti. In molti hanno fotografato il dramma della droga, ma la forza delle immagini di Jessica Dimmock compongono un racconto nuovo e straordinario, intimo e partecipe.

Tutto è iniziato incontrando Jim Diamond, uno spacciatore di cocaina che la invita, come fotografa, a seguirlo nella sua lunga notte fatta di incontri fugaci con i clienti, di cocaine-party, di hotel alla moda dove i titolari riforniscono di droga la propria clientela…. Jessica per alcuni giorni diventa l’occhio-testimone di Jim e lo segue, con la sua macchina fotografica, come un’ombra. Fino all’incontro con il fatidico nono piano e le sue storie intrecciate.

In questi due anni Jessica Dimmock ha quasi convissuto con gli inquilini del nono piano ed ha potuto in questo modo stabilire rapporti intimi e penetrare nelle esistenze e sofferenze altrui in maniera totale, realizzando uno straordinario e unico ritratto. La sua compassione per le persone che ritrae le permette di essere una testimone unica delle loro vite sconvolte, di captarne il loro intimo mondo.

Il NONO PIANO ha vinto la prima edizione del Premio F – Premio Internazionale dedicato alla fotografia di documentazione sociale, istituito nel 2006 da Fabrica, Centro di ricerca sulla comunicazione del Gruppo Benetton e Forma, Centro Internazionale di Fotografia. La giuria, presieduta dal noto fotografo Tom Stoddart e da MaryAnne Golon, direttore della fotografia di Time Magazine, Marloes Krijnen, direttrice del Museo FOAM di Amsterdam, Gianluigi Colin, Art Director del Corriere della Sera e Enrico Bossan, direttore di Colors, ha scelto il lavoro di Jessica tra i molti presentati, aggiudicandole il premio di 20.000 euro, per l’eccezionale qualità del lavoro.

Jessica Dimmock.

Jessica Dimmock

Questa mostra è presentata a Forma in prima mondiale e accompagna l’uscita del libro, edito da Contrasto, in doppia edizione, italiana e inglese.

Jessica Dimmock, 28 anni, vive a New York. Si è diplomata all’I.C.P. in Documentary Photography. Il suo lavoro è stato pubblicato Su Aperture, The New York Times Magazine e molte altre testate.

Per questo lavoro ha ricevuto il premio F per la fotografia di documentazione sociale e il premio Inge Morath di Magnum.

Sibari, 2000

Sibari, 2000

Si inaugura mercoledì 12 settembre 2007, alle 19,00 presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia la mostra di Mimmo Jodice PERDERSI A GUARDARE. TRENTA ANNI DI FOTOGRAFIA IN ITALIA.

Da Torino a Trieste, da Bolzano a Stromboli la mostra è un inedito viaggio visivo, un lungo e affascinante “Grand Tour” fotografico nel nostro paese, che raccoglie per la prima volta le immagini scattate dal grande autore nel corso della sua lunga carriera.

Stromboli, 1999.

Stromboli, 1999

Tra i più geniali e importanti fotografi italiani, in questi anni Mimmo Jodice non ha mai smesso di guardare, scoprire, meravigliarsi di bellezze e armonie inattese, di improvvisi squilibri e di magie della visione.

Le 160 fotografie in mostra, tutte in bianco e nero e di grande formato, come tante tappe uniscono tra loro, per associazioni visive ed estetiche, foto celebri con altre inedite, vedute di una Napoli nascosta e da scoprire con scorci inattesi di Roma e di Milano, del paesaggio in continua trasformazione  e di piazze e vicoli, monumenti quasi sconosciuti e riscoperti ora con la macchina fotografica e lo sguardo sempre straniato e nuovo di Jodice.

Un viaggio tra visione e realtà, tra un passato ancora così vivo e un presente  problematico, che ci permette di conoscere (e riconoscere) la bellezza composita e varia del nostro paese e la grandezza interpretativa di Mimmo Jodice, uno dei più sensibili e originali interpreti della fotografia italiana.

Napoli, 1979. Scuola di Virgilio.

Napoli, 1979. Scuola di Virgilio

“Vorrei citare Fernando Pessoa: ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare? Questa frase sembra scritta per me e descrive bene il mio atteggiamento ricorrente: perdermi a guardare, immaginare, inseguire visioni fuori dalla realtà” (Mimmo Jodice)

Le immagini di PERDERSI A GUARDARE ci consentono di vedere l’Italia com’è realmente, come esiste e persiste nei nostri sogni, con uno sguardo unico e completamente nuovo. Dopo aver visto queste opere meravigliose, non si potrà più incontrare il paesaggio italiano senza rendersi conto che un paese che si presume di conoscere possiede un’identità nascosta – e che l’Italia, in fondo, è una serie di fotografie di Mimmo Jodice” (dal testo di Francine Prose).

La mostra è accompagnata da un volume omonimo edito da Contrasto  con testi di Francine Prose, Roberta Valtorta e Alessandra Mauro.

Giovedì 28 giugno, alle ore 18.30, si inaugura a Milano presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra FERDINANDO CIOFFI. UN FOTOGRAFO LUMINISTA.

Atelier Pomodoro

Ferdinando Cioffi

 

Transitato giovanissimo dagli studi newyorkesi dei grandi maestri Richard Avedon e Irving Penn, da cui ha appreso i segreti del ritratto fotografico, Ferdinando Cioffi, fotografo luminista, sviluppa ben presto una particolarissima sensibilità nel trattamento della luce. Al pari dei soggetti che ritrae, questa è protagonista indiscutibile di ogni sua immagine. Definisce con profusione di particolari il modellato di figure che si stagliano sul fondo assumendo un tono eroico e solenne.

Ferdinando Cioffi

Ferdinando Cioffi

Nei ritratti di Cioffi, l’ambiente concorre in misura determinante a descrivere il profondo di ogni soggetto umano. Anziché stagliarsi contro lo sfondo omogeneo e neutro di uno studio di posa, molti sono ripresi nei luoghi dove abitano o svolgono la propria professione. Talvolta si confondono con lo spazio delimitato dall’inquadratura. Poi la scena viene riempita con oggetti appartenenti alla biografia di ciascuno. Come nelle opere indimenticabili di Arnold Newman, spesso si tratta degli oggetti che utilizzano per il proprio lavoro, o sono il frutto di quel lavoro. Funzionano come didascalie. Dichiarano indubitabilmente di chi si tratta senza usare parole. Così Fernando Botero è sovrastato dalle ipertrofiche sculture che ha realizzato per i musei e le città di tutto il mondo, Boltanski è in piedi di fronte ai propri struggenti bianchi e neri, Michelangelo Pistoletto ha alle spalle una serie di specchi che moltiplicano lo spazio in cui si trova.

La pratica del ritratto implica un rapporto di forza fra fotografante e fotografato. Dalla propria posizione privilegiata Cioffi sceglie di rendersi invisibile per lasciare emergere l’anima di chi, giorno dopo giorno, osserva per un istante attraverso il mirino della propria macchina fotografica. 

L’istruttore di ballo Ted van Rensburg osserva due dei suoi allievi mentre ballano sulle note di uno swing. Boksburg, Transvaal. Maggio 1980

L’istruttore di ballo Ted van Rensburg osserva due dei suoi allievi mentre ballano sulle note di uno swing. Boksburg, Transvaal. Maggio 1980

Mercoledì 27 Giugno alle ore 18,30 si inaugura, alla presenza dell’autore a Forma, Centro Internazionale di Fotografia la mostra DAVID GOLDBLATT. FOTOGRAFIE.

Maestro del fotogiornalismo, David Goldblatt è il più importante fotografo sudafricano e presenta per la prima volta in Italia il suo lavoro in una mostra curata da Martin Parr: un esaustivo rapporto sulla storia del Sud Africa durante e dopo l’apartheid; un’attenta documentazione di quella che Goldblatt chiama l’era del “Baasskap”, la dominazione bianca.

Con le sue immagini, all’apparenza semplici ma folgoranti, ispirate alla quotidianità, David Goldblatt riesce a rendere le vite sudafricane visibili in tutta la loro complessità. Le sue sono fotografie di denuncia e rivelano tutto l’impegno morale e la forte empatia dell’autore con la storia dei neri sudafricani,  pur non ricercando mai situazioni particolarmente spettacolari o violente. Come dice lo stesso  autore, “anche dove sembrava non accadesse niente, in qualche modo queste mie foto ribadivano le differenze e irritavano l’establishemant”.

Ma il suo lavoro non si limita a una denuncia o una registrazione del regime dell’Apartheid. Alla ricerca sempre di nuovi modi per interpretare la realtà che lo circonda, David Goldblatt negli ultimi anni ha saputo creare delle nuove serie fotografiche misurandosi con una realtà in continua evoluzione e con l’esigenza, quindi, di raccontarla con uno stile sempre nuovo, moderno, in grado di comprendere ma anche di stupire.

In mostra 136 fotografie tra colore e bianco e nero (dai primi anni Sessanta ai nostri giorni), divise in otto sezioni:

Le prime icone

Una panoramica delle sue prime fotografie tratte dai libri On the Mines (Nelle miniere), 1973 e Some Afrikaners Photographed (Ritratti di Afrikaners), 1975. La selezione mostra un Goldblatt giovane, che documenta con stile e voce forti, la vita quotidiana dei primi tempi dell’apartheid.

I trasportati

Una selezione di immagini scattate nel 1983/1984 che ritraggono gruppi di pendolari neri. Per poter lavorare, a milioni erano costretti a spostarsi dalle homelands alle città. Goldblatt ha fotografato la gente di KwaNdebele che doveva affrontare ogni giorno 8 ore di viaggio: 4 per essere a Pretoria alle 7 del mattino e 4 per rientrare a casa la sera tardi.

Boksburg

Questo importante progetto del 1979/1980 descrive la middle class bianca della piccola cittadina di Boksburg, vicino a Johannesburg. Nella loro apparente freddezza, le immagini sono ancora più incisive per la diretta crudezza delel sitiuazioni ritratte.

I particolari

Scattate verso la metà degli anni Settanta, Queste fotografie si concentrano su dettagli di bianchi e neri mentre si riposano al parco. Goldblatt esplora i corpi, i vestiti e quello che evocano. Il libro di questo progetto, pubblicato nel 2004, ha vinto il premio del libro al festival di fotografia Rencontre d’Arles.

Uomo che dorme, Joubert Park. Johannesburg, 1975

Uomo che dorme, Joubert Park. Johannesburg, 1975

Sudafrica: la struttura delle cose com’erano

Questa importante serie di fotografie è stata realizzata prevalentemente negli anni Ottanta, nel periodo più buio dell’apartheid. Qui Goldblatt rivolge la sua macchina fotografica non tanto verso le persone, quanto le strutture costruite dalle persone. Ancora una volta, le sue immagini ci raccontano la gente e la società sudafricana.

Johannesburg oggi: gli artigiani e le loro insegne

Nei quartieri residenziali di Johannesburg spuntano piccoli annunci di imbianchini e artigiani neri che Goldblatt fotografa come parte integrante del paesaggio urbano. Alcuni sono stati da lui contattati, incontrati e quindi ritratti.

Le strade di Johannesburg

Diverse sono le situazioni che appaiono per le strade di Johannesburg, fotografate con una macchina di grande formato. Una dimensione di metropoli ampia, varia, caotica.

Martin Klaase, sindaco del  municipio di Kamiesberg, nella sala del consiglio a Garies, Northern Cape, 28 Giugno 2004

Martin Klaase, sindaco del municipio di Kamiesberg, nella sala del consiglio a Garies, Northern Cape, 28 Giugno 2004

Funzionari statali

Parte del nuovo sistema di governo del paese  prevede un nuovo ordinamento per gli enti locali. Goldblatt ritrae impiegati statali, bianchi e neri, da soli o in gruppo, nei loro uffici o sul posto di lavoro. Le fotografie mostrano aree urbane e rurali e rivelano la progressiva emancipazione della società sudafricana.

La mostra è stata presentata in anteprima, in collaborazione con FORMA, ai Rencontres Internationales de la Photographie di Arles nel Luglio del 2006 dove è stata acclamata dal pubblico e dalla critica.

Il volume che accompagna la mostra (DAVID GOLDBLATT. FOTOGRAFIE pubblicato da Contrasto), raccoglie il meglio della straordinaria produzione dell’autore e rappresenta la retrospettiva completa di un narratore del nostro tempo.

Nella foresta

Nella foresta

Si apre mercoledì 27 giugno presso Forma – Centro Internazionale di Fotografia di Milano, la mostra Raccontare il viaggio. Fotografie e ricordi dalla Pechino-Parigi (1907). Le immagini autentiche, recentemente restaurate, conservate presso la Fondazione Corriere della Sera e esposte qui per la prima volta, insieme ai diari e ai ricordi di una spedizione che ha fatto epoca, raccontano il senso dell’avventura e il significato di uno dei primi grandi reportage di viaggio del nostro tempo.

La mostra dedicata alla Pechino-Parigi, in occasione del centenario dell’impresa (1907-2007), ha la sua origine in un fondo avventurosamente scoperto negli Archivi del Corriere della Sera: una serie di diapositive su vetro con le immagini del celebre raid, utilizzate da Luigi Barzini, corrispondente del Corriere della Sera al seguito di Scipione Borghese, per documentare la celebre traversata in automobile compiuta a bordo dell’Itala.

Il quotidiano francese Le Matin, nel marzo del 1907, aveva lanciato la sfida “C’è qualcuno che accetti di andare, nell’estate prossima, da Pechino a Parigi in automobile?”, raccolta dal principe Borghese, già abituato a simili sfide temerarie. Luigi Albertini, al tempo direttore del Corriere della Sera, aveva mandato il suo inviato di punta ad affiancare la spedizione, con l’incarico di redigere poi le corrispondenze che saranno pubblicate congiuntamente, per accordo editoriale, su Corriere della Sera e Daily Telegraph. Ancora oggi, quei testi rappresentano l’appassionante testimonianza di un’impresa al tempo considerata da molti impossibile.

L'Itala passa ai piedi di un antico tempio cinese vicino a Kalgan

L’Itala passa ai piedi di un antico tempio cinese vicino a Kalgan

Le lastre, pubblicate dallo stesso Barzini all’indomani della spedizione nel volume “La metà del mondo vista da un’automobile” (Hoepli 1908), costituiscono un avvincente reportage e raccontano, con grande nitidezza, i sessanta giorni del viaggio e i suoi  protagonisti alle prese con l’esotismo e la ruvidezza dei paesaggi incontaminati su cui la tecnologia – cioè l’automobile  –  tentava di imporre un nuovo dominio.

Ancora oggi, il fascino della Pechino Parigi è rimasto immutato. Questa mostra, e le sue lastre d’epoca restaurate, rappresenta non soltanto la testimonianza di una grande impresa sportiva, ma un momento cruciale nella storia del giornalismo di viaggio.

 

Genesi

Genesi

Giovedì 3 maggio, alle ore 19.00, si inaugura a Forma, un’ importante mostra- anteprima del progetto fotografico GENESI di Sebastião Salgado.

La selezione delle opere, a cura di Lélia Wanick Salgado, presenta al pubblico italiano ed europeo in anteprima le immagini che Salgado ha scattato durante i pirmi 3 anni del suo lavoro. Si tratta di fotografie realizzate nelle Galápagos, nel parco Virunga del Rwanda, con le balene della Patagonia, nell’ Antartico, nei deserti della Namibia, con gli indiani Alto Xingu del Mato Grosso, o i Dinkas del Sudan.
Le opere, 20 e tutte, in grande formato, sono anche disponibili per la vendita.

Genesi è un grande progetto fotografico che Sebastião Salgano sta portando avanti e che concluderà nei prossimi 5 anni. Queste le considerazioni lui stesso ha voluto scrivere ad accompagnamento del progetto:

“Il mondo è in pericolo. Questo grido d’allarme è tanto frequente da essere in gran parte ignorato. Il nostro rapporto con la natura è andato perduto. Viviamo sotto la minaccia di un disastro ambientale: inconcepibili arsenali di armi nucleari possono essere utilizzati in guerre o attentati terroristici, l’agricoltura industrializzata decima gli habitat naturali, i prodotti chimici avvelenano il suolo e le falde acquifere, le foreste tropicali scompaiono.

 Solo nelle zone incontaminate la biodiversità è ancora florida. In questo mondo primigenio possiamo ancora capire le origini della nostra specie. È lì che cerco i volti incontaminati della natura e dell’umanità: e come siano per lungo tempo riuscite a coesistere in un equilibrio ambientale. Il mio progetto nasce dalle ricerche fotografiche dei miei precedenti libri ma nasce anche da un’iniziativa intrapresa con mia moglie, Lélia Deluiz Wanick, per riforestare 600 ettari di terra in Brasile. Ho chiamato questo progetto Genesi perché il mio obiettivo è tornare alle origini del pianeta: all’aria, all’acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita, alle specie animali che hanno resistito all’addomesticamento, alle remote tribù dagli stili di vita “primitivi” e ancora incontaminati, agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umani. Le fotografie sono divise in quattro capitoli”.

Galápagos Ecuador, 2004.

Genesi, Galápagos Ecuador, 2004

1. LA CREAZIONE

“Per la prima volta ho deciso di realizzare una serie di foto di paesaggio dall’alto con l’ausilio di un aereo o un elicottero. Visiterò le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea; andrò in Antartide e nel sud dell’Argentina e del Cile, nelle terre artiche, nella taiga dell’Alaska e nella tundra siberiana; nei deserti di Cile, Perù, Messico e Stati Uniti, in Namibia, nel Sahara, in Arabia, Cina e Australia; dalle montagne di Canada e Bolivia a quelle di Russia, Cina e Italia.”

2. L’ARCA DI NOÈ

“Non voglio ritrarre animali rari in isolamento ma imparare a “conoscerli” vivere con loro, capirli come potrei capire la mia famiglia. Ho vissuto nelle Galápagos tra tartarughe giganti, iguana e leoni marini, e li ho ritratti in pace, in naturale armonia con i vulcani, la nebbia e gli oceani. Il mio scopo è sollecitare consapevolezza sulla necessità di proteggere e salvaguardare tutte le cose viventi e il mondo che le ospita.”

3. I PRIMI UOMINI

“Nelle regioni incontaminate si possono ancora trovare popolazioni indigene che hanno conservato forme di vita tradizionali. Questi luoghi sono gli ultimi angoli della Terra in cui possiamo ritrovare gli echi delle nostre origini. Cercherò di capire come i nostri predecessori coesistevano con i vari elementi, con la flora e la fauna.”

4. LE PRIME SOCIETÀ

Brasile, 2009.

Genesi, Brasile, 2009

“Quando le tribù primitive divennero consapevoli del mondo esterno, l’umanità passò velocemente a quel genere di conflitti per la sopravvivenza che ho trattato in 30 anni di fotografia. Alcune forme primigenie di organizzazione però sopravvivono ancora oggi, come ad esempio tra i pascoli del Sudan meridionale, dove i nomadi Dinca riuniscono le mandrie nelle stagioni secche, o tra gli indios Huichol del Messico occidentale, nel loro pellegrinaggio annuale verso oriente.”

Sebastião Ribeiro Salgado è il più grande fotografo umanista vivente. Nasce l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, Minas Gerais, Brasile. Studia a Vitoria dove nel 1967 sposa Lélia Deluiz Wanick. I due si trasferiscono a San Paolo, poi a Parigi e Londra, dove Sebastião lavora come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 tornano a Parigi e intraprende la carriera di fotografo. Lavora e viaggia moltissimo, come freelance, e poi per Sygma, Gamma, e Magnum Photos. Tra il 1986 e il 2001 documenta la fine del lavoro manuale nel libro La mano dell’uomo e nella mostra omonima. Si occupa in seguito dei flussi di popolazione, profughi e rifugiati ma anche immigranti verso le megalopoli del Terzo mondo, nei volumi: In cammino e Ritratti di bambini in cammino, accompagnati da grandi mostre itineranti. Molti dei suoi libri e delle mostre sono concepiti da Lélia Deluiz Wanick. Nel 1994, Lélia e Sebastião fondano Amazonas Images. Sebastião Salgado è Rappresentante Speciale dell’UNICEF e membro onorario dell’Accademia delle Arti e delle Scienze degli USA.

Marilyn Monroe,  New York, 1956

Marilyn Monroe, New York, 1956

Un ritratto! Cosa potrebbe essere più semplice e più complesso,

più ovvio e più profondo? (Charles Baudelaire)

La programmazione primaverile di FORMA, Centro Internazionale di Fotografia è quest’anno, interamente dedicata al ritratto fotografico. Dopo le mostre Faccia a Faccia Il nuovo ritratto fotografico e Mandela, il ritratto di un uomo, mercoledì 18 aprile alle ore 18 a FORMA, inaugura Io e gli altri, una mostra curata da Alessandra Mauro,  dedicata a Elliott Erwitt, uno dei più celebrati e apprezzati fotografi contemporanei, membro storico di Magnum Photos. Si tratta di una galleria di 80 ritratti e autoritratti originali, realizzati nel corso della sua lunga carriera: gente comune accanto alle grandi star della politica, dell’arte, del cinema; perché Elliott è in grado di ritrarre con la stessa sensibilità sia la vedova in gramaglie di un presidente americano assassinato che di registrare altrove un surreale ritratto di un cane colto nell’attimo di un salto. “Non mi interessano i paesaggi ma la gente. Voglio che la gente reagisca alle mie foto emotivamente e non cerebralmente. Non mi importa se dopo le mie foto vengono analizzate ma voglio che prima ci sia un contatto emotivo”.   Nella galleria di ritratti selezionati appositamente per Forma, inediti e classici della fotografia. Dalla famosa foto di Kruscev e Nixon che discutono a Mosca nel 1959; a quella di Marilyn Monroe sul set del film ‘Gli Spostati’; da Fidel Castro all’apice della fama mondiale, con un’aria da ragazzino, a Grace Kelly radiosa e poi Marlene Dietrich, Marlon Brando e molti altri. “Molte di queste  fotografie sono state scattate durante viaggi di lavoro, mentre aspettavo che venissero preparate le foto pubblicitarie o alla fine della giornata lavorativa. In altre parole, le ho fatte  perché non mi piace stare senza far niente”.

La festa di fidanzamento di Grace Kelly e del principe Ranieri di Monaco al Waldorf-Astoria Hotel a New York. Gennaio 1956 New York City USA.

La festa di fidanzamento di Grace Kelly e del principe Ranieri di Monaco al Waldorf-Astoria Hotel a New York. Gennaio 1956 New York City. USA

Tra i tanti personaggi ritratti, anche lo stesso Elliott non poteva mancare  e gli autoritratti che Erwitt si è scattato nel corso della sua lunga carriera puntellano  la serie di immagini con un andamento ironico e a volte malinconico. Il volto diell’autore, a volte ritratto con amici, a volte da solo, a volte mascherato, a volte “camuffato”,  è la vera chiave di volta della mostra – il rapporto mai del tutto chiarito, mai del tutto tranquillo tra chi fotografa e chi è fotografato. Tra l’io e gli altri.

Buchi-bassa-2

Vedere l’insolito in ciò che è comunemente privo di ispirazione: il buco. E’ il tema della mostra Buchi. Magia degli Spazi vuoti, in programma a Milano dal 17 al 29 aprile presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia.

Un percorso visivo attorno al tema del buco visto come metafora positiva dei nostri tempi. Oltre quaranta immagini, tutte provenienti dagli archivi di Contrasto – tra le maggiori agenzie fotografiche italiane – presenteranno il punto di contatto tra mondi differenti: un passaggio magico dove il buco è da considerare un “pieno” (di significato) anziché un “vuoto”.


La mostra vuole dunque essere un viaggio all’interno di piccoli varchi magici capaci di far vedere le cose di tutti i giorni da un altro punto di vista, lo spioncino di una porta, il foro in una palizzata, l’occhiello di una giacca o di una ciambella. Divisa per aree tematiche, Buchi. Magia degli spazi vuoti si articolerà in 4 categorie rappresentate:Buchi1 bassa

• Sguardi – Guardare, osservare, spiare, fissare, considerare, mirare, adocchiare, avvistare, contemplare, ammirare, sbirciare… Il mondo visto attraverso un buco, un varco, uno spioncino diventa un caleidoscopio di significati.

• Pietre che parlano – Concrezioni raccolte attorno a un foro, una corona minerale sul capo del vuoto per renderlo ancora più magnetico

• Magie rotonde – Avvolto nel suo mistero, il cerchio magico attrae le energie, inverte i poli magnetici, addomestica le fiamme, muta i sentimenti, incanta i serpenti.

• Dall’altra parte – Varco di passaggio, punto di transito che trasforma, ad esempio, la pula in riso, il riso in pianto, il pianto in mare, in una catena infinita di trasformazioni.

Legato alla mostra, il Concorso Buchi Dop, indetto a gennaio da Emmentaler e valido fino al 30 marzo, da la possibilità a tutti i partecipanti di esprimere il proprio concetto di buco attraverso originali scatti fotografici. Una giuria di esperti selezionerà, tra tutte le immagini pervenute, quella giudicata la più rappresentativa del concetto di Buco, che accompagnerà le foto di Contrasto per tutto il periodo della mostra.

Il volto del 2000,Chris Dorley-Brown

Il volto del 2000,Chris Dorley-Brown

Mercoledì 4 aprile alle ore 18.30 si inaugura a Milano presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra Faccia a Faccia, il nuovo ritratto fotografico. La mostra è una produzione del Musée de L’Elysée di Losanna realizzata appositamente per Forma.

In un’epoca dove veniamo bombardati da immagini patinate di florida bellezza, dove il mito dell’eterna giovinezza è a portata di mano grazie a barili di creme e colpi di scalpello, non dovrebbe sorprendere che la nuova generazione di fotografi tenti di ritrarre il volto in modi del tutto inediti. In questa mostra i curatori, William A. Ewing e Nathalie Herschdorfer, annunciano la morte del ritratto convenzionale. Gli artisti presentano i loro nuovi e provocanti ritratti attraverso una vasta gamma di tecniche, comprese quelle dell’elaborazione digitale, del fotoritocco, del fotomontaggio, della ricampionatura delle immagini, utilizzando i trucchi più svariati per schermare e camuffare. Sostituendo la chiarezza con l’ambiguità, la frazione di secondo con l’eterno istante, il realismo con l’iperrealismo, questi fotografi fanno vacillare i concetti di salda identità, di volto inteso come “specchio dell’anima”, di fede nell’assoluta “fedeltà” della fotografia, dell’essenza della bellezza. Per dirla con Ewing, questa ritrattistica nuova ed esaltante, che si incentra su quello che è svelato piuttosto che su quel che è nascosto, è curiosamente più vicina alla ritrattistica del XIX secolo che non a quella del XX.

Soldato americano  2004, Suzanne Opton.

Soldato americano 2004, Suzanne Opton

Che si tratti della raccolta di fotografie atipiche dei leader mondiali di Jirí David,dei disarmanti ritratti dei soldati americani di Suzanne Opton o del bellissimo “volto del 2000” di Chris Dorley-Brown, un’immagine composita formata da 2000 volti, tutte queste facce, 100 fotografie originali in tutto, reclamano la nostra attenzione. Esplorando nuove e audaci strategie di rappresentazione, gli artisti presenti in questa mostra propongono al resto del mondo dei visi a volte seducenti, a volte toccanti, altre ancora spaventosi, ma sicuramente mai scontati.

In mostra, oltre alle 100 immagini, ci saranno anche due video istallazioni.

Il libro Faccia a Faccia Il nuovo ritratto fotografico è pubblicato da Contrasto (Formato: 28 x 23,5 cm, 240 pagine, 260 fotografie, € 55,00).

William A. Ewing direttore di uno dei musei di fotografia più importanti del mondo: il Musée de l’Elysée, a Losanna, in Svizzera. Autore di oltre una dozzina di libri che trattano dei diversi aspetti della fotografia e curatore di un numero cospicuo di esposizioni internazionali sul tema del corpo e del volto.

Nathalie Herschdorfer curatrice associata del Musée de l’Elysée di Losanna, è una storica dell’arte specializzata in storia della fotografia. Ha, in oltre, collaborato alla cura di numerose importanti mostre internazionali di fotografia.

Mario De Biasi

Mario De Biasi

Dal 4 al 15 aprile 2007, presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, si terrà un’importante mostra fotografica dedicata ad un artista eclettico, capace non solo di immortalare scene di una quotidianità che accomuna diverse culture, ma anche di seguire percorsi ispirati dalla sua passione creativa: Mario De Biasi.

Attraverso le immani esposte il visitatore potrà costruire un percorso visivo del tutto personale tra passato e futuro, tra un viaggio in bianco e nero nel mondo per ritrarre le persone a tavola e un’esplosione di colore per trasformare materiali semplici come la plastica e la carta in opere d’arte.
Gli scatti dedicati al “mondo a tavola” ritraggono con la forza del bianco e nero la nostalgia di un quotidiano rassicurante, lontano ma irripetibile e alle volte sconosciuto come la foto del guardiano del Duomo che mangia nella sua “schichèta”. Momenti in cui lo stare a tavola è allo stesso tempo un rituale, un piacere, una voglia di comunicare, la soddisfazione di un bisogno e la di rappresentazione di civiltà. Le storie che Mario De Biasi racconta in questa esposizione sono accomunate dall’acqua: un elemento semplice e prezioso che accompagna sia il pasto semplice sia quello più sontuoso. Un fil rouge che il visitatore ritrova anche nell’allestimento. Mario De Biasi è soprattutto un uomo curioso che ama sperimentare, confrontarsi e approfondire temi non strettamente legati al reportage.

Mario De Biasi

Mario De Biasi

Nel 2004 mentre lavorava a uno dei suoi molti progetti – quello dei cuori- ha utilizzato materiale che aveva a portata di mano, i casa, per comporne uno: i tappi delle bottiglie dell’unica acqua che beve… Ferrarelle.

Il risultato di questo esperimento è rappresentato da più di 80 fotografie piene di vita, di personalità e di energia. Dal racconto di questo esperimento che si è trasformato in un vero e proprio progetto emerge la visione di un artista che usando la propria curiosità riesce a creare atmosfere da sogno con materiali poveri e inconsueti. «Ho strappato l’etichetta rossa, immortalando “ferr” e “elle”, la “le” e la “F” su sfondi colorati, con angolature diverse, ma senza usare luci particolari ritoccare le immani al computer» racconta Biasi. «Il risultato di questa mia “distrazione” dallo studio sui cuori è un viaggio onirico, è u racconto d’acqua nato da un’ispirazione spontanea che deriva dal mio solito senso inesauribile di curiosità» conclude l’arista. Le stampe di questa passione fulminea hanno riposato nello studio di De Biasi finché un amico dell’artista, dopo averle viste lo presenta al nuovo proprietario di Ferrarelle: Carlo Pontecorvo.

Mario De Biasi

Mario De Biasi

La curiosità che ha portato Mario de Biasi da Nord a Sud, da Est a Ovest, che gli ha fatto immortalare donne e uomini di tutto il mondo in immagini forti, dure ma anche piene di speranza si trasforma in questa mostra in curiosità di vivere, di sognare, di trovare nuove strade da percorrere, nuovi orizzonti da raggiungere e storie diverse da raccontare.

Mario De Biasi è nato a Belluno nel 1923. Milanese di adozione, nel 1948 presenta a sua prima mostra personale. Nel 1953 inizia la collaborazione con la rivista Epoca, per la quale realizza centinaia di copertine ed innumerevoli reportage in ogni parte dl mondo: per oltre 30 anni la sua vicenda professionale si è intrecciata con quella del giornale. Le sue opere sono state esposte n tutto il mondo, ha pubblicizzato oltre novanta libri di fotografia e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali. All’attività di fotografo affianca quella di disegnatore alla quale si dedica con passione quando non fotografa e non insegna. 

Dal 15 dicembre fino al 14 gennaio 2007 Forma, Centro Internazionale di Fotografia presenta COLLEZIONA, un’iniziativa rivolta ai collezionisti e agli appassionati di fotografia d’arte. A partire da venerdì 15 dicembre (presentazione giovedì 14 dicembre alle ore 19) e fino a domenica 14 gennaio 2007, sarà possibile acquistare le opere fotografiche della collezione Forma, che saranno eccezionalmente esposte nella sala delle Capriate (sala conferenze) di Forma.

FRANCE. August, 1949. Henri Matisse in his studio.

August 1949, FRANCE. Henri Matisse in his studio

Tra i circa 80 autori presentati, sarà possibile visionare ed acquistare preziose opere vintage di autori quali Eugene Atget, Margaret Bourke-White, Robert Capa, Maxime Du Camp, Alfred Eisenstaedt, Man Ray, Gordon Parks, Eugene W. Smith; maestri della fotografia italiana, tra cui Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Piergiorgio Branzi, Vincenzo Castella, Fabrizio Ferri, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Nino Migliori, Paolo Monti, Ferdinando Scianna; grandi classici, come Elliott Erwitt, André Kertész, William Klein, Jeanloup Sieff, Horst P. Horst, Sebastião Salgado; autori contemporanei di fama internazionale , tra cui David LaChapelle, Maurizio Galimberti, Nan Goldin, Martin Parr, Bettina Rheims, Deborah Turbeville e nuove proposte, come Paolo Ventura, Massimo Siragusa, Giacomo Giannini, Claudia Romiti, Mauro D’Agati.

L’iniziativa è accompagnata da un catalogo della collana I Quaderni di Forma, uno strumento di immediata consultazione per chi desidera avvicinarsi al collezionismo fotografico. All’interno del quaderno, saranno presentate tutte le opere del progetto COLLEZIONA complete di didascalie, biografie degli artisti, prezzo della stampa e con un glossario di termini tecnici, utile supporto per comprendere al meglio le caratteristiche di ciascuna opera fotografica. 

Brussels, Belgium 1932.

Brussels, Belgium 1932

Mercoledì 29 Novembre alle ore 18.30, si inaugura a Milano, a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra Henri Cartier-Bresson: di chi si tratta?

L’antologia completa di un maestro, a cura di Robert Delpire e prodotta dalla Fondation Henri Cartier-Bresson.

Henri Cartier-Bresson è stato spesso definito l’occhio del secolo: effettivamente, nessuno come lui ha saputo condensare nella sua vita e negli anni di intensa attività fotografica e artistica, un’osservazione sempre puntuale e profonda, attenta e originale, sul mondo intorno a sé, i protagonisti, gli avvenimenti principali ma anche i piccoli, apparentemente insignificanti ma densi di vita, “attimi decisivi” che lui – e solo lui – riusciva a cogliere con la sua macchina fotografica quando, come affermava, si riesce a “mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio”.

Il patrimonio di immagini e di contenuti di Cartier-Bresson è enorme e la Fondazione che porta il suo nome, insieme a Magnum Photos, ha messo a punto una grande mostra retrospettiva realizzata quando l’autore era ancora in vita e quindi sotto la sua diretta supervisione.

André Pieyre de Mandiargues et Léonor Fini. Trieste, Italy, 1933

André Pieyre de Mandiargues et Léonor Fini. Trieste, Italy, 1933

Stampe originali, disegni, documenti e testimonianze, film e ingrandimenti fotografici: il materiale espositivo accompagna il visitatore a scoprire (o a riscoprire) l’importanza e la portata della vita e dell’opera di un grande maestro del Novecento.

Questa mostra rappresenta quindi un evento irrinunciabile e prezioso, con pochi e pensati appuntamenti internazionali. Parigi, Amsterdam, Berlino e Londra sono le uniche città dove questa mostra ha fatto tappa in Europa e ora arriva a Milano, a Forma – Centro internazionale di Fotografia, per l’unica e imperdibile tappa italiana.

Da novembre 2006 a marzo 2007 Cartier-Bresson e la sua celebre “arte senza arte” saranno in mostra a Milano.

Ripercorrendo le tracce e le domande con cui l’artista si è confrontato durante la sua esistenza, la mostra propone il ritratto di un uomo che è stato testimone privilegiato  dei cambiamenti politici, economici e artistici del ventesimo secolo. Un viaggio attraverso il tempo di Cartier-Bresson e la sua vita, rintracciando quel che il suo occhio ha catturato e quello che lo ha influenzato in un particolare momento. In mostra oltre 200 stampe contemporanee (tra cui alcuni inediti), ma anche 50 stampe vintage (originali d’epoca), documenti e disegni originali, film su di lui e altri realizzati da lui. E poi libri, monografie, storie, ricordi personali, foto di famiglia e oggetti d’arte collezionati dall’autore. Un modo per gettare nuova luce e nuovi contenuti su una vicenda personale e artistica emblematica del Novecento e per rispondere alla domanda: Chi era veramente Henri Cartier-Bresson? Di chi si tratta?

Il libro che accompagna la mostra, pubblicato da Contrasto, presenta il materiale della mostra organizzato e “introdotto” da una serie di importanti testi scritti da amici e studiosi come Robert Delpire, editore, Jean Clair, direttore del Museo Ricasso, Parigi; Peter Galassi, direttore del Dipartimento di fotografia del Museum of Modern Art, New York; Philippe Arbaizar conservatore della Bibliothéque Nationale de France; Claude Cookman, professore di Comunicazione visiva dell’Università dell’Indiana, Bloomington, USA; Serge Toubiana, critico cinematografico; Jean Leymarie, già direttore della Accademia di Francia in Italia.

Una biografia e una completa cinematografia e bibliografia rendono il libro uno strumento essenziale per chi voglia studiare il lavoro di HCB.

“Speriamo di fornire la risposta alla domanda “Henri Cartier-Bresson: di chi si tratta?” utilizzando tutte le forze vive che hanno accompagnato un uomo che non si è limitato a inserirsi in una tradizione ma è diventato uno dei più brillanti talenti della storia della fotografia”. (Robert Delpire)

Mercoledì 11 ottobre alle ore 19, si inaugura a Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra di Paolo Ventura, IN TEMPO DI GUERRA.

Paolo Ventura

Paolo Ventura

Ad una prima occhiata In tempo di guerra, può sembrare una mostra in cui l’autore crea e racconta gli scenari crudi e intensi della Seconda Guerra Mondiale: il cadavere di un soldato che giace tra le montagne del centro Italia; un tedesco a Milano, nascosto in una cantina di una casa in Via Monte Nevoso, che viene catturato da alcuni partigiani ,dei soldati tedeschi a Torino che osservano il corpo del “gappista” G. Masi appena ucciso in uno scontro a fuoco. Ma, a differenza di altri lavori, le foto di Ventura sono palesemente finte: le immagini sono frutto di una meticolosa messa in scena e ognuna rappresenta un inesistente ma verosimile ricordo.

I soldati sono giocattoli e le scene e gli oggetti tra cui si muovono sono tutti riprodotti in scala. Come in una grottesca “casa di bambola”, Ventura mette in scena la guerra come rappresentazione ludica e grottesca senza sacrificare l’emozione e il dolore. Una riflessione sorprendente e profonda sul valore della documentazione e della memoria.

Paolo Ventura

Paolo Ventura

Di In tempo di guerra Francine Prose ha scritto: “queste fotografie generano una sospensione temporale, un silenzio malinconico durante il quale ci sembra quasi di sentir bisbigliare i misteri che riguardano la vita e la morte, il tempo e l’età, l’infanzia, l’innocenza e la consapevolezza dell’essere adulti, l’arte, la guerra, la storia, e poi domande come ‘Cosa stiamo guardando?’, ‘Cosa ci sembra di guardare?’, ‘E cosa pensiamo di quello che stiamo guardando?’”.

In tempo di guerra è stata presentata a New York presso la galleria Hasted Hunt, alla Photobiennale di Mosca a fine Marzo 2006, ad Arles a Luglio in occasione di Les Rencontres de la Photographie dove ha riscosso moltissimo sucesso.

Il libro è pubblicato da Contrasto.

“Stiamo aspettando dal governo un piano di ricostruzione che ci dica dove e come ricostruire le nostre case… e speriamo che arrivino anche abbastanza soldi per farle”.

(Hidayat Ali Shah, 50 anni, Valle Kaghan)


“Ho circa 35 studenti e quando c’è un esame li porto fuori da una tenda, così non copiano. 
Però se piove devo rimandare il compito in classe al primo giorno di sole”.

(Maestro del villaggio di Chakoti)

Lunedì 9 ottobre alle ore 18.30 si inaugura a Milano presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra PAKISTAN, LA SCUOLA NEL CIELO di Giovanni Diffidenti.

Giovanni Diffidenti

Giovanni Diffidenti

 

Sono queste le testimonianze che Giovanni Diffidenti ha immortalato con gli scatti fotografici realizzati nel suo viaggio nel Pakistan settentrionale, tra le macerie di una regione duramente colpita dal sisma del 2005 e che, oggi, a distanza di un anno, fatica a ritrovare la normalità. Attraverso le fotografie di Diffidenti, in mostra dall’11 al 29 Ottobre presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la gente del luogo prende finalmente la parola e, senza altre mediazioni, disvela la propria storia. A fronte della dimenticanza della comunità internazionale e dei grandi media, che sembrano aver ormai archiviato questa emergenza umanitaria ancora in atto, nessuna denuncia può essere più forte ed efficace di questi volti. Le foto di Giovanni Diffidenti ci parlano di distruzione, lavoro, sgomento, ma anche di coraggio, incontro e solidarietà. Negli scatti, il dramma del sisma sembra essersi sublimato nella determinazione degli abitanti, decisi a ripartire, a continuare a vivere. In questo contesto, dunque, la ricostruzione assume il significato di rinascita.

La mostra è un’importante occasione di sensibilizzazione, senza altri filtri se non l’obiettivo della macchina fotografica, ma anche di partecipazione attiva al progetto “La scuola nel Cielo”, promosso da MEDIAMARKET per garantire supporto all’iniziativa di ricostruzione del Cesvi, con la collaborazione di Canon.

Giovanni Diffidenti

Giovanni Diffidenti

Acquistando il libro che raccoglie l’intero reportage fotografico, disponibile presso i punti vendita Media World e Saturn, si partecipa al finanziamento della ricostruzione di una scuola elementare. Il costo della pubblicazione, pari a 6,90 Euro, è interamente devoluto all’iniziativa.

“[…] Le risposte che la comunità internazionale riesce a dare alle differenti situazioni sono però diverse, a seconda delle circostanze. Il sostegno delle persone e la vicinanza spirituale sono simili, ma spesso, le risposte concrete non lo sono affatto, e dunque gli interventi a fronte di grandi o piccole tragedie, di arretratezze, di carestie ed epidemie, di guerre e devastazioni e le persone che ne sono tragicamente coinvolte, trovano attenzioni e sostegni diversi per tanti motivi. Questo genera in noi il pensiero che si debba avere ancora più attenzione verso quelle situazioni che, per varie circostanze, sono meno seguite dai media e dal grande pubblico”. (Pierluigi Bernasconi AD Mediamarket dal libro La scuola nel cielo).

Lunedì 25 settembre alle ore 18.30 si inaugura a Milano presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra SEVEN, sette volte Fuzzi e Rufen Afanador.

San Giovanni in Marignano, 28 agosto 2006 – Fuzzi, azienda di moda da cinquant’anni sinonimo di alta qualità e sperimentazione creativa, presenta in esclusiva a Milano, durante la settimana della moda, la mostra fotografica SEVEN, il meglio dei Sette Cataloghi delle collezioni Fuzzi nati dall’incontro tra la stilista Anna Maria Fuzzi e il grande fotografo.

Ruven Afanador

Ruven Afanador

In un prestigioso allestimento allo spazio Forma, dal 25 settembre al 1 ottobre, sarà possibile rivedere gli scatti che hanno interpretato la linea Fuzzi inventando un modo tutto nuovo di comunicare le collezioni moda, lontano dalle passerelle e con una carica espressiva di elevato glamour. SEVEN mostra in Italia per la prima volta il lavoro di FUZZI visto attraverso l’obiettivo di un prestigioso fotografo nella cornice delle attese passerelle milanesi.

I Magnifici Sette. I cataloghi sono sette storie per entrare nel mondo Fuzzi. Ogni collezione è interpretata secondo criteri diversi, per questo, pur nella loro continuità espressiva, i cataloghi sono opere uniche da conoscere grazie ad un momento celebrativo dell’intero lavoro. L’esposizione offrirà una carrellata dei migliori fotogrammi delle sette collezioni, dalla primavera – estate 2003 alla primavera – estate 2006, vestite da icone dell’immagine o top model, come Kirsten Owen ed Eva Riccobono, in location indimenticabili che diventano tutt’uno con i colori, le forme e il Glamour della donna Fuzzi.

Ruven Afanador

Ruven Afanador

Il Libro Fotografico. Le numerose richieste di cataloghi hanno spinto Anna Maria Fuzzi a ideare un volume in grado di rappresentare il percorso stilistico – creativo realizzato in questi ultimi anni. Il prestigioso libro fotografico SEVEN, edito da Contrasto in 1.000 copie, sarà disponibile nelle migliori librerie a partire dalla fine di settembre. La presentazione del libro si terrà in occasione dell’inaugurazione della mostra fotografica.

La società Fuzzi di San Giovanni in Marignano è un’espressione unica nel panorama della moda italiana. Da più di cinquant’anni Fuzzi crea linee d’abbigliamento contraddistinte dall’elevata qualità e dalla ricerca continua. Ciò le ha permesso di raggiungere dei traguardi innovativi nella realizzazione del proprio stile e di guadagnarsi una posizione riconosciuta su tutti i mercati.


Ruven Afanador. Nato e cresciuto in Colombia, Ruven Afanador deve tanto al cinema italiano e al glamour delle passerelle milanesi. Fotografo di moda molto apprezzato, ha ricevuto nel 2000 il titolo di “Miglior Fotografo dell’Anno” al Trofeo della Moda di Parigi.

Si inaugura a Forma,  mercoledì 13 settembre alle ore 19, la retrospettiva completa di uno dei più originali, innovativi e conosciuti fotografi dei nostri giorni. Membro di Magnum Photos, Parr ha raccolto qui le sue immagini più sorprendenti, gli allestimenti più famosi, il fascino, l’ironia e il paradosso della sua visione.

Questa mostra antologica intende esplorare le modalità con cui, nelle ultime tre decadi (1970-2005), l’autore sia riuscito a rivitalizzare e connotare in modo unico la fotografia di documentazione sociale, diventandone una delle figure più innovative ed influenti.

1975 GB. ENGLAND. Yorkshire. Steep Lane Baptist Chapel. Buffet lunch

GB. England. Yorkshire, 1975. Steep Lane Baptist Chapel. Buffet lunch

Una parte delle sue realizzazioni più importanti ed innovative risale a quando l’autore era ancora nell’Inghilterra del nord, durante i primi anni ’70. La sua attenzione, rimasta poi costante, per la vita sociale e domestica, si manifesta nelle invenzioni e negli allestimenti di questo periodo: Home Sweet Home, Love Cubes e June Street, una ricognizione sulle case del ceto medio lavoratore di Manchester alla ricerca del “sublime ordinario”. Da allora, molti altri lavori sono stati realizzati. Molte storie, molte provocazioni, molte incursioni nella sfera dell’ordinario e del cattivo gusto, alla ricerca di quel senso comune, così spesso acclamato ma che – se visto particolarmente da vicino – rivela tutto il suo orrore e il paradosso di una orribile ma rassicurante familiarità.

La mostra, a cura di Val Williams, con 200 fotografie tra colore e bianco e nero, presenta dunque l’intera produzione di Martin Parr e cerca di ricreare, laddove possibile, il senso delle istallazioni realizzate in passato, per recuperare l’atmosfera dei suoi diversi interventi artistici e fotografici. Le immagini provengono da diversi lavori realizzati da Parr : Early black and white works, Mental Hospital (1970 ca.), Love Cubes (1970 ca.), June Street (con Daniel Meadows), Home Sweet Home (1973), Butlins by the Sea (1973), Hebden Bridge Series (1976-77), Beauty Spots (1973-76), Bad Weather (1980-82), The Last resort (1983-86), One Day Trip (1989), The Cost of Living (1989), Small World (1995), Home and Abroad (1993), Common Sense (1999). Prima di Milano, che sarà l’unica tappa italiana, la mostra è stata presentata con successo al Barbican di Londra e alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi.

Il catalogo Martin Parr (355 pagine, 600 fotografie, 79.00 Euro) a cura di Val Williams è pubblicato da Contrasto.

Grattando la patina superficiale di Martin, si scopre il transpotter, il collezionista di bottiglie del latte, l’accumulatore, il personaggio che opera su una diversa lunghezza d’onda, mostrando quanto c’è di ottuso e banale nel grande disegno della realtà (dall’introduzione di Val Williams).

1985 GB. New Brighton. The Last Resort.

GB. New Brighton, 1985. The Last Resort

Martin Parr è senz’altro il più celebre e celebrato fotografo inglese contemporaneo. Nato a Epsom nel Surrey nel 1952, dopo aver studiato fotografia al Manchester Polytechnic (1979-1973), si dedica al fotogiornalismo realizzando numerosi reportage per riviste e diverse compagnie teatrali. Nel 1974, insegna fotografia all’Oldham College of Art, poi a Manchester, Dublino e Newport. È autore di vari lavori, tra cui Bad Weather (1984), The Last Resort (1986), The Cost of Living (1989), Common Sense (1999). Dal 1994 è membro di Magnum Photos. Parr è stato un testimone privilegiato della società britannica dell’ “era Thatcher”. Con le sue foto di medio formato, caratterizzate dell’uso molto contrastato e luminoso del colore, racconta la storia del gusto (vestiti, interni, accessori…) e dei comportamenti della classe media inglese (e non solo) negli anni Ottanta (Strawberry Tea, 1987-1989).

Il lavoro sociologico di Parr acquista maggiore importanza negli anni ’90 e si rivolge ad altri temi (la moda) e ad altri paesi (Giappone). La sua fama è rapidamente cresciuta in questi ultimi anni, e oggi Martin Parr è tra gli autori più acclamati nel campo della fotografia documentaria e anche della moda e della pubblicità. Negli ultimi anni ha anche ampliato e consolidato la sua attività come curatore ed editor di progetti fotografici: nel 2004 Martin Parr è stato direttore artistico dei Rencontres di Arles; nello stesso anno ha pubblicato, insieme a Gerry Badger la prima parte del suo Photobook, a History (il secondo volume è atteso nel 2006).

1975 IRELAND. Dublin. Bad Weather.

IRELAND. Dublin, 1975. Bad Weather

Nel 2005 realizza la prima edizione di Fashion Magazine un libro-rivista sulla moda creato da Magnum e interamente realizzato con fotografie e testi prodotti da Martin Parr, che è stato presentato in tutto il mondo. In occasione di FotoGrafia, Festival internazionale di Roma del 2006, su incarico del Comune di Roma ha realizzato un lavoro originale sulla città di Roma, presentata ai Musei Capitolini nella primavera 2006 con il volume collegato: Tutta Roma (Contrasto, 2006). Recentemente ha curato la mostra retrospettiva e il libro di David Goldblatt, rivelazione dei Rencontres D’Arles del 2006, e in programma successivamente a Winterthur e a Milano. Tra i suoi libri più recenti: Mexico (Boot, 2006). 

Martedì 25 luglio alle ore 18,30 si inaugura a Milano presso FORMA- Centro Internazionale di Fotografia la mostra UN’ESTATE LOMO.

Un’estate Lomo raccoglie alcuni lavori della Lomographic Society, un’organizzazione atttiva a livello mondiale che si occupa di fotografia sperimentale e creativa. La mostra presenta un collage di immagini, definito Lomowall, in cui le fotografie, rigorosamente 7×10 cm, solo apparentemente sembrano essere accostate in maniera casuale. In realtà sono riunite per creare giochi, incastri, inquadrature di primi piani, dettagli o semplicemente posture improbabili. I colori saturi e l’aspetto estetico dell’insieme creano un effetto visivo che coinvolge e affascina l’osservatore, le riprese sono ravvicinate e sproporzionate e rappresentano esattamente la realtà che ci circonda. Per i “Lomografi” questo modo di scattare diventa un manifesto che respinge la rincorsa alla perfezione tecnica in quanto tale.

La Lomographic Society viene creata nel 1992 a Praga da due studenti, Matthias Fiegl e Wolfgang Stranzinger dopo aver scoperto, in un mercato underground, le potenzialità della Lomo, una piccola macchina fotografica prodotta a San Pietrobuurgo.

In occasione della mostra è possibile acquistare diversi prodotti Lomo e il volume “The World Through A Plastic Lens”, la più completa raccolta di immagini, testimonials, trucchi del mestiere, tecniche classiche ed esperimenti mai realizzati con le macchine fotografiche Lomo. 

Mercoledì 12 luglio 2006 alle ore 19.00, si inaugura a Forma – Centro Internazionale di Fotografia, la mostra Cartoline dall’Italia, con la cura di Giovanna Ginex.

La mostra, che si snoda attraverso un percorso espositivo ricco di oltre 700 cartoline storiche, è realizzata interamente con i preziosi e inediti materiali provenienti dall’Archivio storico del Corriere della Sera. Fin dai primi anni del Novecento abbonati e lettori cominciarono a testimoniare la loro affezione per il giornale, spedendo alla redazione cartoline illustrate da ogni parte d’Italia e inaugurando una prassi che si è protratta fino agli anni Settanta.

Fiumetto (Pietrasanta) - Spiaggia

Fiumetto (Pietrasanta) – Spiaggia

A fronte di un lavoro sistematico di schedatura e riordinamento di circa 6500 cartoline fotografiche, curato dalla Fondazione Corriere della Sera, il percorso espositivo conduce il visitatore in un viaggio attraverso tutta l’Italia dagli inizi del Novecento fino agli anni Settanta. La divisione in sezioni offre un excursus tematico in cui l’immagine racconta, in modo inedito, curioso e allo stesso tempo eloquente, i cambiamenti e le trasformazioni paesaggistiche, urbane, tecnologiche e sociali di un intero paese.

Ma non solo. Il progetto espositivo mira a tracciare un’inedita storia di un segmento editoriale, evidenziando la grande qualità della fotografia storica in cartolina, particolare forma espressiva che vide coinvolti importanti autori fotografi e editori, tra cui anche la Rizzoli. Questi, a margine della loro attività principale, si dedicarono con passione e spirito imprenditoriale alla produzione di cartoline illustrate. Dalle cartoline più antiche, di impostazione fotografica documentaria o pittorica, fino ad arrivare a quelle Pop degli anni Settanta con i loro colori sgargianti, il pubblico potrà ritrovare qualche luogo del proprio passato e riconoscersi in questi piccoli oggetti che hanno accompagnato i momenti di svago di ognuno di noi.

Alla mostra è associato un catalogo, edito per l’occasione da Contrasto, che propone un’accurata selezione di oltre cento immagini.

 

Mercoledì 14 giugno alle ore 18.30 si inaugura a Milano presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra LE CERAMICHE PERSE di Vittorio Moltedo.

Vasi colorati a forma di cigni, di sirene evanescenti oppure di pesci. Questo libro presenta la curiosa collezione Calabrò, una raccolta sistematica di ceramiche Kitsch, unica nel suo genere, fotografata da Vittorio Moltedo.

Vittorio Moltedo

Vittorio Moltedo

Racconto di una passione per le piccole ceramiche dai colori improbabili e dalle forme esotiche, a volte familiari, raccolte con passione meticolosa nelle bancarelle dei mercatini domenicali e catalogati con metodo e amore. Sono le famose “piccole cose di pessimo gusto”, i soprammobili che tutti conosciamo, o abbiamo visto o hanno, anche se solo fuggevolmente, animato e arredato il nostro passato familiare.

Pagina dopo pagina sfilano portaoggetti, bicchierini, posacenere o vassoi per piccola pasticceria. Regali di nozze, ricordi di viaggio, portafortuna, piccoli oggetti umili e dozzinali che, semplicemente “sono sempre stati lì” e che ora in questo libro si fanno guardare per un poco, da soli, nel silenzio di una pagina bianca. Questo quasi inconsapevole gioco dadaista dello spaesamento di un oggetto dal suo contesto d’uso finisce per donargli un’aurea altra, percepibile soltanto da chi ama l’arte. Il loro essere entrati in una “speciale moltitudine” li carica di una nuova luce alchemica: una moltitudine ordinata, da esercito cinese, di oggetti colorati, brillanti, rimasti per decenni invisibili all’élite che trovano ora, finalmente, un rinnovato significato

Le fotografie di Vittorio Moltedo sono a disposizione per i collezionisti presso la Printroom di Forma, in cui è possibile prendere visione di un’ampia selezione di opere fotografiche da collezione. 

Lunedì 15 maggio alle ore 18.30 si inaugura a Milano presso Forma, Centro Internazionale di Fotografia, la mostra VUCCIRIA di Mauro D’Agati. 

Mauro D'Agati

Mauro D’Agati


La Vucciria è il più vecchio e famoso mercato nel centro di Palermo. Dopo essere stato per decenni il cuore pulsante e colorato del capoluogo siciliano, tanto da diventare oggetto di capolavori di maestri quali Leonardo Sciascia e Renato Guttuso, oggi è diventato un luogo di degrado e miseria a causa del collasso fisico ed economico del centro storico di Palermo. Mauro D’Agati fotografo palermitano ha lavorato a lungo in questi luoghi tracciando attraverso le sua fotografie di straordinario impatto, il profilo di una realtà forte e articolata, arrivando con immagini dirette e sature di colore a comunicarci l’atmosferadi uno dei più incredibili posti al mondo.

Mauro D'Agati

Mauro D’Agati

“È come se esistesse una sorta di destino comune che accompagna il disfacimento umano e le macerie di quei luoghi; un’assuefazione all’erosione di anime e muri alimentata da decenni di immobilità. Si vive ancora nelle macerie della seconda guerra mondiale, o in insospettabili case ristrutturate. La Vucciria è un piccolo ma in realtà immenso quartiere multietnico in continua trasformazione, con le sue regole, i suoi personaggi fantastici, un grandioso fascino decadente sospeso fra passato e presente senza una prospettiva futura se non quella della fine biologica di chi lo abita”.(Mauro D’Agati)

Charlie Chaplin, 1952 by W. Eugene Smith

Charlie Chaplin, 1952 by W. Eugene Smith

Si inaugura a Forma, mercoledì 19 aprile alle ore 19, la mostra Life I grandi Fotografi, una retrospettiva che racconta il meglio dei grandi fotografi che hanno collaborato con la storica rivista americana.

Per tutto il XX secolo i fotografi della rivista Life hanno raccontato con le loro immagini ogni aspetto della vita umana. Vedere la vita, vedere il mondo era il motto impresso nel primo numero di Life e veramente, con il loro stile inconfondibile, i fotografi di questa rivista hanno impreso una volta nella maniera d comprendere l’attualità, di vederla e di raccontarla attraverso le immagini.

La mostra, Life I grandi Fotografi, che sarà presentata a Forma è una produzione inedita, messa a punto proprio per questa occasione, un insieme di circa 150 fotografie tra le più celebri realizzate dai fotografi di Life racconteranno la nascita, l’evoluzione e lo stabilizzarsi di una visione che è diventata decisiva per tutto il Novecento: il mondo della maniera di Life.

In esposizione, le immagini migliori dei fotografi di staff e di alcuni altri celebri collaboratori della rivista: da Eisenstaedt a Bourke-White, da Mydans a Parks, da Eugene Smith a Robert Capa. La testimonianza del talento, della creatività e del coraggio di questi autori è racchiusa in questa mostra.

Un ragazzo da spettacolo in una piscina, Italia, 1963 by Paul Schutzer

Un ragazzo da spettacolo in una piscina, Italia, 1963 by Paul Schutzer

All’esposizione antologica viene associata anche una preziosissima selezione di stampe vintage di Life , che sarà inaugurata lo stesso giorno nella sala bianca di Forma: Used in LIFE MAGAZINE. Con questo timbro venivano contrassegnate, sul retro, le stampe che erano state effettivamente usate per la pubblicazione sulla rivista e sotto questo titolo sono raccolti i vintage utilizzati dagli anni 30 agli anni 50 per la pubblicazione della rivista e scelte da Forma da Howard Geendberg, tra i galleristi ù noti e affermati di New York e grande conoscitore di Life.

Il volume che accompagna la mostra è pubblicato da Contrasto e contiene le opere migliori di fotografi di staff e di alcuni altri collaboratori della rivista: 99 tra i più grandi fotografi della storia, da Eisenstaedt a Bourke-White, da Mydans a Parks, da W. Eugene Smith a Robert Capa fino a Morse e a McNally, il cui recente servizio sul round Zero si inserisce nella grande tradizione di Life. Il libro è a più completa antologia fotografica di Life mai pubblicata:

“I fotografi che lavorano per life riprendono il mondo che li circonda e prestano una particolare attenzione alle persone che lo abitano e alle loro attività. Ciascuno di noi è convinto di saperlo fare meglio di chiunque altro (ma forse non tutti abbiamo ragione). Molte delle nostre foto restano impresse nella memoria e diventano veri classici. Per quale motivo? Credo perché conservano la capacità di sorprendere.La parola scritta diventa rapidamente obsoleta: una notizia vecchia è un ossimoro. Invece le fotografie vecchie continuano a richiamare la nostra attenzione, e credo sia proprio questo lo spartiacque tra le ambizioni dei fotografi e quelle dei giornalisti. L’ambizione di creare opere che non perdano mai d’interesse è la base portante di questo libro”. (John Loengard)

MiArt 2006 dal 30 marzo al 2 aprile 2006, Fieramilanocity

Piergiorgio Branzi

Cantastorie Tricarico

Si apre il 31 gennaio, presso FORMA – Centro Internazionale di Fotografia di Milano, la mostra di Piergiorgio Branzi, Incanti e altri ritratti, a cura di Paolo Morello. Una serie di  40 immagini in bianco e nero offrono un omaggio all’autore e ai suoi paesaggi del Mediterraneo, ai suoi visi colti come nel momento di trattenere un segreto, alle forme e agli spazi ritratti con raffinata sapienza compositiva.

Con la tecnica della stampa giclé, utilizzata in questa mostra da Branzi, le immagini sembrano animarsi di una luce nuova, di un contrasto più denso. Particolari rimasti sepolti sulla pellicola riaffiorano, diventano materia, intessono di spessore il nero e il bianco della trama e le fotografie trovano una dimensione diversa, più nuova e insieme antica.

La serie dei muri, i volti del sud d’Italia, i paesaggi dell’Andalusia, i “giardini incantati” sommersi di neve: i temi cari al suo sguardo sono tutti in questa mostra e confermano Piergiorgio Branzi grande autore e interprete delle forme e degli spazi della fotografia italiana.

Delle molte, possibili anime della fotografia italiana, Piergiorgio Branzi incarna quella più colta, più aristocratica. Formatosi nella tradizione figurativa rinascimentale toscana, dotato di una naturale eleganza, presto abbandona la ricerca formale per diventare un maestro del “ritratto ambientato”. Monsignori, bambini, borghesi, paesani, colti di sorpresa, con sottile sarcasmo, restano in equilibrio tra un lirismo sommesso e una vivida caratterizzazione psicologica. Memorabili sono i suoi diari di viaggio: dalle prime escursioni a Napoli e ad Ischia nel 1953, ai viaggi in Puglia e Lucania nel 1955, in Spagna nel 1956, in Grecia nel 1957, in India nel 1960. Tra i primi a cogliere la modernità dei grandi modelli stranieri e a sperimentare l’uso del nero profondo, a quel tempo sconosciuto in Italia, con Paolo Monti e Mario Giacomelli, Branzi fu anche un innovatore geniale dei codici linguistici della fotografia. (Paolo Morello)

Piergiorgio Branzi

Clock

Fiorentino, classe 1928, Piergiorgio Branzi compie studi classici e poi universitari di giurisprudenza, interrotti per la fotografia e il giornalismo. Comincia a fotografare nei primi anni Cinquanta, ottenendo  immediata notorietà in Italia  e all’estero. Collabora con i primi settimanali illustrati, in particolare per il Mondo di Pannunzio.

Negli anni Sessanta passa al giornalismo. La sua attività professionale lo porta tra l’alto a vivere alcuni anni a Mosca come primo corrispondente televisivo occidentale nell’Unione Sovietica, poi a Parigi. Commentatore al telegiornale e inviato speciale, realizza per la RAI inchieste e documentari televisivi in Europa, Asia, Africa.

Mercoledì 25 gennaio alle ore 18,30 si inaugura a Milano presso FORMA – Centro Internazionale di Fotografia la mostra IMMIGRATI CLANDESTINI di Juan Medina.

Juan Medina è un fotografo di Reuters nato a Buenos Airs nel 1963. Da più di vent’anni in Spagna, dal 2003 al 2005 ha realizzato un lungo ed eccezionale reportage sull’immigrazione clandestina dall’Africa alla Spagna attraverso le Isole Canarie.

Juan Medina

Juan Medina

Le fotografie, le stesse qui presentate, hanno suscitato molto scalpore per il tema trattato, per la loro forza giornalistica e per l’intensità che rivelano. Il reportage ha vinto numerosi conoscimenti, tra cui il premio CARE 2005 per la fotografia umanitaria (Festival Visa pour l’Image di Perpignan), il Fotopress 2005 e il terzo premio nella categoria ‘Spot news’ al World Press Photo 2005. 

Los Angeles 2002

Los Angeles, 2002

Si inaugura a Forma, il prossimo 24 gennaio, alla presenza dell’autore, la grande mostra di Peter Lindbergh Visioni.

Peter Lindbergh, tedesco, classe 1944, è uno dei più affermati, visionari, originali e corteggiati fotografi di moda e, in genere di “glamour” di tutti i tempi. Ha firmato varie edizioni del Calendario Pirelli, creato immagini straordinarie per le collezioni di stilisti come Armani, Donna Karan, Jill Sander, Prada e Calvin Klein. Le sue fotografie sono pubblicate sulle più importanti riviste del mondo. Il suo stile inconfondibile, tra la realizzazione onirica e la documentazione cruda, gli ha permesso di realizzare ritratti unici di modelle e attrici, giocando con il loro ruolo e trasformandole in oggetti del desiderio che non nascondono dramma e  fragilità. Ma Lindbergh ha anche realizzato grandi scenari e “visioni” fotografiche muovendosi sempre tra la ricerca personale e il lavoro su commissione.

Per Forma Linbergh sta mettendo a punto una retrospettiva prodotta e pensata proprio per lo spazio milanese. Nella sala grande, una serie di ritratti femminili tutti in bianco e nero (Milla Jovovich, Isabella Rossellini, Nadia Auermann e tante altre) affascineranno con il loro mistero il visitatore.

Parigi 1989

Parigi, 1989

 Nella prima sala, più piccola e raccolta, verrà presentata una “messa in scena” di Invasion: un progetto personale in cui Lindbergh, in una serie di fotografie, a colori e bianco e nero, immagina un’invasione degli UFO che sconvolge, elettrizza ma anche affascina un ipotetico mondo non poi così lontano dal nostro.

Si tratta di una produzione speciale  e di un gioco quanto mai interessante nel rimando tra le due sale e i due nuclei così importanti nella fotografia di Lindbergh: il ritratto – e lo studio sul viso, il rapporto intenso  e intimo che, sempre, esiste tra autore e soggetto fotografato – e la storia, il racconto fotografico,  realizzata in una serie di quadri successivi di grande impatto scenografico.

Un omaggio ad un grande autore.

Alla mostra sarà associato un nuovo volume, pubblicato per l’occasione da Contrasto  e introdotto da una testimonianza-poema di Wim Wenders dedicata all’amico Peter Lindbergh.

Angelina Jolie, 2004

Angelina Jolie, 2004

Martedì 22 novembre alle ore 18,30 si inaugura a Milano presso FORMA- Centro Internazionale di Fotografia la mostra Close Up di Martin Schoeller.

La mostra raccoglie una serie di 40 ritratti, realizzati da uno dei più interessanti, e innovativi fotografi di questi ultimi anni.

Martin Schoeller è un fotografo tedesco, giovane ma già molto celebrato, formatosi nel solco della tradizione fotografica del suo paese: i ritratti di August Sander, la scuola concreta dei Becher, la necessità di una fotografia che dimostri la chiarezza della visione e dell’intento dell’autore.

Arrivato negli USA nel 1999, comincia a lavorare per il settimanale New Yorker sviluppando una tecnica tutta personale di realizzare ritratti. Di fronte al suo obiettivo sfilano grandi attori come Jack Nicholson, Angelina Jolie, Brad Pitt, personaggi politici come Bill Clinton o grandi musicisti Prince, , Britney Spears, ma anche persone sconosciute o vicine al fotografo. Ogni ritratto possiede una forza incredibile e la capacità rara di rivelare il soggetto. Non esiste più il divismo, la politica, il glamour a sorreggere i personaggi: ognuno è ripreso in piano ravvicinato, e l’obiettivo sembra contenere a stento i visi, le espressioni, le diverse personalità. Ci appaiono disarmati e disarmanti, veri nella cruda realtà di queste immagini

Nessuna finzione è possibile e tutti i visi attraggono e respingono nello stesso modo. In queste foto non sparisce l’emozione. Perché Martin Schoeller, nel suo modo apparentemente impietoso di non nascondere nulla, né una ruga, né una piega del volto, né un occhio gonfio di lacrime, sa restituire di ogni personaggio una dimensione di realtà, di impudica messa a nudo.

Un’antropologia speciale e unica, quella creata da Martin Schoeller: una galleria di “tipi” in cui si gioca a trovare analogie e differenze, tratti simili o abissali distanze. L’espressione ridotta al grado zero produce una gamma di personalità tutte simili e tutte diverse.

Bill Clinton 2000

Bill Clinton, 2000

 

“La celebrità ha molto a che fare con la superficie e la saturazione e le grandi teste di Martin Schoeller spingono queste qualità fino al limite. Conferiscono al volto, all’espressione umana, una nuova dimensione e questa è anche la ragione per cui non riusciamo a smettere di guardarle. A questo servono i ritratti; per questo esistono.”(David Remnick- Direttore del New Yorker.  Dall’introduzione al volume Close Up, teNeus).

La mostra è realizzata in collaborazione con Camera Work, Berlino.

Martin Schoeller inizia la sua carriera in Germania. Nel 1993 parte per gli Stati Uniti e lavora come assistente di Annie Leibovitz iniziando a realizzare ritratti. I suoi lavori, grazie al forte impatto visivo, appaiono inizialmente sul settimanale The New Yorker, che lo sceglie per realizzare i ritratti dei protagonisti della vita internazionale, soprattutto Americana e in seguito raggiungono altre importanti riviste quali Vogue, Newsweek, Rolling Stone, GQ, Interview. Nel 1998 arriva il suo primo riconoscimento dall’ American Photography, seguito dal Communication Arts e nel 1999 riceve il Premio Alfred Eisenstaed Award for Best New Talent.

Alla mostra sarà associato un nuovo volume, pubblicato per l’occasione da Contrasto e introdotto da una testimonianza-poema di Wim Wenders dedicata all’amico Peter Lindbergh. 

Daguerre Paris 1839

Daguerre, Paris, 1839

Martedì 11 ottobre alle ore 19,00 si inaugura a Milano presso FORMA- Centro Internazionale di Fotografia la mostra Storie di Sguardi.Una panoramica su un secolo e mezzo d’invenzione e creazione fotografica, per esplorare i diversi “modi di vedere” attraverso una serie d’immagini chiave.

Una mostra che, come dice lo storico della fotografia Robert Delpire, non vuole e non può essere esaustiva  ma ha un solo ed unico intento che è quello di incitare a vedere.

La fotografia ha oltre 150 anni e queste Storie di sguardi non vogliono celebrare nessun possibile anniversario ma solo ricostruire il senso e la portata del primo secolo e mezzo in cui la fotografia è nata e si è progressivamente  imposta.

Tradizionalmente l’inventore è stato Nicéphore Niépce che nel 1826 realizzò una veduta dalla sua finestra: la prima immagine riconosciuta come fotografia. Da allora ad oggi, quanti interpreti hanno utilizzato questo mezzo per vedere in modo nuovo, per raccontare la realtà, per sperimentare visioni impossibili, per creare saggi giornalistici?

In 122 diverse immagini dei più grandi autori di tutti i tempi – da Nadar a Stieglitz, da Cartier-Bresson a Newton, il racconto della fotografia, del suo cammino, diventa anche una “storia dello sguardo” e delle sue evoluzioni. Ogni immagine è accompagnata da un breve testo esplicativo. La mostra è concepita da Robert Delpire, storico della fotografia e editore francese ed è presentata per la prima volta in Italia, curata da Alessandra Mauro.

Talbot 1839

Talbot, 1839


“Questa storia è solo una panoramica. Ma una panoramica di centocinquant’anni di una straordinaria avventura, quella della penultima delle arti. Un’impresa quindi ambiziosa: con la pretesa di aiutare il visitatore a districarsi in quella foresta di immagini che, da Niepce e Talbot, non ha fatto altro che aumentare nel disordine delle tecniche continuamente migliorate e nella moltiplicazione dei mass-media. Le fotografie che illustrano queste Storie di sguardi – perchè di guardare si tratta – sono le basi, le fondamenta di una lunga strada che conduce da un’invenzione ancora balbettante alla padronanza dei mezzi. Siamo consapevoli dell’arbitrarietà di una selezione parziale, e quindi deliberatamente parziale, ma questa mostra deve permettere agli appassionati di giocare con i tasselli di questo mosaico e di ricomporre, una volta riunite tutte le tessere e giustapposti tutti i periodi, il percorso di un’arte che ha sconvolto il nostro modo di vedere. Riassumendo, Storie di sguardi ha l’unico obiettivo di spingere a guardare”. (Robert Delpire)

La mostra è accompagnata  dai 3 volumi Storie di sguardi collezione FOTONOTE pubblicata da Contrasto:

I volume: Dall’invenzione all’arte fotografica (1839-1880)

II volume: Il mezzo dei tempi moderni (1880-1939)

III volume: Dall’istante all’immaginario (1930-1970).

Le immagini (tra i tanti autori: Nadar, Edward Lee Curtis, Julia Margaret Cameron, Lewis Carroll, Eugene Atget, Alfred Stieglitz, Edward Steichen, Man Ray, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Mario Giacomelli, Edward Weston, Lisette Modell, William Klein, Les Krims, Christian Boltansky, Josef Koudelka…) sono scelte e commentate da Michel Frizot, storico della fotografia.

Philippe Séclier

Philippe Séclier

   

  Viaggio negli Usa                                    Reportage dall’Italia
“un marxista a New York”                      “La lunga strada di sabbia”
Fotografie di Duilio Pallottelli                         Fotografie di Philippe Séclier

 

Giovedì 6 ottobre, alle ore 18,30 si inaugura a FORMA, nello spazio laboratorio Pier Paolo Pasolini. Una certa idea del mondo.

Si tratta di una piccola mostra che vuole ricordare, a trenta anni dalla morte, il grande intellettuale italiano, la sua folgorante presenza e l’osservazione sempre nuova e sincera sul mondo. Due diversi reportage, e due diverse testimonianze fotografiche, si confrontano e si completano: uno sguardo sull’Italia e uno sugli Stati Uniti.

Nel 1959 Psolini si trova a percorrere l’Italia delle prime vacanze borghesi, delle spiagge che cominciano ad affollarsi, della spensieratezza di massa, e realizza così, per la rivista Successo, il bellissimo reportage “La lunga strada di sabbia”. A quarant’anni di distanza, il fotografo Philippe Séclier ha ripercorso lo stesso itinerario cercando le tracce, la testimonianza, gli indizi così carichi di significato di quel viaggio. Nel 1966, negli USA, Pasolini scopre un paese forte, duro che lo affascina e lo conquista con la sua immediatezza: ”io sono un marxista indipendente, non ho mai chiesto l’iscrizione al partito, e dell’America sono innamorato fin da ragazzo. Perché, non lo so bene” – così, sulle pagine dell’Europeo, racconta la sua esperienza a New York.

Duilio Pallottelli

Duilio Pallottelli

Il fotografo Duilio Pallottelli – colonna dell’Europeo – è accanto a lui e scatta i ritratti dell’artista in giro per la città, a Times Square o in un ristorante, e ne registra lo sguardo stupito e ammirato del viaggiatore curioso. Pallottelli ferma anche, in una serie di rari e preziosi provini, l’incontro tra Pasolini e il grande fotografo Richard Avedon. Insieme guardano i libri di fotografia, parlano e Avedon allestisce per lui uno studio di posa pronto per un ritratto.

Una mostra di scrittura e immagini. Gli appunti di viaggio, la malinconia per l’Italia che cambia, l’entusiasmo per il mondo nuovo. E poi i ritratti di Pasolini a New York, anonimo passante o in studio con Avedon, e infine, nelle foto di Séclier le traccia del suo passaggio; il vuoto che ha lasciato, nei luoghi dove è stato e nelle nostre coscienze.

 

Lunedì 19 settembre alle ore 18,30 si inaugura a Milano presso FORMA- Centro Internazionale di Fotografia la mostra DALLA TERRA DEI MIRACOLI di Wendy Sue Lamm.

Può una terra martoriata dalla guerra, contesa tra due popoli, bagnata incessantemente da odio e sangue, essere chiamata “terra dei miracoli”? La Palestina di Wendy Sue Lamm non nasconde le ferite di una quotidianità fatta di morte, né trascura di registrare ritorsioni e guerriglie.

Wendy Sue Lamm

Wendy Sue Lamm

Semplicemente, lo sguardo attento dell’autrice raccoglie frammenti di immagini, momenti duri e sanguinari, e li giustappone con altri delicati e teneri, buffi, a volte anacronistici per raccontare quanto sia assurda, astratta ma purtroppo vera la quotidianità di una terra dove il vero miracolo è riuscire ogni giorno a svegliarsi e provare a vivere normalmente.

Wendy Sue Lamm è professionalmente cresciuta alla scuola del fotogiornalismo della France Press, dove l’immediatezza della comprensione giornalistica e la rapidità nello scatto sono requisiti fondamentali per svolgere adeguatamente il proprio lavoro. Tanti anni come corrispondente da Israele hanno fatto di lei una delle interpreti più attente e sincere.

Il volume che accompagna la mostra, introdotto da una poesia di Arthur Miller e da un racconto di Emil Habibi, raccoglie il meglio della sua esperienza, e risulta quanto mai attuale nella situazione odierna, in cui la crisi arabo-israeliana sembra alle soglie di una svolta storica. 

Fedele Toscani

Fedele Toscani

Si inaugura lunedì 18 luglio 2005 a Milano, presso FORMA, la mostra STORIE DA MISS, una carrellata di 50 immagini che ripercorrono volti, sorrisi e stili che hanno caratterizzato il concorso di Miss Italia negli anni. La mostra è divisa in due parti. La prima parte, a cura di Giovanna Calvenzi, raccoglie 10 anni di concorsi, emozionanti e tenere immagini realizzate, negli anni Cinquanta, da Fedele Toscani per il «Corriere della Sera» e attualmente conservate nell’archivio del quotidiano. I sorrisi, i costumi ormai fuori moda, le miss a passeggio sul lungo mare o in posa per l’obiettivo insieme al grande Totò ci restituiscono il sapore dell’epoca e la dimensione giocosa del concorso.

La seconda parte, curata da Alessandra Mauro, è invece dedicata a un lavoro più recente: una serie di ritratti che Luigi Gariglio, fotografo affermato nell’ambito della fotografia d’arte, ha realizzato l’anno scorso proprio durante le selezioni di Miss Italia 2004. Con un gioco di ritratti, le foto di Luigi Gariglio raccontano la trasformazione delle ragazze in miss per un giorno: sguardo sereno, labbro teso o, magari, un’ombra seria che nasconde paura, attesa, timore. E poi gli altri volti, quelli delle persone che hanno contribuito a costruire il concorso Miss Italia 2004, ultima tappa di un concorso che si ricollega ad questa lunga tradizione, in attesa del prossimo che, a settembre 2005, consacrerà una nuova miss Italia.

STORIE DA MISS è una mostra realizzata grazie al contributo di Wella, dal 1978 sponsor ufficiale di Miss Italia.

PORTFOLIO ITALIA - ITALY PORTFOLIO

ORIOLO ROMANO LAZIO 1965

Mercoledì 13 luglio 2005, alle ore 19.00, si inaugura a Milano FORMA, Centro Internazionale di Fotografia, con la mostra GIANNI BERENGO GARDIN, un omaggio a uno dei nomi più rappresentativi della fotografia italiana ed europea, e a un grande milanese anche se d’adozione.

Per la prima volta, una mostra di questa ampiezza rende omaggio al genio tranquillo e costante di Gianni Berengo Gardin, ai suoi 50 anni di fotografia vissuti con l’umiltà e la passione di un grande artigiano. La sua fotografia è caratterizzata da un intenso umanesimo venato d’ironia; il suo proverbiale understatement che lo protegge da interpretazioni troppo violente, e il rispetto che dimostra davanti alla realtà, fanno di lui uno dei più originali cronisti della società contemporanea. GIANNI BERENGO GARDIN, una mostra di 150 immagini in bianco e nero, dagli anni cinquanta ad oggi è una produzione di FORMA presentata in collaborazione con la Maison Européenne de la Photographie ed è curata da Alessandra Mauro.

La scelta che si propone ai visitatori raccoglie le immagini più rappresentative di Berengo Gardin e divide la sua lunga produzione in 11 percorsi tematici: Venezia, Lavoro quotidiano, Donne, Parigi, Empatia, Contro, Paesaggi con figure, Cerimonia, Milano, Sottigliezze, Vita di Provincia. Spazio quindi ai reportage dedicati a Venezia, la città della sua famiglia e da dove è partito per diventare fotografo, a Milano, dove vive da tanti anni, e alla Parigi degli anni ’50, luogo dell’acculturazione fotografica.

FIRENZE 1993 CAMPO NOMADI

FIRENZE 1993 CAMPO NOMADI

Ma anche ai celebri lavori di denuncia – i manicomi, la protesta del ‘68 e poi gli zingari – e i lunghi reportage sul lavoro, la quotidianità, le donne, la provincia italiana, e le tante “sottigliezze” che il suo obiettivo ha saputo cogliere, con tutta la possibile empatia, l’estrema sensibilità, la grandezza formale, l’attenzione costante verso la realtà e le persone, che non smettono di interessarlo e di incuriosirlo. Una sezione è dedicata ai “paesaggi con figure”, tema su cui Berengo si è affermato come maestro. La mostra è anche un’occasione per festeggiare un anniversario importante: i 75 anni, da compiere proprio quest’anno, di Gianni Berengo Gardin che continua a dimostrare una vitalità straordinaria e a scattare nuove fotografie tutti i giorni.

“La fotografia è la mia benzina, è quello che mi dà l’energia e la forza di muovermi e vivere ogni giorno”(Gianni Berengo Gardin).

“Delle due l’una. O Berengo ha torto, o Berengo ha più di mille anni. Sostiene in tutta sincerità che a un buon fotografo scappa una grande fotografia all’anno, forse due ma basterebbe contare le immagini di questo libro, dividerle per due, per scoprire che Berengo ha ben più di cento anni…Berengo ama le macchine fotografiche perché gli assomigliano, perché egli stesso è una macchina fotografica. La sua eccitazione è silenziosa; non si traduce in effluvi di parole. Berengo ascolta…Ogni lavoro è come il lavoro del fotografo. Richiede esperienza e improvvisazione, partecipazione e distacco. Ogni lavoro è un’arte. Anche quello del fotografo”(Sandro Fusina).

La mostra è accompagnata da un grande libro, pubblicato da Contrasto, che raccoglie 350 fotografie tra le più rappresentative dagli inizi della carriera di Berengo Gardin fino ad oggi, con testi di Sandro Fusina, Goffredo Fofi e Frank Horvat. Un volume della collezione FotoNote viene ugualmente pubblicato per l’occasione.